La (in)comprensibile strategia di Salvini

Viene il sospetto che il leader della Lega non voglia che il centrodestra vinca le elezioni: troppi veti a ogni mossa per allargare la coalizione

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Matteo Salvini, Koblenz, Germania, 12 gennaio 2017 – Credits: ROBERTO PFEIL/AFP/Getty Images

Keyser Soze

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Ormai è un interrogativo diffuso: Matteo Salvini queste elezioni vuole vincerle, o no?

Il dubbio sta venendo a molti, determinato dai rinvii, i continui stop and go, le polemiche, i notai che tira in ballo il leader della Lega sulla strada dell'intesa con le altre forze del centrodestra.

"Forse è solo una sensazione" confida Rocco Palese, deputato azzurro, "ma sembra quasi che Salvini sia più impegnato nella competizione con Forza Italia, che non in quella contro grillini e Pd.

Magari si è messo in testa che oggi la vittoria del centrodestra, sarebbe considerata una vittoria di Silvio Berlusconi e allora preferisce aspettare il prossimo turno".

Ragionamenti che tornano anche sulla bocca di una vecchia volpe democristiana come Gianfranco Rotondi: "In 20 anni di bipolarismo" spiega "non è mai avvenuto che uno dei poli vincesse due elezioni di seguito. Per cui è probabile che Salvini non si accontenti di fare il vicepremier o il ministro dell'Interno di un ipotetico governo di centrodestra, ma punti a fare il presidente del Consiglio con una tabella di marcia diversa: nelle elezioni di marzo vuole portare a casa un seggio in più di FI; e nelle politiche successive, che potrebbero esserci anche solo dopo sei mesi, presentarsi come candidato premier.

Se questo schema può mettere a repentaglio la vittoria di oggi del centrodestra gli importa poco".

Probabilmente si tratta solo di congetture, ma è anche vero che i comportamenti di Salvini contribuiscono non poco ad alimentare ipotesi del genere. E i dubbi si fanno amletici se si pensa che nell'ultimo sondaggio di Alessandra Ghisleri la coalizione ha superato il muro del 40 per cento.

Già, anche se la strategia di Berlusconi appare pagante, il leader leghista continua a porre veti a più non posso sulle alleanze con cui il Cav sta tentando di allargare la coalizione.

Atteggiamento incomprensibile, specie se si tiene conto che in passato il centrodestra ha perso elezioni per soli 20 mila voti.

Un "no"a tutti i potenziali alleati di FI, a cui corrispondono, invece,i baci e gli abbracci che Salvini riserva agli ex An come Gianni Alemanno e Francesco Storace che si sono candidati ad entrare nelle file leghiste.

A rendere ancora più surreale la situazione, è un altro dato: il costo che il Cav è riuscito a strappare per allargare il centrodestra sul versante moderato, è davvero a prezzi di saldo.

Per esempio, a quanto si dice, quell'aggregazione che va sotto il nome di "quarta gamba" potrà contare solo su un collegio uninominale per ciascuno dei sette leader dei movimenti che la compongono. In sintesi: uno per Saverio Romano in Sicilia; uno per Enrico Costa in Piemonte; uno per Raffaele Fitto in Puglia; uno per Flavio Tosi in Veneto, e così via.

Gli altri seggi scatteranno solo se questo soggetto politico raggiungerà la soglia del3 per cento. Un'intesa equa, che toglie poco al centrodestra tradizionale e gli fa guadagnare molto, visto che se la quarta gamba non centrasse l'obiettivo, i suoi voti - è quello che prevede la nuova legge elettorale - sarebbero ripartiti tra gli altri partiti del centrodestra.

Ecco perché qualche riserva sulla linea di Salvini cominciano a nutrirla anche quelli che sono l'anima di governo della Lega.
"A volte Matteo", è la frase sfuggita al governatore lombardo, Roberto Maroni, "non lo capisco proprio".

Per saperne di più

Questo articolo è stato pubblicato su Panorama del 21 dicembre 2017.

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