Sergio Luciano

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In un mondo che sta avviandosi ad avere più sensori che esseri umani, stare al passo con la tecnologia è la sfida di tutti. Una sfida irrinunciabile se si è imprenditori e manager: con questa premessa una sessantina di “colletti bianchi” dell’imprenditoria napoletana, compreso un nutrito gruppo di sviluppatori, ha aderito all’invito di IBM: parlare di cloud, di intelligenza aumentata, di Internet delle cose per capire dove sta andando il futuro: “Il nostro claim oggi è, non a caso ‘Mettiamo in azione l’intelligenza’”, dice Erminia Nicoletti, responsabile marketing cloud di Ibm Italia, “perchè tutti abbiamo bisogno di fare sistema sull’intelligenza, attingendo alle tecnologie che ce lo consentono”.

E regala un piccolo-grande scoop alla platea, che cioè la corporation ha consentito all’importante “country” italiana di realizzare un video divulgativo e promozionale in lingua italiana, proprio per il successo che sta riscuotendo sul mercato la specificità del nostro Paese in fatto di innovazione.

“È importante capire perché occorre l’intelligenza aumentata”, esordisce Walter Aglietti, capo dei laboratori software di Ibm. “La spiegazione è lampante: i dati proliferano attorno a noi, e la capacità interna di calcolo di un’azienda, in genere, non riesce a star dietro ai dati, chiunque possa essere assunto. La capacità umana di seguire i dati è lineare, la crescita dell’afflusso dei dati è esponenziale. Come risolvere il problema? Utilizzando l’intelligenza aumentata”.

Già: ma dialogare con i super computer non è una cosa alla portata di tutti. Occorre che gli esperti di un business lavorino fianco a fianco con i data scientist, aiutandoli a formulare le domande giuste ai sistemi di intelligenza aumentata sulla base dei dati raccolti.

L’innovazione che funziona e crea valore si nutre di dati ma anche della conoscenza del business. Una conoscenza alla quale l’intelligenza aumentata applica i suoi poderosi algoritmi. “Un bravissimo data scientist”, osserva Aglietti, “quando esce dall’università non conosce i problemi di tutti i settori economici. E se viene lasciato solo a fare ricerca sui dati può anche fornire risposte a domande improprie. Se invece il data scientist viene inserito all’interno di un contesto aziendale virtuoso, dove qualcuno, esperto del suo business, gli pone le domande giuste, allora le risposte possono essere potentissime”.

Ma allora perché le aziende non si sono ancora buttate a pesce nell’intelligenza aumentata? “Per vari motivi”, spiega Aglietti. “A volte perché i dati su cui applicarla ci sono, ma sono compartimentati, e quindi indisponibili. Altre volte per una questione di governance, soprattutto dopo le nuove direttive sulla privacy. Questo spesso conduce a far lavorare i data scientist come chiusi in monadi che non dialogano con l’azienda vera. Questo isolamento del data scientist è il problema da risolvere”.

Per chi riesce a risolverlo, le opportunità che si aprono sono veramente infinite. “Soprattutto opportunità di business”, osserva ancora Aglietti: “Che sono tanto più efficaci quanto più nascono da idee precise”.

E a loro volta, dove nascono le idee? A volte anche nei garage, come quelli – mitici – che hanno costellato la grande fioritura della Silicon Valley e ai quali Ibm si ispira oggi per declinare anche verso il mondo degli sviluppatori oltre che delle piccole imprese e delle start-up le straordinarie capacità di calcolo di Watson, come viene chiamato il super computer dell’intelligenza aumentata creato dal colosso americano. “Watson comprende il linguaggio come un essere umano: vede, sente, capisce, parla. E con queste capacità ha una versatilità incredibile. C’è chi lo usa per realizzare le applicazioni con cui i call-center cominciano a far parlare al telefono clienti umani con macchine senza che i primi si accorgano di essere al telefono con un robot. Sistemi così sofisticati da percepire, anche attraverso il tono di voce, in che momento la conversazione sta trascendendo e, solo a quel punto, trasferirla ad un operatore in carne e ossa”.

Ma Watson sviluppa anche sistemi visivi intelligenti al punto che, applicati alla mobilità, riescono a distinguere in un viaggio stradale una buca asciutta da una con acqua, una pozzanghera. O riesce a distinguere un’ammaccatura da una lacerazione in una lamiera d’auto, o un paraurti staccato, e a scremare così i referti dei sinistri automobilistici per gli assicuratori. “E dunque se avete poco tempo per riparare la vostra auto, con Watson quando la portate in officina sapete di essere attesi da un carrozziere già informato sulla riparazione che dovrà fare. E risolverete in mezza giornata un problema che un tempo avrebbe comportato un fermo macchina di tre giorni”.

“Ma il bello di Watson è che impara”, sottolinea Walter Aglietti: “Si può insegnargli a fare delle cose nuove, ed una volta che glielo si è insegnato lui va oltre e impara anche da solo”. Un partner di Ibm usa Watson per scremare il materiale ferroso che introduce in un altoforno distinguendolo per forma e caratteristiche minerali, un agricoltore ha fatto volare un drone sui suoi campi di patate per rilevare e mappare la presenza di un parassita, la dorifera, e irrorare le colture di anticrittogamico solo nella misura e nelle aree interessate, con risparmio di tempo e denaro e riduzione dell’inquinamento chimico”.

Certo, una super-intelligenza del genere fa un po’ paura, soprattutto a chi teme di spossessarsi, utilizzandola, del controllo dei suoi dati. Ma qui scatta la policy” di Ibm, che garantisce contrattualmente a partner e clienti che “nulla di quel che viene inserito nel cloud Ibm può essere in alcun modo riutilizzato da Watson. Perché mai, a nessun titolo, utilizziamo i dati né i modelli per altro scopo che non sia quello affidatoci dal cliente”.

Infine, una bella testimonianza del rapporto profondo che lega Ibm con l’ecosistema digitale di Napoli. L’ha portata Paolo Maresca, docente dell’Università statale Federico Secondo, e coordinatore della “Italian cognitive computing community”, che organizzerà corsi di cognitive computing sin dal prossimo semestre.

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