Il destino del genio è vivere in anticipo. E Miles Davis, da genio incomparabile della musica, non ha mai avuto un rapporto pacifico con il presente: lo ha spesso trovato troppo lento, troppo prevedibile, troppo legato alla nostalgia. Per questo, a cent’anni dalla sua nascita (26 maggio 1926), riascoltando gli innumerevoli capolavori della sua traiettoria artistica, ci accorgiamo che la sua opera non è affatto invecchiata: siamo noi che continuiamo a rincorrerla. Ancora oggi la sua musica è molto più avanti di qualsiasi tentativo di definirla.
Miles Davis, da Alton, Missouri, non è stato solo un innovatore, è stato l’architetto del futuro sonoro di cui ancora oggi si percepiscono le fondamenta. La prima tromba a 9 anni, il primo concerto a 17, e poi via verso New York. Obiettivo: la “swing street” ovvero i club della della cinquantaduesima strada, l’anima del jazz nel cuore di Manhattan. Le sue notti nella Grande Mela trascorrono per mesi tra le mura della Minton’s Playhouse, a Harlem, dove si ritrovano per interminabili jam tutti i protagonisti della rivoluzione be-bop (una forma di jazz innovativa rispetto al suono tradizionale degli anni Venti).
Conosce Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Thelonious Monk. Suona con Parker, assorbe tutto, ma non si riconosce nella frenesia del virtuosismo. Il suo è un istinto naturale al controllo, alla sottrazione, allo spazio. Quello di Davis è un approccio da pensatore laterale, l’intuizione di un musicista che ha sempre guardato oltre: «Non suonare quello che c’è, suona quello che non c’è». E poi: «È il silenzio tra le note che crea la musica». Parole rivoluzionarie a cui seguono atti artistici coerenti. Come Birth Of The Cool, registrato tra il 1949 e il 1950: in quel tempo il jazz è fatto di velocità vertiginose, armonie complesse, assoli straripanti e Miles decide di “raffreddarlo”, crea una super band che suona come un’orchestra e attinge liberamente dalla musica afroamericana e dalla classica (Stravinsky, Ravel, Debussy). Suo complice in questo cambio radicale di prospettiva è un altro genio: Gil Evans. Con un solo album, Miles rivela la sua qualità più preziosa: saper ascoltare ciò che ancora non c’è.
La sintesi del suo pensiero musicale è che meno note significano più significato, una lectio magistralis che faranno propria in tanti: da Sting a Mark Knopfler, dai Radiohead a Brian Eno. Con Kind of Blue (1959), il disco jazz più venduto di sempre, oltre cinque milioni di copie, la musica diventa spazio, respiro, meditazione. Kind of blue è un luogo mentale in cui lo spettatore può entrare liberamente, indipendentemente dalla cultura musicale e dalla conoscenza degli standard jazz. È il nuovo che avanza e che si fa strada, anni dopo, nelle pieghe del suono dei Pink Floyd e nelle colonne sonore di Ennio Morricone. Mentre la sua fama esplode, Davis si ritrova con la testa sanguinante in un commissariato di New York per essersi rifiutato di sloggiare dal marciapiede dove stava fumando una sigaretta in una pausa tra un set e l’altro della sua performance al Birdland Jazz Club. Accusato di resistenza a pubblico ufficiale, viene poi assolto. La sua immagine, tra due agenti di polizia, con la giacca, la camicia e la cravatta intrise di sangue, fa il giro del mondo.
Davis non ha reinventato solo la musica ma anche il modo in cui ci si presenta per suonarla. Nei primi anni di carriera con completi sartoriali, cravatta stretta, fazzoletto nel taschino e scarpe lucidissime, poi, nei Sessanta, con un’estetica da nouvelle vague in stile architetto o designer europeo. Ma non è tutto: all’inizio dei Settanta sfodera pantaloni di pelle, stivali, camicie sbottonate fino all’ombelico, gioielli vistosi, collane d’oro (i rapper non hanno inventato nulla), mentre negli Ottanta alterna solenni abiti firmati a capi sportswear accompagnati da occhiali enormi. Cambiare look in sintonia con il cambio di direzione musicale: è questa la sua attitudine, una strada seguita con determinazione da icone come David Bowie e Prince.
Anche il linguaggio del corpo sul palco è parte del look: rimanere per buona parte dello show girato di spalle al pubblico, con la schiena chiusa a scrigno diventa un nuovo codice visivo (criticato da molti) e una netta presa di distanza dall’idea del frontman che deve compiacere. Tra i mille intrecci artistici della sua storia ce n’è uno formidabile con Zucchero, un episodio leggendario che il bluesman emiliano ha raccontato a Panorama: «Arriva in studio a New York vestito di pelle nera con gli occhiali scuri. Non parla con nessuno, si dirige verso di me che stavo suonando la mia Dune Mosse al piano. “Che cazzo fai? La stai suonando nella tonalità sbagliata”. E io, intimidito: “Guarda che l’ho scritta e ti assicuro che questa è la tonalità corretta. Grande imbarazzo. Poi, capimmo che aveva ascoltato il pezzo su un registratore con le pile scariche. Il nastro andava a rilento e quindi la tonalità risultava più bassa. A quel punto suonò, fece cose meravigliose, poi appoggiò due dita sulla mia gola e disse: “La tua voce mi emoziona”».
Ricordi che sono schegge della vita del più importante e visionario artista del Novecento. Uno sciamano del suono che nel 1970 con l’album Bitches Brew compie la rivoluzione definitiva, distruggendo le categorie, jazz, rock, funk, e creando una musica che prima non esisteva e che ha messo e continua a mettere radici dappertutto, nell’elettronica, nel rap, nelle colonne sonore, nel rock e nella psichedelia. Per celebrare i cent’anni di Miles, il suo storico bassista Marcus Miller, accompagnato una allstar band di grandi jazzisti si esibirà (il 22 luglio) nell’Anfiteatro Scavi di Pompei, quello del leggendario show dei Pink Floyd nel 1971, il concerto senza pubblico dove per quattro giorni consecutivi, i quattro musicisti inglesi, crearono un’opera d’arte totale e assolutamente inedita. Come Bitches Brew…
