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Pedro Sánchez e il modello Albania: così la sinistra spagnola copia la linea italiana sui migranti

Pedro Sánchez e il modello Albania: così la sinistra spagnola copia la linea italiana sui migranti

Il leader spagnolo Pedro Sánchez apre centri di detenzione in Mauritania, mentre in Svezia e Germania i sistemi di welfare rischiano il collasso fiscale.

Pensando a Pedro Sánchez, il leader spagnolo, preso a modello da Elly Schlein, la segretaria del Pd che due anni fa disse «la Meloni toglie le sim card ai migranti», viene in mente uno dei celebri aforismi di Winston Churchill (è scomparso 61 anni fa e il mondo non pare migliorato): «I socialisti sono come Cristoforo Colombo: partono senza sapere dove vanno. Quando arrivano non sanno dove sono. Tutto questo con i soldi degli altri». A Sánchez che Colombo usò i soldi degli altri lo ricorda la colonna di plaza Cristobal Colón di Barcellona. Perché partire da lui per occuparsi di migranti? Perché è la dimostrazione dell’ipocrisia che c’è, in tutta Europa e in Italia particolarmente, su questa emergenza.

Lui apre i centri di detenzione e allo stesso tempo per farsi bello dà la cittadinanza a mezzo milione di “irregolari”. Mentre in Italia sinistra e giudici fanno il diavolo a quattro contro il Cpr che l’esecutivo ha creato grazie a un accordo che piace tanto all’Europa, con Edi Rama in Albania, l’autoproclamatosi leader maximo della sinistra mondiale copia e ha inaugurato in Mauritania due centri di detenzione dove rinchiude i migranti.

Pedro Sánchez e il modello Albania che piace alla sinistra spagnola

Si è però incrinato il muro di omertà costruito sul luogo comune che recita «l’Europa invecchia, i migranti ci servono e ci pagheranno le pensioni». Le cifre – quelle poche che si riescono a reperire oltre la cortina del conformismo buonista – dimostrano l’esatto contrario: il sistema di welfare europeo è messo in crisi proprio dai migranti.

La dimostrazione viene dalla Svezia dove Ulf Kristersson, primo ministro e già al dicastero economico, ha deciso di offrire fino a 34 mila dollari a ciascun migrante che accetti di tornarsene a casa sua. Dice il ministro delle Immigrazioni scandinavo Johan Forssell: «Non possiamo più permettercelo, dobbiamo cambiare strada». La Svezia, su 11 milioni di abitanti, ha il 20% di immigrati con mezzo milione di sussidi di disoccupazione pari a 1.100 euro al mese da erogare.

Friedrich Merz – cancelliere tedesco – ha dato un brusco stop ai ricongiungimenti familiari e ha interrotto ogni finanziamento alle Ong. Il perché lo ha spiegato il ministro degli Interni Alexander Dobrindt: «La capacità dei nostri sistemi sociali ha i suoi limiti, così come quella dei nostri sistemi educativi. Pure il nostro mercato immobiliare ha i suoi limiti e perciò anche l’immigrazione in Germania deve avere dei limiti».

Dalla Germania al Giappone: i limiti economici dell’accoglienza

A Berlino è stato coniato un nuovo termine: “imminflazione”. Che significa che ci sono troppi migranti, ma anche che l’eccesso di sussidi genera inflazione, che per i tedeschi è una piaga biblica. Su questo sono ormai concordi tutti i Paesi europei.

L’Ue è passata da circa 10 miliardi di euro spesi per gli stranieri nel precedente bilancio, a 22,7 miliardi di euro nel bilancio che si esaurisce il prossimo anno. Nel 2024, ultimo dato disponibile fornito dall’Ue, i richiedenti asilo sono stati quasi 912 mila e di questi quasi il 13% ha bussato alle porte dell’Italia. Meno della metà ha avuto riconosciuto lo status di rifugiato. Gli altri sono dispersi in Europa dove sono già presenti quasi sette milioni di ucraini in fuga dalla guerra. Un peso difficilmente sostenibile.

Il nuovo patto (approvato dall’Eurocamera due anni fa) si concentra sui respingimenti, i rimpatri veloci e di fatto sposa la linea italiana di accordi con Paesi terzi pronti ad accogliere i centri per il rimpatrio.

L’Europa cerca in tutti i modi di svuotarsi di migranti. Nell’ultimo anno l’Europa ne ha espulsi quasi 133 mila. E si tenta anche di copiare il modello giapponese che fa leva sull’Intelligenza artificiale. Obbedendo al mantra «invecchiamo, ci servono braccia» il Giappone si è riempito di 4,2 milioni di immigrati che sono però solo il 3,4% della popolazione (in Italia siamo al 10%: quasi 6 milioni su 59 milioni). Il governo di Sanae Takaichi ha lanciato lo slogan “japanese first”, prima i giapponesi: stretta alle frontiere, rimpatri e ricorso all’intelligenza artificiale. Takahiro Anno, giovane ingegnere informatico – ha fondato un partito ultranazionalista che al debutto ha conquistato otto deputati – ha proposto di ovviare alla dipendenza della manodopera straniera a bassa qualificazione con il massiccio uso di Intelligenza artificiale e con una politica di braccia aperte ai talenti.

I conti di Itinerari previdenziali e il bilancio Inps

Approccio impossibile in Italia, dove si continua a sostenere che i migranti ci pagheranno le pensioni. L’ultimo rapporto di Itinerari previdenziali, però, evidenzia che su 4,6 milioni di immigrati abili al lavoro, soltanto 3,4 milioni effettivamente hanno un’occupazione e si fa notare che i pensionati sono raddoppiati in dieci anni. L’11% degli soggetti regolari. Inoltre, la quasi totalità degli stranieri di casa nostra sta sotto i 17 mila euro di reddito lordo e di fatto non paga l’Irpef e usufruisce di tutti i bonus sociali e sul mezzo milione di pensionati il 45% non ha versato contributi.

Uno studio recente su quanto pesano i migranti sul welfare, in realtà, non c’è. Ma nel 2017 Majlinda Joxhe e Skerdilajda Zanaj – ricercatori immigrati che lavorano con Eurostat – nel loro Measuring Fiscal Effects of Immigration in Europe avevano notato che nei 27 Paesi dell’Unione in media la posizione fiscale netta dei migranti regolari – cioè la differenza tra quanto pagano in tasse e contributi e quanto ricevono in welfare – era pari a 104 euro a testa al mese per ogni extracomunitario e a 82 euro per ogni comunitario.

Tornando in Italia, le cifre delle Ong dicono che il saldo fiscale dei migranti per il 2024 è pari a 4,6 miliardi tenendo conto che versano 39,1 miliardi e ricevono 34,5 miliardi di beneficio. Cifre che se proiettate sul lungo termine ci dicono che i migranti non versano abbastanza per pagarsi le pensioni di domani. E vanno inseriti anche altri numeri. Il primo è sulle spese assistenziali: ne assorbono il 22% (1,3 miliardi su 5,9 complessivi).

Bisogna considerare che lo Stato spensde circa 7.500 euro per ogni studente all’anno e che la spesa sanitaria per i migranti è in forte ascesa. I dati sono confermati dall’Osservatorio Inps: nel 2024 sono stati rilevati 4.611.267 cittadini stranieri negli archivi dell’Istituto di previdenza italiano guidato da Gabriele Fava. Di questi, 3.980.609 persone sono attive nel mercato del lavoro e 252.013 persone percepiscono prestazioni a sostegno del reddito (disoccupazione, mobilità).

Vi sono poi altri “pesi”. Complessivamente lo Stato spende 4,8 miliardi per la gestione dei migranti in arrivo. Solo per i minori non accompagnati che sono poco più 18 mila, Roma versa una media di 120 euro al giorno per 789 milioni di euro all’anno. A cui si sommano circa 400 milioni di parcelle che le casse pubbliche coprono per gratuiti patrocini e assistenza legale. E questo spiega perché ogni volta che si propone un respingimento s’instaurino cause e ricorsi.

Limitandoci al solo Cpr di Gjader in Albania, su 495 immigrati mandati là dall’Italia, due terzi ce li siamo dovuti riprendere. A conti fatti ogni anno spendiamo 7,3 miliardi che si sommano agli 8,6 miliardi di rimesse che i migranti regolari hanno fatto all’estero. A quel margine di contribuzione di chi è a norma per 4,6 miliardi vanno sottratte spese dello Stato per 7,3 miliardi e gli 8,6 miliardi di valore esportato che fa uno sbilancio dell’immigrazione per oltre 12 miliardi di euro all’anno.

Per avere una visione prospettica bisogna rifarsi ancora a Itinerari previdenziali. Come Paese, scrivono nel rapporto, «siamo esportatori netti di forza lavoro qualificata, mentre importiamo manodopera con competenze e livelli d’istruzione molto diversi da quelli italiani con ricadute negative salariali e di sviluppo della produttività».

Chi enfatizza i 177 miliardi di valore aggiunto prodotti dai migranti, non considera che questi lavoratori sono spesso un fattore negativo di produttività e incidono sull’abbassamento delle retribuzioni. E sempre Itinerari previdenziali quasi profetizza: «Analizzando la serie storica dal 2015 si rileva che il numero di lavoratori e di percettori di sostegno al reddito è aumentato a un tasso medio annuo del 2,6%; il numero di pensionati cresce del 6,4% medio annuo e in dieci anni sono quasi raddoppiati (più 86,4%)». La conclusione? Con tutta probabilità pagheremo loro le pensioni.

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