Televisione

Alessandro Cattelan: "X Factor 9? Ci sarò"

A gennaio intanto condurrà la seconda edizione del suo one man show

Conferenza stampa di presentazione di 'X Factor 2014'

Francesco Canino

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Conduzione granitica, compassatezza british e ironia sottile. Lo stile di Alessandro Cattelan ha una voce precisa, un mood riconoscibile e molto distante dai birignao della tivù italiana. Forse per questo i giudici di X Factor passano (e passeranno) e lui resta saldo al timone del talent di Sky Uno. E ci sarà anche il prossimo anno per la nona edizione, come annuncia a Panorama.it, che lo ha incontrato a poche ore dalla diretta della finalissima dal Forum di Assago. Il tempo di tracciare il bilancio di fine stagione e già pensa al suo prossimo impegno a fine gennaio con il suo one man show.

Alessandro, hanno definito X Factor un programma fighetto. È un’etichetta in cui ti riconosci?

No. Non mi piace quando lo definiscono fighetto: io direi che è uno show dandy, perché c’è una costante ricerca del bello da parte di tutti quelli che lavorano al programma e parliamo di uno staff di quasi 500 persone.

Ilaria, Lorenzo, Madh e Mario: che idea ti sei fatto dei finalisti?

Lasciami aggiungere Emma e Leiner: in semifinale sono arrivati i migliori e chiunque fosse uscito la scorsa puntata, avrebbe creato dello scontento. Quest’anno si è fatto un lavoro pazzesco di ricerca e scouting, cercando piazza per piazza i migliori talenti canori d’Italia e il risultato è stato sotto gli occhi di tutti.

Venerdì scorso, durante la diretta di Catteland, il programma che conduci su Radio Deejay, ti è scappata una battuta il cui sotto testo sembrava “sono quattro anni che ripeto le stesse cose”: ti sei annoiato di condurre X Factor quest'anno?

(ride) No, voleva solo essere una battuta relativa alle critiche che arrivano dopo la puntata, riferita in particolare al “rituale” che precede l’apertura delle buste col nome dell’eliminato.

Ma anche sui social in molti hanno rilevato il tuo modo di essere ancora più distaccato che negli anni passati.

Non sono distaccato, sono asettico che è diverso. Un format è fatto di ritualità. Ho pochissima roba scritta, non ho i gobbi proprio perché patisco tanto la ripetitività e cerco di dire le cose in maniera diversa perché essere sempre uguale è una cosa che urta me per primo. Però è un format e dunque ci sono cose che devi dire cento volte: quando poi finisce la puntata e c’è sempre qualcuno che mi accusa di ripetere le cose sono. Ci sono molte critiche giuste, ma quando leggo commenti così superficiali, mi verrebbe voglia di rispondere uno ad uno, cosa che poi non lo faccio mai.

Nel tuo caso, però, le critiche positive sono la stragrande maggioranza.

Per fortuna. Ma mi aspetto il momento in cui tutto cambierà (dice ridendo). C’è sempre una quiete che anticipa una tempesta: per ora tutto bene…fin troppo.

Assodato questo, il prossimo anno ti rivediamo ad X Factor?

Ma sì sì…dove vado?

Nel frattempo ti sfoghi con E poi c’è Cattelan, in onda dalla fine di gennaio.

Abbiamo già incominciato le riunioni preliminari e passate le feste ci metteremo giù secchi con il lavoro. Per fortuna lo scorso anno è andata molto bene e ci hanno chiesto di raddoppiare le puntate.

Come te la immagini questa seconda edizione?

Voglio uno show divertente. Io lì sono a mio agio: come ti ho già detto, a X Factor cerco di essere più asettico possibile perché per me i protagonisti sono i ragazzi. Tutto quello che leva attenzione ai ragazzi mi infastidisce: io cerco di non farlo e tento di limitare anche i giudici quando si prendono spazi che non gli competono. Invece in E poi c’è Cattelan lo spazio è mio e faccio quello che mi diverte: farò tutto quello che mi viene in mente tipo saltare, ballare, recitare, fare intervistare. Sarà una sorta di gioca jouer televisivo.

Hai citato le famose risse tra i giudici, che quest’anno non sono mancate. Anche in quel contesto intervieni poco e giochi di sottrazione: sei un po’ la De Filippi al maschile.

(ride) Tra l’altro a me lei piace molto come stile.

In molti su Twitter hanno criticano proprio il tuo poco “interventismo” in quelle circostanze…

Se intervengo, lo faccio per dire basta. Sono cose che mi mettono in imbarazzo: è come quando due amici litigano e tu sei in mezzo e vorresti andare in un’altra stanza. Io ho quel tipo di reazione lì e quindi cerco di andare avanti. L’ultima volta che Morgan ha detto “basta, me ne vado”, Selvaggia Lucarelli in suo articolo ha scritto che sono stato incapace di gestire e sfruttare la situazione. Ma in quel momento non ho avuto il dubbio nemmeno per mezzo secondo che Morgan se ne andasse: nella mia testa pensavo “sì, tanto ci rivediamo giovedì”. Sono cose che non mi piacciono, non mi sento a mio agio: poi magari capiterà anche a me di essere invischiato in una rissa, ma a quel punto vorrei che il pubblico cambiasse canale.

Chiudiamo con Ogni maledetto Natale, film di cui sei uno dei protagonisti che sta andando molto bene. È un’esperienza che si ripeterà?

Beh innanzitutto dipende se mi richiameranno o no. Con quei registi lo rifarei domani ma per me il range di scelte sono molto poche: i film strutturati, profondi, sentimentali e filosofici non sono in grado di farli e quelli che fanno ridere come piace a me, ce ne sono pochissimi. Ho poche opzioni, dunque passerà del tempo prima che ne giri un altro: ma se capitasse l’occasione buona, non direi di no.

Dunque tra dieci anni ti rivedremo al cinema o tivù?

Non ho dubbi: il mio lavoro è la tivù.

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