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Intelligenza artificiale e linguaggio: perché rischiamo di appiattire il nostro pensiero

Intelligenza artificiale e linguaggio: perché rischiamo di appiattire il nostro pensiero
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L’IA generativa non trasforma solo il lavoro: rischia di uniformare il linguaggio e, con esso, il pensiero critico. La riflessione dell’esperta di semiotica Stefania D’Amore

Se c’è un riflesso condizionato nel dibattito sull’intelligenza artificiale, è quello di misurarne l’impatto solo attraverso le schede dello stipendio. Ma mentre calcoliamo quante mansioni sopravviveranno agli algoritmi, una trasformazione sommersa sta già riplasmando la nostra sfera più intima. È la lenta riscrittura della grammatica quotidiana: l’intelligenza artificiale non sta solo cambiando ciò che facciamo, ma anche (e soprattutto) la lingua con cui parliamo a noi stessi e agli altri.

A ragionare su questo tema particolarmente delicato è Stefania D’Amore, giornalista e comunicatrice esperta di semiotica e linguaggi, laureata al Politecnico di Bari. Negli ultimi mesi, ha dedicato diverse riflessioni agli effetti dell’intelligenza artificiale generativa sul modo in cui le persone scrivono e si esprimono.

Un punto di partenza essenziale è quello storico. Ogni tecnologia della comunicazione ha sempre modificato il rapporto degli esseri umani con il linguaggio: basti pensare alla stampa, alla televisione, a Internet, ai social. Ma i sistemi di intelligenza artificiale generativa compiono un salto ulteriore. Non si limitano a trasmettere il linguaggio: lo producono. Propongono frasi, argomenti, strutture narrative e stili già pronti all’uso. Una differenza non da poco.

Il rischio invisibile dell’omologazione

Il problema, spiega D’Amore, è tanto più insidioso quanto più è difficile da percepire. Milioni di persone utilizzano quotidianamente strumenti che generano un testo a partire da ricorrenze statistiche, proponendo soluzioni linguistiche sostanzialmente simili fra loro. Se queste soluzioni risultano rapide ed efficaci, finiscono inevitabilmente per entrare nella comunicazione ordinaria: nelle mail, nei documenti di lavoro, nei post, e persino nelle conversazioni private. Con il tempo, possono influenzare anche la struttura del ragionamento.

D’Amore richiama anche il concetto di «infosfera» sviluppato dal filosofo Luciano Floridi: gli ambienti digitali non sono semplici strumenti, quanto piuttosto ecosistemi che modellano il nostro rapporto con la realtà. Quando uno strumento entra nei processi ordinari della produzione linguistica, entra dunque anche nei processi di costruzione del significato.

I limiti della «democratizzazione» dell’intelligenza artificiale

E qui emerge una domanda fondamentale: l’intelligenza artificiale sta davvero rendendo il linguaggio più accessibile per tutti, o lo sta semplicemente standardizzando? I due processi si distinguono nettamente l’uno dall’altro. Da un lato, abbassare le barriere d’accesso alla scrittura ha un valore concreto e tangibile. Dall’altro, rendere la scrittura più accessibile non implica automaticamente diversificarla.

Il rischio, difatti, è quello che D’Amore definisce «uguaglianza sintattica»: tutti scrivono di più, ma sempre più spesso secondo schemi simili. Una dinamica che non riguarda soltanto la scrittura privata o professionale, ma attraversa la comunicazione politica, quella cinematografica, e molti ambiti della cultura contemporanea.

Nel secolo scorso, l’intellettuale italiano Pier Paolo Pasolini sfidò deliberatamente il linguaggio dominante dell’Italia del boom economico, mescolando dialetto, sacro e sottocultura. Una scelta molto particolare che ruppe il linguaggio dominante, mettendo in discussione l’ordine culturale stesso che quel linguaggio sosteneva. L’intelligenza artificiale, per sua natura, tende invece a stabilizzare e amplificare i paradigmi già esistenti, non a creare quelli nuovi. Manca, insomma, l’originalità. Manca qualcosa di inedito, di unico.

Fluidità non significa profondità

È necessario, inoltre, affrontare il rapporto tra linguaggio e pensiero. I grandi modelli linguistici sono straordinariamente efficaci nel produrre testi coerenti, grammaticalmente impeccabili e spesso (ammettiamolo) emotivamente convincenti. Ma un testo ben costruito non coincide necessariamente con un pensiero originale, anzi.

A questo proposito, D’Amore menziona il cosiddetto «Effetto ELIZA», osservato negli anni Sessanta dall’informatico Joseph Weizenbaum: le persone tendevano ad attribuire comprensione ed empatia a un software rudimentale semplicemente perché simulava una conversazione plausibile. Oggi gli strumenti sono immensamente più sofisticati, ma il meccanismo psicologico rimane: quando qualcosa comunica in modo convincente, siamo portati ad attribuirgli una comprensione che potrebbe non possedere.

Il rischio principale, secondo l’esperta, è confondere la fluidità espressiva con la profondità intellettuale. La scrittura umana vive spesso nelle esitazioni, nelle contraddizioni, persino negli errori. È proprio lì che si manifesta il pensiero in formazione. Ma se il linguaggio viene percepito soprattutto come una prestazione di efficienza e correttezza, allora rischia di perdere la sua funzione di spazio di ricerca personale. Di perdere, dunque, le caratteristiche che lo rendono davvero umano. Con tutte le sue meravigliose fragilità.

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