Inside Coen Bros.

Per fortuna vincono ancora i vecchi. Vecchi per dire: Joel e Ethan Coen van per i sessanta ma son due ragazzi, e il Festival aspettava loro più di tutti, code infinite alle proiezioni, chi ieri ha voluto evitare il …Leggi tutto

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Per fortuna vincono ancora i vecchi. Vecchi per dire: Joel e Ethan Coen van per i sessanta ma son due ragazzi, e il Festival aspettava loro più di tutti, code infinite alle proiezioni, chi ieri ha voluto evitare il diluvio e c’ha provato stamattina (io) ha visto il film per miracolo, perché Cannes è casa loro, è come andare a New York e non salire sull’Empire State Building – e non perché ci hanno girato l’ultima scena di Un amore splendido e, per successivo tributo, di Insonnia d’amore; non solo.

Inside Llewyn Davis, il loro film che dire sulla scena folk anni ’60 sarebbe riduttivo, con protagonista il misconosciuto e assai bravo Oscar Isaac e in più partecipazioni dell’immenso (non per taglia XXL) John Goodman, di Justin Timberlake (in scena poco, purtroppo) e Carey Mulligan (in scena poco, per fortuna), il loro film è una stupenda ballata a due voci sulla nostalgia (all’epoca in cui è ambientato il film i registi eran ragazzini), sui successi sperati, le ambizioni frustrate, gli amori persi per strada, le illusioni che ci si porta dietro insieme alla borsa (sembra quella di noialtri che ci trasciniamo di sala in sala) e la chitarra, in questo caso, ma potrebbe essere qualunque altra cosa.

Non si sa se Llewyn Davis, che vorrebbe sfondare ben oltre i piccoli club del Village, ce la farà, alla fine sale sul palco Bob Dylan come dire che basta, il suo sogno è tramontato. O forse no.

Ripeto, sarebbe riduttivo dire che questo è un film sulla musica. Pieno di musica lo è, l’ha scritta quel genio di T-Bone Burnett e sarà una delle colonne sonore del prossimo autunno/inverno, ma c’è molto altro.

C’è soprattutto l’amore di due vecchi ragazzi per ciò che li ha resi grandi, due vecchi ragazzi che con questo film si scoprono finalmente pieni dell’emozione di quelli ormai cresciuti. Di quelli invecchiati, appunto.

E c’è l’amore ricambiato delle file e delle class action di critici che non riescono a entrare, «Siamo qui per lavorare!». Siete lì soprattutto per entrare, e vedere l’Empire State Building, e battere le mani alla fine, a me una lacrima è scappata, sull’accordo finale perfetto, che, come spesso accade alle cose della vita, forse nessun discografico vorrà incidere mai.


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