Esteri

Strage in Tunisia: le parole del padre dell'attentatore

Abbiamo trovato in facebook quanto dichiarato dal disperato genitore di Seifeddine Rezgui alla polizia. Incluso l'invito a denunciare i figli terroristi

Nadia Francalacci

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"Tutti possono avere un figlio terrorista. Denunciatelo". Il padre di Seifeddine Rezgui, il terrorista autore della strage sulla spiaggia di Sousse prima di essere a sua volta ucciso dalla polizia tunisina, è un uomo distrutto: aveva un figlio terrorista e non se ne era accorto. E quindi non l’aveva denunciato. E’ questo il suo più grande dolore. Un dolore tanto profondo che ora gli fa desiderare di morire: l'ha confessato anche agli investigatori che lo hanno fermato e ascoltato subito dopo l'attentato.

Non si stanca di ripetere la sua esortazione, il padre di Seifeddine, che ora ricorda di essere rimasto sorpreso solo in un'occasione da un’affermazione fatta proprio dal figlio sulla strage al museo del Bardo: "Se lo meritavano". Una frase dura, ma che l'uomo non avrebbe mai ricondotto al suo progetto di voler sterminare gli occidentali, come poi avvenuto tra gli ombrelloni del resort. 

Panorama.it è riuscito a trovare in un profilo facebook una parte delle dichiarazioni rese dal padre dell’attentatore: la traduzione è di Hassen Chebbi, tunisino, professore di lingua araba.

Dichiarazioni padre di saif

Dichiarazioni padre di Saif, un attentatore di Sousse – Credits: Facebook

Un ragazzo tranquillo. "Seifeddine era un tipo tranquillo, non avrebbe ucciso nemmeno una mosca... Non litigava con nessuno da cinque anni. Dopo aver iniziato a recitare le 5 preghiere giornaliere, era diventato assiduo nella preghiera... a volte si faceva crescere la barba, a volta se la tagliava… a volte si metteva il camicione, altre no... Si era diplomato ripetendo due volte la quinta, poi si è iscritto all’Università e studiava normalmente, noi eravamo contenti per lui...".

Sei mesi di buio. "Da sei mesi aveva iniziato ad assentarsi per lunghi periodi, e quando era a casa teneva la TV spenta e non parlava con noi anche per 3 o 4 giorni di seguito, anche se aveva l’abitudine di chiamare sua madre tutti i giorni… Lo scorso inverno ci aveva detto di voler interrompere gli studi, quindi non ci diede sue notizie per un mese prima di tornare a studiare normalmente…".

Il sospetto. "Per la verità, mi venne un sospetto una volta sola. Quando ci fu quell'atto terroristico al Museo del Bardo, disse: 'Se lo meritavano'. Gli chiesi 'Perché' e mi rispose 'Sono infedeli'. Mi fermai lì, poi non abbiamo parlato più di niente … Magari mi fossi dato da fare, avessi fatto qualcosa di più...".

La sepoltura negata. "Quando ci hanno restituito la salma per seppellirla, la gente ci ha impedito di entrare al cimitero… Dopo ore di attesa sotto il sole, alla fine l’abbiamo sotterrato fuori dal cimitero e nessuno ha pregato per lui. Mio figlio nella sua vita è stato un criminale ed è morto come un infedele".

La disperazione. "Oggi non ho il coraggio di incontrare la gente… Voglio morire il prima possibile. Voglio che Dio mi faccia scontare la colpa di aver avuto un figlio che è arrivato a quel punto… Non riesco nemmeno più a pregare, mi vergogno di me stesso... Se pensi che tuo figlio possa essere un terrorista, denuncialo prima che sia troppo tardi!".

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