Pd, il fattore "M" (come Matteo)

Rotture, scontri, qualche insulto: così Renzi sta spezzando l'ortodossia del Pd. con lo sguardo diffidente verso Barca - i 5 errori di Bersani - tutte le anime del Pd -

Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi (Credits: Maurizio Degli Innocenti/Ansa)

Carlo Puca

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Martedì 16 aprile, ore 11.40, Transatlantico di Montecitorio: c’è una folla di deputati che si scambiano le ultime opinioni prima di entrare in aula. Sono ordinati a gruppi, a seconda dell’appartenenza: Lega, Popolo della libertà, montiani, grillini. Ogni tanto qualcuno esce dalla propria comitiva per salutare un collega del fronte opposto, con educazione, cordialità, in qualche caso persino affetto. Sospettosi, gli onorevoli del Partito democratico sono gli unici a rimanere rintanati nei loro, esclusivi, capannelli. Se ne contano 14, ma potrebbero essere 23, tanti quanti le correnti semiufficiali del Pd, alla Camera come al Senato. Ognuna fa storia a sé, secondo la più pura logica dei clan: uniti in un cartello intorno a un boss (da Romano Prodi a Pier Luigi Bersani) pur di battere un nemico comune (finora Silvio Berlusconi); ostili tra loro quando si tratta di occupare il potere. E in queste settimane, di potere da occupare ce n’è, virtualmente e materialmente, in abbondanza.

Certo, di solito i clan un accordo, seppure traballante, alla fine lo trovano. L’ortodossia di partito regge, il malanimo viene sopito e la nomenclatura (vecchia e nuova) trova il modo per perpetuare se stessa. Alla faccia, persino, dei segnali inviati dal Paese reale (qualcuno ricorda ancora che negli ultimi due anni, politiche a parte, da Milano a Napoli, da Cagliari a Palermo, l’elettorato si è sempre ribellato alla suddetta nomenclatura?). Stavolta però è diverso. Avanza nel Partito democratico una variabile potenzialmente devastante: il cosiddetto fattore M.

Matteo Renzi è un’anomalia per il Pci- Pds-Ds-Pd. Lo è anzitutto nel linguaggio (diretto), nella formazione (catto-liberale) e nel carattere (spassoso). Poi, per dirne solo qualcuna, Renzi è aberlusconiano (e non antiberlusconiano) e filoisraeliano (altro che il mito di Yasser Arafat). Rifugge Nichi Vendola, Beppe Grillo e Casini vari (Pier Ferdinando, soprattutto). Infine punta ad abolire il finanziamento pubblico ai partiti, eliminare l’ingerenza della politica nell’economia, generare un sistema politico all’americana. A maggior ragione dopo la dissoluzione del grosso dei partiti. «E Pd e Pdl, gli unici rimasti» spiega il sindaco nelle conversazioni confidenziali «sono soltanto cadaveri che camminano».

Più in generale, giusta o sbagliata che sia, la suggestione del primo cittadino di Firenze è assai chiara: ribaltare il Pd per ribaltare il Paese. O viceversa. Magari uscendo dal partito per fondarne un altro. Però «solo se mi cacceranno o negheranno le primarie aperte, decisive per allargare il campo all’elettorato moderato» ha giurato Renzi riservatamente. Chiosando: «Non tolgo il disturbo gratis».

La campagna d’armi sul capo dello Stato è stato solo il primo atto della guerra. Seguiranno quelli su governo, partito e (spera il sindaco) nuove elezioni. Ecco perché azioni e condizioni di Renzi risultano inaccettabili per lo stato maggiore democratico: disperderebbero automaticamente rendite di posizione ataviche e consolidate. Per questo Matteo è il nemico pubblico numero uno; per questo per la leadership del Pd è spuntato Fabrizio Barca, (post)comunista agli antipodi di Renzi; per questo, alla fine della fiera, le correnti costrette, anche di malavoglia, ad aggrapparsi a Bersani sono almeno 17 su 23. Nella pratica, e non a caso, il risultato immediato del fattore M è tutto in una frase di Angelo Rughetti, fedelissimo del sindaco di Firenze: «Bersani si affida solo alla vecchia guardia».

Insomma, in attesa che si manifesti presumibilmente quella politica, nel Partito democratico una scissione c’è già: è visibile nei comportamenti. A Montecitorio il capannello dei renziani è estraneo fra gli estranei. Sono deputati nuovi al Palazzo. Parlano lo stesso linguaggio del loro leader: usano il «noi» (renziani) e il «loro» (bersaniani), disprezzano «gli utili idioti grillini» e diffidano «dei Barcaioli comunisti» (da Fabrizio Barca, già valutato come «il vero competitor di Matteo, ciao Pier Luigi, ciao»). Compulsano smartphone e tablet e se li mostrano reciprocamente. L’ultimo fenomeno è quello dell’insulto via social network, anonimo sì, ma imputabile a taluni «loro». Particolarmente colpiti dagli stalker sembrano Maria Elena Boschi, David Ermini e Dario Nardella. Ma non bisogna stupirsi troppo.

Il Parlamento è diventato la scuola dell’odio democratico. Hai voglia a ripetere, come fa Enrico Letta, che «il partito ha bisogno di rimanere unito»: la lezione del livore è rapidamente pervenuta nella testa e nel cuore dei neodeputati e senatori. I quali risultano anche più aggressivi dei loro superiori. Bersani e Renzi sono arrivati a scontrarsi a mezzo stampa, appellandosi vicendevolmente quali “indecente” e “opportunista”. Ma dal gioco di sguardi feroci e di battute sottovoce si intuisce che tra bersaniani e renziani manca soltanto lo scontro fisico, peraltro sfiorato (raccontano i maligni) dalle parti del Pantheon, lunedì 15 aprile, la sera che Anna Finocchiaro ha dato del «miserabile» a Renzi (protagonisti un deputato napoletano e uno toscano).

In ogni caso, nel partito a due teste (più altre testoline ugualmente vivaci) il malanimo è una costante: «Non posso darle torto» conferma Ignazio Marino, uomo libero del Pd e candidato sindaco a Roma. Icone, loro malgrado, del male assoluto (e reciproco) sono diventati i due uomini forti dei leader alla Camera: Roberto Speranza (bersaniano, capogruppo ufficiale del Pd) e Luca Lotti (capogruppo di fatto dei renziani). Quando attraversano il Transatlantico, lo fanno per vie parallele, onde evitare che a Montecitorio si replichi Mezzogiorno di fuoco. Ché pure l’ora s’è fatta adatta.

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