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L’AI promette di farci lavorare meno. Ma metà del tempo risparmiato finisce a correggerla

L’AI promette di farci lavorare meno. Ma metà del tempo risparmiato finisce a correggerla

Una ricerca globale di Workday rivela il paradosso dell’intelligenza artificiale nel lavoro: aumenta la produttività, ma il 40% del tempo guadagnato viene perso a correggere errori e riscrivere output

L’intelligenza artificiale doveva liberare tempo, semplificare il lavoro e rendere le aziende più efficienti. In parte lo sta facendo. Ma mentre gli strumenti di AI entrano sempre più nelle attività quotidiane degli uffici, emerge anche un paradosso sempre più evidente: gran parte del tempo che la tecnologia promette di far risparmiare viene poi speso a controllarla.

Secondo una nuova ricerca globale presentata da Workday, infatti, quasi il 40% del tempo guadagnato grazie all’intelligenza artificiale viene successivamente perso in attività di rielaborazione: correggere errori, verificare informazioni, riscrivere testi o chiarire risultati poco precisi prodotti dagli algoritmi.

In altre parole, l’AI accelera il lavoro, ma obbliga ancora gli esseri umani a fare da revisori permanenti.

In Italia un lavoratore su due corregge l’AI

Il fenomeno riguarda anche l’Italia in modo molto concreto.

La ricerca mostra che un lavoratore italiano su due dedica normalmente da una a due ore a settimana a correggere o riscrivere risultati generati dall’intelligenza artificiale. Un lavoro silenzioso, spesso invisibile, che riduce in parte i benefici promessi dalla tecnologia.

Eppure l’impatto positivo dell’AI è reale: quattro dipendenti italiani su dieci dichiarano di riuscire a risparmiare fino a un giorno di lavoro a settimana grazie all’utilizzo degli strumenti di intelligenza artificiale.

Il problema, quindi, non è la tecnologia in sé, ma il modo in cui viene integrata nei processi aziendali.

Più usi l’AI, più devi controllarla

Uno dei dati più sorprendenti riguarda proprio gli utenti più esperti.

Chi utilizza l’intelligenza artificiale ogni giorno tende infatti a controllarne i risultati con ancora maggiore attenzione. Il 77% degli utilizzatori quotidiani rivede il lavoro prodotto dall’AI con lo stesso livello di controllo – o addirittura maggiore – rispetto a quello realizzato da un collega umano.

Questo dato racconta qualcosa di molto importante: l’intelligenza artificiale non elimina il ruolo umano nel lavoro, ma lo trasforma. La capacità di interpretare, verificare e giudicare i risultati diventa infatti una competenza sempre più centrale.

“Troppi strumenti di AI scaricano sugli utenti le domande più difficili, quelle legate alla fiducia, all’accuratezza e alla ripetibilità dei risultati”, ha dichiarato Gerrit Kazmaier, Presidente Product and Technology di Workday. “In Workday, abbiamo lavorato per anni per offrire l’AI come soluzione semplice e centrata sulle persone, non come tecnologia grezza, in modo che i clienti non siano lasciati a collegare i pezzi e verificare ogni risposta da soli. La nostra filosofia è che l’AI debba svolgere il lavoro complesso dietro le quinte, così le persone possono concentrarsi sul giudizio, sulla creatività e sulle relazioni. È così che le organizzazioni trasformano la velocità dell’AI in un vantaggio duraturo, guidato dalle persone”.

Il peso maggiore ricade sui più giovani

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il carico maggiore non ricade sui lavoratori meno abituati alla tecnologia.

Sono invece i dipendenti tra i 25 e i 34 anni a sostenere la quota più alta di lavoro legato alla rielaborazione dei risultati dell’intelligenza artificiale: rappresentano quasi il 46% di coloro che dedicano più tempo alla correzione degli output AI.

Proprio la generazione considerata più digitale è quella che passa più tempo a verificare, correggere e riformulare ciò che le macchine producono.

Le aziende non hanno ancora adattato il lavoro all’AI

Il problema, però, non riguarda solo la tecnologia ma anche l’organizzazione del lavoro.

Nella maggior parte delle aziende, infatti, meno della metà dei ruoli professionali è stata aggiornata per riflettere le nuove capacità dell’intelligenza artificiale.

Il risultato è una situazione piuttosto paradossale: strumenti avanzatissimi vengono utilizzati all’interno di strutture organizzative progettate per un mondo del lavoro completamente diverso.

In pratica, molti dipendenti lavorano con tecnologie del 2025 dentro modelli organizzativi del 2015.

Il vero valore dell’AI non è la velocità

La ricerca evidenzia anche una differenza importante tra le aziende che riescono davvero a trarre valore dall’intelligenza artificiale e quelle che faticano a farlo.

Le organizzazioni più avanzate non si limitano a utilizzare l’AI per accelerare le attività, ma reinvestono il tempo risparmiato nello sviluppo delle competenze dei dipendenti, nella qualità delle analisi e nella capacità decisionale.

Oggi però questo non accade sempre. Molte aziende utilizzano i guadagni di efficienza soprattutto per investire in nuova tecnologia oppure per aumentare il carico di lavoro, invece di migliorare il modo in cui le persone lavorano.

Milano diventa laboratorio dell’AI

È proprio in questo contesto che si inserisce l’apertura del nuovo Innovation Lab di Workday a Milano, il primo hub italiano dedicato alla sperimentazione e alla co-creazione di soluzioni di intelligenza artificiale per le aree finance e risorse umane.

“Con il nostro nuovo ufficio e Innovation Lab a Milano, stiamo compiendo un passo decisivo in avanti in Italia, un mercato sempre più importante per la crescita di Workday in Europa. Crediamo in un futuro in cui l’intelligenza artificiale diventa la nuova interfaccia per il lavoro, capace di amplificare il potenziale umano e liberare nuove energie creative. Il nostro impegno è accompagnare le organizzazioni italiane verso modelli di gestione più intelligenti e collaborativi, dove tecnologia e persone avanzano insieme” – ha dichiarato Fabrizio Rotondi, Country Manager di Workday per l’Italia.

L’obiettivo è trasformare l’AI da semplice strumento di produttività a leva strategica per ripensare il lavoro, sviluppare nuove competenze e costruire organizzazioni più collaborative.

Perché la lezione che emerge dalla ricerca è chiara: la vera sfida dell’intelligenza artificiale non è far lavorare più velocemente le macchine, ma aiutare le persone a usarle meglio.

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