Francesco Canino

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I Maestri, quella con la m maiuscola non ci sono più. Figure sfuggenti, anticipano e dettano i tempi invece di subire il passare del tempo, guardano con distacco alle ingratitudini, alle piccole miserie del dietro le quinte e all’evaporare delle meteore. Chi è Pier Francesco Pingitore, 82 anni, ce lo dice la sua storia professionale, perché le chiavi di quella personale l’ha concessa a pochi intimi. Giornalista, registra, geniaccio calabrese dal profilo basso e la grande passione per i libri di storia. Per molti incarna col suo solo nome l’essenza stessa del Bagaglino: 50 anni di teatro, di cui più di trenta passati anche in televisione, un pezzo di storia del piccolo schermo, “i ricordi di un tempo bello che non c’è più” come cantava Gabriella Ferri (lanciata proprio da Pingitore). Il varietà del varietà, dalle imitazioni di Oreste Lionello alle torte in faccia a Di Pietro e Schifani, mischiando la grande commedia italiana e le pièce colte sugli ultimi giorni di Mussolini, Andreotti e la prima Repubblica, Valeria Marini e la femmina carnale che si mostra senza censure. Le manie degli italiani e i tic della politica, visti e raccontati con ironia e amara lucidità.

“Un signore dell’anarchia, un ragazzaccio dell’arcitalia”. Maestro Pingitore, si riconosce in questa definizione di Pietrangelo Buttafuoco?

In parte mi ci riconoscono. Buttafuoco ha colto alcuni aspetti di me: ho sempre tenuto una posizione non dico di ribellione, ma certamente di non conformismo, di non accettazione dei luoghi comuni.

1965. Lei, Mario Castellacci e un gruppo di amici decideste di mettere in piedi un cabaret e sceglieste come luogo una cantina nella Vecchia Roma, quella cantata da Gabriella Ferri.

Bisognava ingegnarsi per evitare i costi elevati dei teatri e con la formula dei circoli privati sfuggivamo alla censura. Trovammo una cantina in Via di Panico, una ex strada di malavita nella Vecchia Roma: di fronte al portoncino c’era l’ingresso di una ex casa di tolleranza, utilizzata da De Sica in Ladri di biciclette, la ripulimmo dai fiaschi e dalle bottiglie e divenne la prima sede del nostro cabaret.

Perché lo chiamaste Bagaglino?

Io lo volevo chiamare Bragaglino, in onore del regista e scrittore futurista Anton Giulio Bragaglia che collaborava al settimanale Lo Specchio, di cui ero redattore capo, ma gli eredi si opposero. Castellacci allora disse: “Togliamo la erre e facciamolo diventare Bagaglino”. Non significa niente, ma ha un bel suono: fu la nostra fortuna.

Iniziaste a scrivere i testi e cercare attori. Già coi primi spettacoli il successo fu immediato.

Oreste Lionello e Pino Caruso furono i primi, poi conoscemmo Gabriella Ferri: nessuno cantava più quelle canzoni, ma le sue interpretazioni colpivano tutti. Facevamo 150 presenze a sera in un locale che avrebbe dovuto ospitarne non più di 60: ricordo la cortina di fumo che aleggiava sulla pedana, non avevamo gli aspiratori e nemmeno un palcoscenico. Il nostro era il primo cabaret non di sinistra della Capitale, ci definivamo “anarchici di destra” ma non abbiamo mai avuto dipendenze da nessuno, facevamo solo quello che ci piaceva.

Poi nel 1972 arrivò il trasloco al Salone Margherita, tempio del cafè chantant e del varietà dove erano passati i grandi dell’avanspettacolo e della rivista.

Dalla Bella Otero a Petrolini fino ad Aldo Fabrizi, quel palco lo avevano solcato i più grandi. In quel momento conosceva una stagione di declino, era diventato un cinema d’essai per pochi intimi. Lo riportammo agli antichi fasti, poi arrivò la tivù e facemmo gli spettacoli con Antonello Falqui per la Ferri, titoli che hanno fatto la storia del piccolo schermo, come Dove sta Zazà e Mazzabubù.

Nel frattempo continuava il successo degli spettacoli in teatro e di voi si accorge Rai Uno. Quando arrivò la svolta?

Nell’‘87 con Biberon, capostipite della nostra lunga stagione televisiva, e da quel momento non ci siamo più fermati. Pensare che iniziammo con una terza serata, che nessuno voleva fare: facemmo boom e arrivammo in breve tempo in prima serata il sabato sera.

Un’epoca d’oro tra ascolti bulgari, copertine dei settimanali e proposte irrinunciabili. Con la Rai dei “professori” arriva però inaspettato lo stop.

Il loro compito era moralizzare, spazzare via il futile nonostante i contratti firmati. Era l’epoca di Saluti e baci, avevamo appena rifiutato una proposta di Silvio Berlusconi e così rimanemmo con “una canna nelle mani” per citare il Gattopardo. Ma senza il Bagaglino molti inserzionisti sparirono e i professori rischiavano di creare un danno all’azienda: noi facevamo anche 12/13 milioni di spettatori, numeri stellari. Oggi se uno show arriva ai 3 milioni stappano lo champagne.

Come ricuciste la frattura?

Fu merito di Angelo Guglielmi, uno dei pochi che di tivù ci capisce davvero. “State ammazzando la gallina dalle uova d’oro”, spiegò ai dirigenti. Ci richiamarono e facemmo Bucce di banana, con grandissimo successo, ma a quel punto il rapporto con la Rai si era incrinato: così nel 1995 accettammo l’ingaggio di Berlusconi e la storia è proseguita fino al 2009.

Come la convinse Berlusconi?

“Veniamo ma non accettiamo influenze, siamo liberi di dire e fare quello che vogliamo”, gli spiegai. Lui accettò questa condizione e questo ci bastò. Non si è mai intromesso.

Il Bagaglino è di destra?

Quando mi chiedono se sono di destra, in genere rispondo: “Avrei tanto voluto essere di sinistra, ma non c’era più posto…”. Il Bagaglino ha dato vita all’unica satira senza alcun impegno ideologico o ancoraggio politico. E ovviamente è stato definito qualunquista come tutte le cose che funzionano.

Nel 2009, Bellissima – con ben otto primedonne - fu chiuso per bassi ascolti.

Non fummo trattati bene in quell’occasione. Non voglio cercare delle scuse, ma debuttammo il sabato santo quando il venerdì c’erano stati i funerali delle vittime del terremoto dell’Aquila: la gente secondo lei aveva voglia di ridere? E poi non c’era più il grande Oreste Lionello: io avevo fatto quello spettacolo anche per via delle sue insistenze, ma morì qualche mese prima.

Oggi secondo lei ci sarebbe ancora spazio per quella comicità in tivù?

Se qualcuno ci chiama, perché no? Certo, andrebbero riviste e aggiornate tante cose, ma il pubblico sono certo che gradirebbe un ritorno della satira politica scanzonata, oggi completamente assente dalla tv. A chi pensa che il Bagaglino abbia fatto il suo tempo, ricordo che con il nostro spettacolo in teatro facciamo due mesi e mezzo di esaurito, cosa non scontata viste le difficoltà in cui vivono i teatri italiani. 

Aldo Grasso ha scritto: “Non sappiamo più ridere, è la nostra attuale tragica condizione abbiamo tutti il ghigno di D’Alema”.

Non sappiamo più ridere perché non c’è più niente che faccia ridere. La satira manca, la commedia pure: in tivù c’è solo cronaca nera, talk interminabili zeppi di “non m’interrompa, io non l’ho interrotta” e reality che al massimo ti viene da piangere. Senza contare la ricerca spasmodica di “talenti”, con questi show che rischiano di diventare fabbriche di disoccupati: le moltitudini di partecipanti immaginano che il loro futuro sia in tivù ma non c’è spazio per tutta quella gente che al massimo può puntare al teatro amatoriale.

A proposito di reality. Valeria Marini e Pamela Prati, le sue due creature più conosciute, sono stare tra le protagoniste del Grande Fratello Vip. Le ha guardate?

Ho guardato il programma soprattutto perché c’erano loro due, che sono le mie cavalle di razza. Valeria è inarrestabile e affronta come sempre ogni situazione con grande piglio e con uno spirito che ti travolge, portando con disinvoltura quel corpo esuberante. Il problema della claustrofobia di Pamela è vero, è iniziato molti anni fa e abbiamo anche rinunciato a qualche spettacolo in tournée perché non riesce a prendere l’aereo. Onestamente pensavo che uscisse subito, invece ha resistito tre settimane. Anche se alla fine, come si dice a Roma, “ ha sbroccato”, ha comunque riportato una bella vittoria su se stessa. A chi mi chiede dei loro rapporti dico sempre che hanno trovato un loro equilibrio e che oggi si vogliono bene per davvero. Almeno finora…

Tra l’altro saranno le primedonne di “Magnàmose tutto”, il suo ultimo spettacolo che debutterà il 24 novembre al Bagaglino.

Il titolo è chiaramente un proposito e un invito, di fronte al pericolo di perdere ogni cosa, nell’ipotesi, non tanto peregrina, che qualcun altro “se magni tutto”, o quasi. Nella prima parte dello spettacolo saranno in scena Martufello, Mario Zamma, Carlo Frisi, Demo Mura (il sosia di Renzi), Enzo Piscopo e Morgana Giovannetti, e vedremo sfilare tutti i protagonisti della politica, non solo italiani. Nel secondo tempo si cambia registro, con Donne ch’avete intelletto d’amore, citazione del sonetto di Dante: Valeria e Pamela interpreteranno alcune donne famose di varie epoche.

Com’è la satira ai tempi di Renzi?

Complicata, perché il clima è triste e quasi tutti i politici oggi non sono simpatici. Alcuni sembrano dei Savonarola da dopolavoro, di altri è difficile fare la caricatura, perché sono caricature essi stessi. L’unico “divertente” è D’Alema in chiave anti-Renzi. Quanto al Premier, nello spettacolo lo dipingiamo come un gran chiacchierone, che promette e dice molto più di quello che fa. A me sembra che si avvii alla resa dei conti parecchio prima del previsto. Tra l’altro faccio questo spettacolo ma ho un handicap in partenza. Una settimana dopo il debutto, il 4 dicembre, si voterà per il Referendum. E magari in due giorni, a seconda del risultato, dovrò scrivere un nuovo copione.

A proposito, come voterà al Referendum sulla riforma costituzionale?

Non ho le idee chiare. Se guardassi a come si comporta Renzi voterei no, però poi penso che questa riforma è stata votata tre volte da Camera e Senato, che un’altra riforma forse non ci sarà mai e mi viene voglia di votare di sì. Dal mio punto di vista, la nostra Costituzione non mi pare la più bella del mondo come dice qualcuno: di fondo è stata il frutto di un compromesso dominato dalla paura e dallo spettro del fascismo. Il risultato è stato un tale controllo e contrappeso fra i vari poteri che in pratica non comanda nessuno. Da questo immobilismo dobbiamo uscire.

Maestro, chi le manca degli amici che ha perso per strada?

Gabriella Ferri mi manca molto: la sua morte è stata un colpo durissimo. E poi Oreste Lionello, che per me era una specie di fratello, un uomo di un’intelligenza grandissima, colto, un attore speciale come non se ne trovano. E poi Laura Troschel, scomparsa qualche settimana fa, che fu una delle prime donne del Bagaglino. E il mio amico Mario Castellacci, con cui ho scritto le nostre cose migliori, e al quale tanto debbo. E mi manca anche Bombolo, che scoprii in un’osteria: era un comico autentico, naturale, di quelli che arrivano, si mettono a sedere e ti fa ridere solo a guardarli.

I più talentuosi con cui ha lavorato?

Tanti. Da Pippo Franco, a Martufello e Leo Gullotta, strepitoso: con la sua Signora Leonida ha fatto un pezzo di storia della tivù. Manlio Dovì, che faceva un Cossiga splendido. Un giorno il Presidente lo invitò al Quirinale, lo fece accomodare col truccatore in un camerino e disse: “Ho due rompiscatole di Ministri, li congedo e poi vengo”. Ma poi Mario Zamma, Carlo Frisi, Max Tortora, Maurizio Mattioli. E poi e poi e poi…

“La gratitudine è il sentimento del giorno prima”, diceva Andreotti. È d’accordo?

Qualche nuvoletta di ingratitudine si è affacciata ma ho cercato di non vederla: sono illusi quelli che contano sulla gratitudine, perché essere grati per molti è un fardello troppo pesante. Quanto ad Andreotti, quando venne al Bagaglino l’incontro con Lionello, che lo imitava, fu visto da 14 milioni di spettatori. “Si metta un po’ di tacchi e la mando in giro al posto mio”, gli disse.

Oltre al cabaret, la sua passione è la storia. Uno dei suoi ultimi spettacoli è una trilogia su Mussolini.

Quel 25 luglio a Villa Torlonia, Operazione Quercia ( Mussolini a Campo Imperatore) e poi Scacco al Duce, in cui racconto dell’unica notte che Mussolini trascorse con la Petacci, visto che il Duce doveva sempre tornare a casa da Rachele. Una notte che fu anche l’ultima per tutt’e due. Sono molto orgoglioso di questi spettacoli, me lo lasci dire, e spero di mettere in scena a fine stagione Operazione Quercia e Scacco al Duce nella stessa serata. In questa impresa ho avuto la gran fortuna d’incontrare un attore eccezionale, Luca Biagini. Lui non solo assomiglia a Mussolini, ma quando lo interpreta è Mussolini.

Ultima domanda. Nella sua carriera ha fatto tutto quello che sognava o voleva?

Direi un buon 90%, ma per il restante 10 c’è ancora tempo. Se ripenso a tutto quello che ho fatto, direi che avrei potuto fare meglio, ma forse anche peggio. Ho ancora un po’ di senno e la continua autocritica così come l’autocompiacimento non mi appartengono. Ho tanti nuovi progetti, tra cui una fiction sul periodo fascista praticamente pronta che s’intitola Claretta e le altre: la Rai doveva produrla, ma poi non se ne fece niente. Come dice quella canzone? “Ci vorrebbe un amico…”. 

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