A distanza di tre anni, Giovanni Legnini, vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, torna a Panorama d’Italia. Di nuovo in Sicilia, a Ragusa ospite del direttore di Panorama Giorgio Mulè sul palco di un luogo non casuale, una sala intitolata alla memoria di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, a 25 anni dalle stragi di Capaci e Via d’Amelio.

“Partiamo proprio da qui - esordisce Mulè - da un’iniziativa molto importante del Csm, la desecretazione di alcuni atti e fascicoli che riguardano il lavoro e la vita dei due magistrati uccisi dalla Mafia”

Legnini indica le due ragioni che hanno condotto alla decisione: “Andare oltre il mero rituale e fare autocrita per il fatto che all’epoca non fummo capaci di comprendere in tempo e appieno lo straordinario valore dell’impegno, delle capacità investigative, delle idee dei due colleghi scomparsi”.

Dalla memoria delle pagine tanto drammatiche e intense a un presente anche geograficamente molto vicino: è così che Legnini e Mulè esprimono la loro solidarietà nei confronti di Paolo Borrometi, giornalista di Siracusa oggetto di continue minacce nell’esercizio della propria lotta professionale alla mafia e segnalano un fatto positivo di qualche giorno fa, l’arresto di uno dei principali autori delle ultime intimidazioni ricevute.

416 bis al bivio

Restando nel tema, peraltro, il vicepresidente è reduce dagli Stati Generali per la lotta alle mafie dove ha lanciato un’idea che ha trovato non poche resistenze in varie procure: fare "un tagliando" al 416 bis per i reati di associazione mafiosa, senza sconfessare il modello di successo che la normativa rappresenta. “Le mafie cambiano, utilizzano strumenti sempre più sofisticati, soprattutto in ambito economico-finanziario (corruzione, riciclaggio e via dicendo), e pertanto è necessario sottoporre l'articolo a un processo di adeguamento”, spiega.

Purché, su alcune materie, tra cui il concorso esterno in associazione mafiosa, interviene il direttore, non si finisca per degenerare in una sorta di bulimia legislativa. “Il rischio c’è, perché un conto è registrare anche in sede normativa i mutamenti, un altro è estendere le norme antimafia a settori della vita economica che non sono riconducibili alla mafia” concorda Legnini.

Tempo di bilanci

Ai vertici del Csm dal 2014, Legnini si avvia verso la fine del suo mandato e, inevitabilmente, è momento di fare bilanci: “Quanto ritiene di essere riuscito a indirizzare un cambiamento della magistratura, a incidere in un corpo sì indipendente ma troppo spesso conservativo e ostativo?”, gli chiede Mulè.

“È stata una consiliatura di cambiamento e di riforme, sia interne che con effetti ‘esterni’ - risponde Legnini - e sono molto soddisfatto per essere riuscito ad avviare una svolta culturale. Mi riferisco, per esempio, all’ultima circolare che infrange il tabù dei criteri di priorità, cioè l’aver dato ai procuratori la facoltà di stabilire a quali procedimenti o categorie di procedimenti dare importanza. In quanto a 'quel che sarà di me', non so davvero che cosa farò alla fine del mio mandato. Non escludo di tornare a fare l’avvocato, ma se dovesse essere non sarà nella mia terra (l’Abruzzo, ndr)”.

Intercettazioni, un passo avanti

Altro tema caldo, quello delle intercettazioni, oggetto di dibattito da più di 20 anni senza che ancora si sia trovato il bandolo della matassa.

Intervenire assume oggi più che mai caratteri di urgenza e, attualmente al centro della discussione c’è la proposta del decreto delegato del ministro Orlando approvato dal Consiglio dei ministri e ora all'esame consultivo delle commissioni. “Non ritengo che quel complesso di norme costituisca un sistema che limita la libertà di stampa, penso anche che possano aiutare a utilizzare meglio lo strumento e a regolare, operazione difficilissima, il contemperamento di più diritti egualmente rilevanti”, dichiara il vicepresidente del Csm in riferimento al diritto alla riservatezza, alla libertà di stampa, al diritto all'informazione, e anche al diritto-dovere delle autorità giudiziarie di utilizzare le intercettazioni. “Vedremo quale sarà il testo finale - aggiunge -. Intanto mi ha colpito il fatto che sulla proposta Orlando vi siano state reazioni di segno opposto. C'e' chi ha gridato al bavaglio per la stampa e chi ha detto che sono norme che non cambiano molto il quadro. La verità probabilmente sta nel mezzo, ma io lo considero comunque un passo avanti“.

La legislatura, ormai è assodato, si avvia verso la sua conclusione e una delle leggi che difficilmente riusciranno a essere approvate prima di allora è quella che regola l’accesso ai magistrati in politica, riflette Mulè. “Mi auguro che il Parlamento approvi al più presto un complesso di norme che disciplini in modo chiaro, netto, comprensibile ai cittadini la regolamentazione dell'accesso dei magistrati in politica”, spiega Legnini.

"Il testo in discussione non è un granché, soprattutto per la parte che riguarda il reingresso alla carica dopo un’esperienza politica o di governo. Su questo, la mia posizione è chiara e netta, cioè penso che, in tal caso, non sia opportuno un ritorno. Potrà, però, sempre individuare altri ruoli nella pubblica amministrazione o nella dirigenza del ministero, per esempio”.

Ridurre la durata dei processi, un fatto culturale

Si arriva poi a parlare dei tempi del processo, esageratamente lunghi nel nostro Paese, spesso fino al punto da produrre effetti incredibilmente deleteri nella vita dei soggetti interessati.

Legnini condivide in pieno la gravità del problema e individua nella messa in atto di un’operazione culturale l’unico modo per ridurre in maniera ragionevole la durata dei procedimenti. “Fino ad allora - dice - non potremmo dire di aver raggiunto un sufficiente grado di civiltà giuridica”.

L'importanza delle superprocure

In maniera circolare, la conversazione ritorna al punto di partenza in riferimento a Falcone e Borsellino e alle loro battglie sulla necessità di avere una magistratura sempre più specializzata.

In questo caso però il contesto è quello della tutela del risparmio, altro tema di grande attualità, e il riferimento è all’ipotesi di una superprocura per le banche. “Sono molto favorevole, perché quando si tratta di questioni molto complesse da risolvere, se vogliamo la certezza che ciò avvenga con la massima competenza possibile, occorre concentrare le competenze presso le procure distrettuali, laddove sarebbe possibile creare gruppi e sezioni specializzate. E non solo per i reati riconducibili al mondo dell’economia e della finanza, ma anche in altri casi, come per gli eventi catastrofici”.

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