Due tsunami di portata tremenda si verdicarono su Marte quando la superficie del pianeta rosso era coperta in buona parte da oceani simili a quelli terrestri.

Le onde, alte fino a centoventi metri, si propagarono per migliaia di chilometri nell’entroterra. L’impressionante scenario accadde 3,4 miliardi di anni fa, a causa dello schianto di bolidi provenienti dallo spazio (probabilmente asteroidi, forse comete) che scavarono crateri di tenta chilometri di diametro.

Lo hanno scoperto ricercatori del Planetary Science Institute analizzando le foto della superficie marziana ripresa dai vari satelliti che orbitano il pianeta. Secondo quanto riportano gli scienziati su Nature Scientific Reports, sono state osservate evidenze geologiche che testimoniano questi cataclismi, in particolare segni lasciati dalle onde che hanno invaso la terraferma e dalle acque che dopo lo tsunami sono tornate indietro, scavando profondi canali.

“Per più di venticinque anni il fallimento nell’identificare un marcato limite di un litorale a una elevazione costante è stato considerato un enigma e una prova che contraddice l’ipotesi che tre miliardi e mezzo di anni fa esisteva un vasto oceano su Marte, ma la nostra scoperta risolve il problema: i detriti trasportati dagli tsunami hanno ridistribuito a varie altitudini le tracce della battigia oceanica” dice Alexis Palmero Rodriguez.

Sulla Terra, a causa delle modifiche topografiche apportate dai fenomeni geologici che continuamente rimodellano la superficie, le tracce di antichi tsunami sono difficili da individuare. Marte invece, che è rimasto statico per miliardi di anni, conserva ancora le vestigia di quegli eventi.

“Gli tsunami si sono verificati a tre milioni di anni di distanza l’uno dall’altro” continua Rodriguez “ma nel frattempo il clima marziano era mutato, con un drastico abbassamento della temperatura: il secondo maremoto ha infatti smosso detriti di acqua ghiacciata, perché l’oceano era semicongelato”.

Lo studio diretto di campioni di questo materiale tramite future missioni con rover automatizzati sarà di fondamentale importanza perché conservano ancora resti dell’acqua salata degli antichi oceani marziani. Analizzarli permetterà di conoscere qual era la loro composizione.

“Questi detriti sono un target primario per gli astrobiologi: infatti anche se freddo e parzialmente gelato l’oceano di Marte era probabilmente abbastanza salato per farlo restare allo stato liquido ancora per decine di milioni di anni. Sulla Terra ambienti con simili condizioni estreme sono tuttavia abitabili” conclude lo scienziato.

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