Venezia, il Festival e il miraggio della mondanità - Day 8
Venezia, il Festival e il miraggio della mondanità - Day 8
Società

Venezia, il Festival e il miraggio della mondanità - Day 8

La kermesse, i suoi personaggi e tutto quello che ci sta intorno. Vista con gli occhi di uno scrittore - Day 1  - Day 2  - Day 3  - Day 4  - Day 5  - Day 6  -  Day 7  - Le madrine  - Le immagini: 1  - 2  - 3 - 4  - 5  - 6

Ieri sera ho visto un film taiwanese.
Che non si dica che non sono encomiabile.

La proiezione di Jiaoyou (cani randagi) di Tsai Ming Liang sembra organizzata apposta per non fare vedere il film a nessuno. Prima per la stampa in contemporanea con la prima del blasonatissimo (e pallosissimo) film di Garrel, coi sui francesismi esistenzalisti un tanto al chilo cui basta una citazione di Majakovskij per far sperticare la sala in fragorosi applausi. E la seconda, sempre per la stampa, quella a cui riesco a imbucarmi, è in una delle sale sfigate, chiamate d’essai per essere gentili. Sale piccole, difficilmente raggiungibili.

Fuori, una folla di giornalisti disperati. ”Perché sono tutti così disperati?” domando a Mariarosa Mancuso, del Foglio, irrinunciabile mentore di questi giorni difficili a Venezia.

“Perché l’ultima volta che hanno fatto uno scherzo del genere, con film proiettato a orari improbabili in sale irraggiungibili, gli hanno dato il Leone, e tutti se lo sono dovuti andare a vedere di corsa l’ultimo giorno”.

La fila è bloccata. Stavolta sembra che neanche gli accrediti di prima classe garantiscano l’entrata in sala. Così tocca industriarsi e coinvolgere un malleabile ufficio stampa che parli con le guardie all’ingresso e insomma, attraverso un complicato passaparola si riesca a superare la bolgia di cacciatori di leoni.

La sala è strapiena. Lo schermo minuscolo. Non vola una mosca. Prima inquadratura: qualche minuto di non ricordo più se un albero, un cartello stradale o una fermata del bus. Ed ecco i primi caduti. Un’intera fila di bravi cronisti lascia in massa la sala. Obiettivo: la prestigiosa festa di Ciak alla terrazza Maserati che sta avendo inizio in questo momento.

Per provare ad entrare bisognerebbe essere lì a muovere tutti i contatti, uffici stampa, produttoruccoli, ministronzi del jet set romano con qualche potere decisionale, redattori infedeli, miliardari annoiati, vecchie laide in cerca d’attenzione e d’amore.

Potrei provare a sedurre la Detassis, che è la direttrice della rivista, magari mi vuole come toy boy e mi fa entrare, penso tra me e me. E invece sono qui a vedere un film coreano, come uno stronzo. (Lo so, non è coreano, è taiwanese, ma visto che ho sbagliato e mi sono corretto solo grazie a al sito IMDB, ho deciso di essere onesto e di dichiarare al mondo che per me, come per tutti i lettori, Taiwan o Corea, non fa alcuna differenza).

Accanto a me un francese intima il silenzio ai primi starnazzi di risa che insorgono dal fondo della sala. Sembra di essere a scuola. La gente, afferrato il concetto che ogni bellissima inquadratura non durerà meno di cinque minuti l’una (e il film dura qualcosa più di due ore e mezza) inizia a scappare. È una diaspora. Sembra una nuova versione dei dieci piccoli indiani.

Fino a che non ne resterà nessuno. Mi arrivano messaggi dalla festa di Ciak. Fino a poco fa era un mortorio. Ora sta arrivando un sacco di gente desiderosa di ubriacarsi al più presto. “mi sa che non ce la faccio a farti entrare” recita il testo dell’ultimo messaggio. Il francese accanto a me annuisce a ogni cambio di scena. “me uì, me uì” non fa che blaterare.

Intendiamoci, così non pensate che sono totalmente uno zotico: ogni inquadratura è davvero bellissima. Non per finta. Capolavori emozionanti. Tagli di luce commoventi. I colori sono davvero incredibili, eleganti, spirituali, raffinati. Ma uno deve essere davvero nel mood giusto per goderseli, così, senza trama, per due ore e mezza. Bisognerebbe essere grandi amanti e consumatori di droghe sintetiche per abbandonarsi al loop contemplativo che meriterebbero queste immagini.

Dietro di me, di minuto in minuto, questo numeroso gruppo di adolescenti troppo cresciuti sta manifestando un’insofferenza crescente. L’apice lo toccano quando una di loro, truccata come una spogliarellista, fa partire un pezzo rap a tutto volume con l’Iphone.

Molti dormono. Un paio stanno pomiciando. Altri due litigano sottovoce. Questa vuole ascoltare il rap. E lo farebbe pure, non fosse che il francese (che scopro italianissimo, toscano, per la precisione) non bestemmia a un volume decisamente imbarazzante, traumatizzando la ragazza e riportando il silenzio in sala.

Un silenzio che presto si traduce in un ronzio. Poi in un concerto gutturale. È tardi, la gente dorme e russa che è un piacere. Io provo a resistere ma è impossibile. E alla fine, quando non so più chi sono, né dove, vengo svegliato da una ragazzina sorridente. “Signore, mi scusi”

È un angelo? È un regalo di compleanno?
“Ma io faccio gli anni ad aprile”, le rispondo confuso.

“No signore, è che, mi scusi, l’auricolare, mi è scivolato sotto al suo sedile e non riesco a prendermelo”.
Il film è finito. E scopro che questo gruppo di adolescenti dietro di me, che ha infastidito il toscano camuffato da francese per tutto il film, è la giuria che ha il compito di assegnare il leoncino d’oro. Tengo a precisare che sono tutte (c’è qualche maschietto, ma si sa, i maschi, a quell’età, sono troppo rincoglioniti per vincere i concorsi che li portano a diventare giurie di premi internazionali) maggiorenni.

La ragazza dell’auricolare è quella che ha fatto partire, per errore il pezzo rap. Che, mi precisa, “era un pezzo di Guè e Marra” (chiunque essi siano).
E mi racconta che si devono vedere tutti i film in concorso per assegnare il leoncino.
E questo gli è piaciuto?
Mi guarda come se fossi pazzo.
“E a lei?”

A me questa cosa che le diciottenni mi danno del lei mi fa morire di rabbia.

Improvviso un discorso molto autorevole sulla bellezza e sull’armonia delle inquadrature di Tsian Jang Pling (che non credo si chiami davvero così) guardandomi bene dal confessare la sconveniente verità che l’unica cosa che mi ricordo di questo regista vietnamita è che aveva fatto un film in cui a un certo punto qualcuno si scopava un’anguria (invece in quello in concorso quest’anno il momento topico è quando il protagonista divora un cavolo crudo dopo aver tentato di soffocarlo con un cuscino).

“Capisco, lei si che è un cinefilo”.
“Beh, modestamente…”
“Mi scusi ma adesso dobbiamo andare” ci interrompe una sua amica, altrettanto procace.

E io mi maledico. Non ho nessuna festa a cui andare. Mi toccherà avviarmi ai vaporetti e andare a letto fingendo si tratti di una mia scelta.
Comunque sfodero un bel sorriso: “già, voi siete piccole, dovrete andare a letto presto…”

“Veramente ci aspettano alla festa di Ciak, lei non viene?”.
Maledetta Detassis. Maledetti registi cambogiani. Maledetta Venezia.

“Emh, sì, adesso vedo, magari ci vediamo là”.

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