Politica

Andrea Marcucci, il trasformista per la poltrona

Prodiano, poi super renziano ma anche fan di Minniti ma oggi accanto a Zingaretti. Così il senatore Pd si tiene stretta la poltrona. In attesa della prossima svolta

Marcucci-Renzi-Pd

Francesco Bonazzi

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I

n politica ci sono quelli che cambiano leader, quelli che cambiano maggioranza, quelli che cambiano premier. Poi c’è Andrea Marcucci da Barga in Garfagnana, 54 anni, capace di cambiare tutto senza battere ciglio e restando sempre nello stesso partito, ben intarsiato nella propria poltrona di presidente dei senatori del Pd. Prima prodiano, poi renziano della prima ora, quindi fan di Marco Minniti alle ultime primarie, ma sempre al suo posto con Nicola Zingaretti segretario.

Dell’amico Matteo, che ha lasciato il Pd per fondare Italia viva, ha detto: «Sbaglia». Di Giuseppe Conte, quando era presidente del Consiglio del governo gialloverde, Marcucci ha invece detto che sembrava «Alice nel paese delle meraviglie» ed era anche una reincarnazione di «mago Silvan» (con il quale in effetti «l’avvocato del popolo» condivide l’eleganza sartoriale e una certa esuberanza tricologica).

Del Conte reloaded, da quando è presidente del Consiglio del governo giallorosso, Marcucci ha invece prontamente apprezzato «l’invito a lavorare a un progetto riformatore» e il fatto che sia «una personalità autorevole e terza». E due giorni dopo aver bigiato la decima Leopolda di Renzi, ai cronisti che gli chiedevano se Conte rischi di fare la fine di Enrico Letta, il capo dei senatori piddini ha dato una risposta da brividi: «Non credo ci siano minimamente le condizioni».

Eh, «le condizioni», gioia e dolore di ogni vero politico italiota. Oggi ci sono e domani non ci sono. Giustificano tutto, «le condizioni». Chissà che condizioni c’erano nell’inverno 2013, quando Renzi telefonò a Enrico Letta e lo invitò a pranzo per stringere il seguente patto: «Chiunque di noi riceva l’incarico dal presidente Napolitano, avrà il sostegno dell’altro». Sostegno a tempo, s’intende. Il retroscena è stato raccontato dallo stesso Renzi quasi in tempo reale in un libro (Oltre la Rottamazione, Mondadori) uscito a maggio  2013. Renzi si era limitato a parlare dell’ufficio di «un senatore amico». Ovvero un altro toscano che non era Denis Verdini, il regista del Patto del Nazareno con Silvio Berlusconi, ma Andrea Marcucci (come ha svelato Federico Ferrazza sul Sole 24 ore), che dietro via Veneto ha la disponibilità di vari uffici delle aziende di famiglia.

Già, perché i Marcucci, ovvero Andrea, il fratello Paolo e la sorella Marialina, figli di Guelfo, grande imprenditore scomparso qualche anno fa, sono i Berlusconi della Garfagnana. Ancora oggi Andrea vive nella tenuta all’interno del Ciocco, la grande pineta-resort che il padre, negli anni Settanta, trasformò in un grande centro sportivo (ha ospitato i ritiri della Nazionale di calcio) e turistico, la cui gestione è stata abilmente ceduta a un colosso Usa come il gruppo Marriott.

Ma i Marcucci avevano visto giusto anche sulle tv private: ne hanno fondate un po’ nei meravigliosi anni Ottanta e la più celebre, Videomusic, l’hanno rifilata nel 1995 a Vittorio Cecchi Gori. Il cuore dell’impero, mandato avanti dal fratello Paolo, resta comunque la Kedrion, che raccoglie sangue umano da 23 centri in tutto il mondo e ne ottiene proteine a fini terapeutici. La società lucchese fattura oltre 650 milioni di euro l’anno e conta 2.450 dipendenti. Proprio alla fine del suo ultimo governo, nell’autunno 2011, Silvio Berlusconi ebbe un raro slancio antitrust e mise fine al monopolio dei Marcucci (per altro ex editori dell’Unità, e poi di Europa, il giornale della Margherita) nel campo dei farmaci emoderivati. In realtà, a distanza di tanti anni, manca ancora qualche decreto attuativo.

Nel frattempo, fin da giovane, il rampollo Andrea si è impegnato in politica. Ha cominciato con il Pli di Renato Altissimo, proprio mentre il padre Guelfo era impegnato in una durissima battaglia giudiziaria per il sequestro del Ciocco, accusato di abusivismo edilizio (battaglia vinta pienamente a metà anni Novanta), e a difendere l’azienda degli emoderivati dagli appetiti delle multinazionali Usa. Andrea si fa le ossa come assessore alla Scuola della provincia di Lucca, a soli 25 anni. Nel 1992, a 27, è uno dei più giovani deputati nella storia del Pli: eletto nel collegio di Pisa, spende ben 505 milioni di lire per approdare in Parlamento. Nella legislatura poi travolta da Mani pulite, passa agli annali per essere stato il relatore di un’illuminata riforma del tempo libero che alla fine si concretizzava nell’apertura di 11 nuovi casinò.

Anche il giovane Marcucci se l’è dovuta vedere con Antonio Di Pietro, quando, nel 1993, gli contestano di aver dato 70 milioni di lire al ministro della Sanità Francesco De Lorenzo, come raccontato dallo stesso politico liberale. Marcucci non fa una piega e nell’interrogatorio del 24 giugno 1993 sostiene che sono denari donati liberamente, «il contributo di un privato cittadino al proprio partito». Liberale mica per nulla. Delle eventuali marachelle del «privato cittadino» Marcucci si perdono le tracce per anni. Ma il 21 dicembre 1999, il tribunale di Napoli accoglie la richiesta di prescrizione presentata dai suoi legali, visto che i fatti a lui contestati si fermavano al 1991, aveva risarcito il danno e aveva ottenuto le attenuanti generiche.

Ma di Marcucci è giusto raccontare anche particolari più divertenti, come la passione per gli spostamenti in elicottero, che mette volentieri a disposizione degli amici. Ne sa qualcosa l’ex deputato di Rifondazione comunista Francesco Speranza, che nel 1992 accusò il collega Vittorio Sgarbi di aver usato un elicottero della Protezione civile per andare a Montecatini Terme in una tv locale. Si beccò una sanguinosa querela del critico d’arte perché la «Protezione civile» in questione era quella del giovane Andrea Marcucci e del suo parco velivoli. Del resto, nel privato, è un tipo generoso e sa anche come gestire la notevole ospitalità al Ciocco e le virtù di padrona di casa della moglie Marianna, che in caso di ulteriore carriera è descritta dalle amiche come perfetta First lady, nel senso di dedizione totale alla causa.

Di Renzi è amico da sempre, fin dalla prima Leopolda di dieci anni fa. Ma all’ultima, com’è noto, non è potuto andare. Tutti mormorano che sia rimasto nel Pd a fare il capogruppo a Palazzo Madama per marcare Zingaretti, in attesa del «rompete le righe» renziano, ma si tratta di sospetti ingenerosi. Del resto, se ha detto che la scissione «è uno sbaglio», Renzi ha risposto con parole dolci: «Io e Andrea restiamo amici». Ci mancherebbe.

Marcucci ha fatto persino il sottosegretario alla Cultura (nel governo Prodi del 1996) perché in fondo è geneticamente nato per stare al governo, come certi industriali. E quando stava per lasciare la guida del gruppo Pd, dopo la scissione di Italia viva, lo hanno fermato l’affetto dei colleghi, capitanati da Gianni Pittella, ovvero il Marcucci della Lucania. Però va detto che il governo gialloverde gli piaceva poco. In 14 mesi ha definito Conte, «premier a sua insaputa» (22 maggio 2018), «un premier degradato al ruolo di portavoce» (21 maggio 2018), «tutto chiacchiere e distintivo» (5 giugno 2018). Poi  ha lanciato l’hashtag #contenonconta dopo la crisi della nave Diciotti (settembre 2018) e sui conti gli ha dato anche del «mago Silvan» (19 dicembre 2018), mentre la scorsa estate lo ha paragonato ad «Alice nel paese delle meraviglie» (21 giugno 2019). Quando il Marcucci già si preparava all’accostamento seguente, qualcosa tipo Pinocchio, ecco che quello fa il governo con il Pd e a lui tocca dire cose così: «È una personalità autorevole e terza», «In quella banda di sciagurati aveva un atteggiamento istituzionale sopra il livello medio», fino al meraviglioso «Conte lo abbiamo sempre rispettato» (27 agosto). Che sia lui il vero maestro di Renzi? 

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