Marisa Borini Vs. Jep Gambardella

L’ho capito incontrando Marisa Borini, ovvero la signora Bruni Tedeschi, ovvero la mamma di Valeria e Carla, l’altro giorno sul marciapiedi ad aspettare chissà chi, un tailleur di velluto rosso, una sigaretta in mano, una Kelly sbattuta per terra, …Leggi tutto

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L’ho capito incontrando Marisa Borini, ovvero la signora Bruni Tedeschi, ovvero la mamma di Valeria e Carla, l’altro giorno sul marciapiedi ad aspettare chissà chi, un tailleur di velluto rosso, una sigaretta in mano, una Kelly sbattuta per terra, la faccia – proprio quella, precisa – che avrà Carla tra una ventina d’anni.
Ho capito che, fossi un regista e fossi capace di farlo bene, probabilmente mi piacerebbe raccontare quel mondo di cui non ho fatto né mai farò parte, quell’aristocrazia intellettuale e fané, quel modo di guardarti e dirti «Grazie» buttato lì così, senza crederci davvero.

Quel mondo l’ha raccontato la sua primogenita in uno dei film più interessanti visti al Festival, Un castello in Italia, dove la mamma di Valeria giganteggia nel ruolo della mamma di Valeria (e il suo «Grazie» era la risposta al mio entusiasmo). Un film sui ricchi, il che ha infastidito qualche critico (che non si è mai infastidito per i film di Lubitsch, per dire); un’autoanalisi pubblica lucidissima, il che ha disturbato qualche altro critico (che non si è mai preso la briga di farsi disturbare dai film di Woody Allen, per dire); un racconto pieno di ironia molto italiana ma anche molto poco italiana, il che ha irritato altri critici ancora (mai irritati dai film di Nanni Moretti, per dire).

Bruni Tedeschi scampa tutte le critiche possibili mettendo ogni nostra potenziale obiezione sul tavolo: i ricchi sono viziati, sì; e anche tirchi; e si sciacquano i sensi di colpa con un po’ di beneficenza d’accatto. C’è una scena molto esatta, in questo senso: Valeria che non ascolta il racconto del suo maggiordomo personale (se l’è portato nel suo appartamento di 70 metri quadri perché da sola non saprebbe cucinare neanche un uovo sodo) e poi corre a dar da mangiare ai barboni. È lei stessa a farci parteggiare per il maggiordomo, non certo per lei.

Ho capito, incontrando Marisa Borini, cosa dev’essere successo a Paolo Sorrentino tanti anni fa. Forse non è stato invitato a una festa a cui teneva tanto. Forse si è beccato il due di picche da una starlette dell’epoca. Lo vedo, quel tipo esatto di napoletano arrivato in città che aspira a una mondanità dove sentirsi a casa, un racconto di Guy de Maupassant con la gricia al posto del foie gras. Sorrentino quel mondo l’ha voluto raccontare nel film che state vedendo in questi giorni, La grande bellezza. E aveva di sicuro i mezzi per farlo, la mano sicura del bravo regista. Eppure il film non va.

C’è una scena molto esatta, in questo senso: il protagonista Jep Gambardella (Toni Servillo), il giornalista più famoso di Roma (anche se intervista solo cialtroni: ma la scrittura al cinema italiano non è richiesta da un pezzo), va a trovare il neovedovo del suo amore di gioventù. È una casa triste, la sua, con la credenza di finta arte povera e i capodimonte tarocchi, brutti quadri da bancarella alle pareti e centrini sul tavolo. Sorrentino ci vuole far parteggiare per Jep – così pieno di savoir faire, così a posto nel suo spezzato di lino chiaro – e non certo per quei piccolo-borghesi così modesti, così privi di gusto, così meschini.

Bruni Tedeschi colpevolizza se stessa e il suo mondo, Sorrentino (auto)assolve la Roma cafona e i suoi abitanti. Anche per questo Marisa Borini non sapeva nemmeno dov’era, mentre fumava su quel marciapiedi di Cannes e ringraziava scribacchini di passaggio. Sorrentino invece lo sapeva benissimo, quando beveva il terzo drink alla festa per La grande bellezza non diversa da quelle che sbertuccia sullo schermo. Quelle dove dalla torta esce Serena Grandi, ma per fortuna i nostri abiti li ha disegnati il miglior sarto di Roma.

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