Sirte, l'Isis resiste all'avanzata dell'esercito libico

Nonostante l'assedio e il supporto aereo internazionale, gli uomini di Al Baghdadi continuano a contrattaccare nella città portuale libica

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Membri dell'esercito governativo libico in azione contro le roccaforti dell'Isis in Libia - 14 agosto 2016 – Credits: MAHMUD TURKIA/AFP/Getty Images

Luciano Tirinnanzi

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Per Lookout news

Domenica 2 ottobre a Sirte, tra il quartiere di Sawawa e il porto, le forze libiche di Misurata hanno perso almeno otto uomini per mano degli ultimi miliziani dello Stato Islamico che combattono ancora in città.

 La notizia ha avuto meno risalto rispetto alla contestuale uccisione del fotoreporter olandese Jeroen Oerlemans, centrato da un cecchino nei combattimenti sulla collina di Water Tank, dov’è in corso da settimane l’operazione Al-Bunyan Al-Marsoos (“Solida struttura”).

 Nondimeno, gli scontri e le imboscate giornaliere dimostrano come le ultime sacche di resistenza dello Stato Islamico a Sirte riescano ancora a far fronte all’avanzata del braccio armato del governo tripolino, che non riesce a schiacciare definitivamente gli uomini di Al Baghdadi, nonostante due mesi di assedio e nonostante il supporto aereo della coalizione internazionale: solo dal primo agosto a oggi, gli americani hanno concentrato sopra le roccaforti del Califfato ben 177 incursioni aeree, all’interno della cornice dell’operazione Odyssey Lightning.

 In questo lasso di tempo, i misuratini hanno già perso 550 uomini e continuano ancora a subire perdite pesanti per mano degli uomini dell’ISIS. Come accaduto domenica, quando un gruppo di miliziani, apparentemente sbucato dal deserto appositamente per l’incursione, ha inferto un duro colpo d’immagine al braccio armato di Tripoli, sconfessando i toni trionfalistici delle settimane precedenti, in cui Misurata affermava di aver cacciato l’ISIS dalla Libia. Secondo una fonte militare libica, al momento “i combattenti di Daesh (ISIS, ndr) che si trovano ancora asserragliati a Sirte sono circa 180, di cui 37 feriti e altri 22 con braccia o gambe amputate dopo avere condotto operazioni suicide con autobomba”.

 

Lo scontro tra Tripolitania e Cirenaica
Sullo sfondo di questa perdurante incertezza, appare però sempre più chiaro che la vera guerra in atto è quella caratterizzata dallo scontro di potere tra Al Serraj e il generale Haftar, ovvero i due volti di ciò che resta della Libia odierna: il governo islamista di Tripoli e le forze armate laiche di Bengasi.

 Sirte non è l’unico campo di battaglia in cui il governo di Tripoli arranca. Da due settimane, infatti, anche il Distretto Petrolifero di Sidra e Ras Lanuf è stato attaccato ed è passato in mano alle forze armate fedeli al generale, che sono avanzate in direzione dei terminal petroliferi sottraendone il controllo alla Guardia Petrolifera che presidiava l’area per conto di Tripoli. Si tratta di un grave smacco per il governo Serraj dato che, lapalissianamente, solo chi controlla i terminal petroliferi controlla davvero la Libia.

 Secondo gli ultimi report, inoltre, le forze del generale Haftar si sono spinte anche all’interno dell’area di Sirte. Sperano così d’intestarsi la vittoria finale sull’ISIS prima che lo facciano i misuratini, per poi spendere questo argomento in opposizione a quanti osteggiano l’idea che Khalifa Haftar possa davvero diventare il nuovo uomo forte della Libia.

 Al momento, tuttavia, il discorso più attinente con la realtà libica è lo scenario preconizzato già all’indomani della caduta di Gheddafi, secondo cui non vi è altra soluzione che una vera e propria spartizione del paese in più regioni governate da potentati locali, unite solo da accordi commerciali. Un ritorno forzato all’unità, infatti, oggi passerebbe solo per le armi e dunque per uno scontro totale tra le forze di Tripolitania e Cirenaica. Nonostante questo, il popolo libico (in buona parte illuso dalle Nazioni Unite) ancora spera in un esito diverso.

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