Politica

E la stampa lancia "l'allarme razzismo" in Italia

L'editoriale del direttore di Panorama, Maurizio Belpietro, che analizza il comportamento di una certa stampa sulla questione razzismo e migranti

razzismo migranti Italia

Maurizio Belpietro

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Ma gli italiani sono davvero razzisti? A dare retta ad alcuni giornali si direbbe di sì. Prendete Avvenire, il quotidiano dei vescovi (e degli italiani, visto che è finanziato con soldi pubblici). La scorsa settimana il suo direttore, Marco Tarquinio, rispondendo a una lettrice che metteva sullo stesso piano gli organizzatori delle manifestazioni antirazziste e i sostenitori della legalizzazione dell’aborto, ha bacchettato la signora. «Per respingere il veleno razzista e contrastarne gli effetti nel corpo vivo della nostra società - dove propagandisti senza coscienza e senz’anima hanno ricominciato a inocularlo - e per radicare una autentica cultura della vita bisogna saper essere uniti sull’essenziale». Per il capo del giornale cattolico, mettere insieme chi scende in piazza contro il razzismo e chi legalizza l’aborto, come ha fatto la signora che gli ha scritto, è «un’orribile caricatura della realtà».

A leggere la risposta, ma anche gli articoli pubblicati dall’Avvenire, sembrerebbe dunque che il quotidiano dei vescovi sia più preoccupato della propaganda contro gli immigrati che di chi predica il diritto all’aborto come soluzione contraccettiva. Chi ama e sostiene la vita, ha scritto Tarquinio, non premedita di mettere in mano a uno straniero un foglio di via. Punto. Dunque meglio Emma Bonino di Matteo Salvini, con buona pace di quei cattolici che per anni si sono battuti per il sostegno alla vita, la difesa dei valori della famiglia, la fecondazione eterologa eccetera eccetera. Di fronte a questi temi, il razzismo viene prima. Perché se non è a favore degli immigrati, il cattolico non è un buon cattolico. Anzi, per dirla con il direttore dell’Avvenire, gli è stato inoculato il virus del razzismo.

Ma c’è anche chi va oltre Tarquinio. Prendete Vanity Fair, il settimanale chic della moda. Qualche settimana fa pubblicò un lungo servizio dedicato ai minorenni transgender. Ragazzini italiani di 9 e 12 anni messi in posa e truccati per rappresentare «gli eroi moderni» che intendono cambiare sesso. Bambini vestiti con capi firmati da bambine; bambine trasformate in bambini, naturalmente con a fianco il nome dello sponsor. Ma dopo aver rappresentato la rivoluzione sessuale che ci attende, Vanity Fair si è superato, mandando in edicola un numero tutto dedicato alla «Rivoluzione antirazzista». «Essere umani» è il titolo di copertina. «Un giornale contro il razzismo». Fotografia di Serena Williams, la tennista, commenti di attori e grandi firme. Mimmo Calopresti parla dei calabresi, i migranti di una volta. Guillermo Arriaga spiega che chi accoglie gli extracomunitari si prende le famiglie migliori, segno che quelle italiane sono peggiori. Mattia Feltri aggiunge che in fondo al pregiudizio c’è il lager, immaginando forse che in qualche angolo nascosto del nostro Paese si preparino i forni crematori. Frase finale di Martin Luther King: «Dobbiamo imparare a vivere insieme come fratelli o periremo insieme come stolti».

Il meglio però lo dà il direttore di Vanity Fair, Simone Marchetti, quello che definì i minorenni transex «eroi moderni». Parte da un quadro di Francesco Lojacono, Veduta di Palermo, che ritrae alberi di specie diverse, per fare un panegirico sulla coltivazione della coesistenza. Se possono stare insieme piante che arrivano dall’Asia, dal Messico e dal Medioriente, perché non possono coesistere persone che giungono da quegli stessi Paesi? «In Italia il razzismo è dilagante e proviene dall’alto, da molti rappresentanti, figure che lo legittimano e lo giustificano». Segue citazione degli ultimi episodi di cronaca nera, come la tentata strage di Luca Traini e quella riuscita, ma in Nuova Zelanda, di Brenton Tarrant, perché il razzismo (italiano?) «oltrepassa addirittura gli oceani». È ora di tornare a essere umani, «perché se si rinuncia al giudizio, dopo il pregiudizio c’è il lager».

E allora Vanity Fair, tra un capo firmato, un rossetto e una lingerie d’autore, che fa? Prende posizione contro il razzismo. Così riempie le pagine con «una serie di racconti, interviste e riflessioni che vogliono coltivare la coesistenza attraverso l’incontro e oltre la paura della diversità» perché, spiega Marchetti, «in mancanza di una classe politica che illumini e che faccia sognare, invece di spaventare e deludere, forse è arrivato il momento di fare una piccola rivoluzione antirazzista partendo dal basso, dai piccoli gesti quotidiani». Già, un mascara contro il razzismo.  

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