In Siria, a soli quattro giorni dall’inizio della tregua iniziata lunedì 12 settembre a seguito di un accordo raggiunto da Russia e Stati Uniti, si torna a combattere.

I morti sarebbero stati oltre 50 nelle ultime 24 ore.

Dalla mattina di oggi, venerdì 16 settembre, razzi sono stati lanciati contro un quartiere della periferia orientale della capitale Damasco.

Le forze governative siriane hanno accusato gruppi di ribelli che starebbero cercando di accedere al centro della città da est, dal distretto di Jobar, da più di due anni a questa parte falcidiato dal conflitto e oggi rimasto quasi deserto. Sempre a Damasco scontri si registrano anche nel quartiere di Bab al-Sharqi.

In questo distretto sono arroccati dei gruppi islamisti che non hanno accettato le condizioni dell’intesa raggiunta da Mosca e Washington.

I qaedisti di Jabhat Al Nusra
Gli autori degli ultimi attacchi sarebbero, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani - organizzazione con base a Londra e notoriamente vicina al fronte delle opposizioni al regime di Damasco - Faylaq al-Sham e Fateh al-Sham, quest’ultimo nuovo nome adottato nei mesi scorsi dai qaedisti di Jabhat Al Nusra.

Secondo altre fonti, la tregua sarebbe stata violata da un altro gruppo ribelle chiamato Jaysh al-Islam, sostenuto dall’Arabia Saudita.

Nel distretto di Jobar, e in tutte le altre aree di Damasco e della Siria in cui sono annidate sacche di resistenza di gruppi armati che non hanno aderito al cessate il fuoco o che sono state escluse dall’accordo - in primis le milizie dello Stato Islamico e quelle legate ad Al Qaeda - Russia e USA stanno mettendo a punto azioni militari congiunte.

Si tratta però di un piano offensivo complicato da mettere in pratica, considerato che sono diverse le aree in cui Fateh al-Sham ha stretto alleanze con gruppi di ribelli che invece, stando all’intesa sul cessate il fuoco, non dovrebbero finire nel mirino degli attacchi.

Aleppo
In attesa di capire quando e come il piano anti-jihadista di Mosca e Washington prenderà forma, gli occhi sono puntati su Aleppo.

Quaranta camion, contenenti aiuti umanitari destinati alle popolazioni intrappolate all’interno della città, sono fermi al confine tra Turchia e Siria e non riescono a muoversi in direzione di Castello Road.

La principale via di comunicazione che consente di accedere ad Aleppo continua infatti a essere presidiata dai governativi siriani da una parte e da formazioni ribelli dall’altra.

Solo i russi, appostati in diversi tratti di Castello Road, possono concretamente sbloccare la situazione e consentire l’arrivo dei soccorsi a circa 300.000 persone che vivono nella parte orientale della città - ancora in mano ai ribelli - e ad un altro milione che invece risiede nella parte occidentale controllata dall’esercito di Damasco.

Scambi di accuse
Come era prevedibile, agli attacchi registrati nelle ultime ore si susseguono frenetici gli scambi di accuse.

Il governo del presidente Bashar Assad sostiene che i ribelli hanno colpito non solo a Damasco ma anche ad Hama, Homs, Latakia e Aleppo. Mentre secondo i ribelli il regime ha effettuato dei bombardamenti aerei contro suoi villaggi alle porte di Damasco, Hama e Idlib.

Il bilancio più grave si registra però a Mayadin, nell’est del Paese, controllata dallo Stato Islamico, dove ieri sono morti 27 civili in un raid aereo compiuto da non meglio identificati aerei militari.

Il conflitto nelle zone settentrionali
Uno degli altri volti della guerra in Siria, negli ultimi giorni scomparso gradualmente dai radar dei media internazionali a favore della crisi di Aleppo, è quello del conflitto in corso nella parte settentrionale del Paese.

Per definire il futuro assetto di quest’area, secondo l’osservatorio Al Monitor sarà decisiva la battaglia per il controllo di Al-Bab.

Conquistata dallo Stato Islamico nel gennaio del 2014, Al-Bab rappresenta una delle più importanti roccaforti jihadiste in Siria poiché collega le zone sotto l’influenza di ISIS ad Aleppo alle province settentrionali di Raqqa e di Deir ez-Zor a est, dove continua a essere forte e capillare la presenza del Califfato.

Ad Al-Bab si incrociano anche gli interessi di Ankara, che con il lancio a fine agosto dell’operazione “Scudo sull’Eufrate” punta a impedire l’espansione dei curdi siriani dell’YPG (Unità di Protezione Popolare) al confine con la Turchia, così come quelli dei curdi.

L’YPG e le milizie arabo-curde delle SDF (Syrian Democratic Forces) prendendo Al-Bab potrebbero infatti collegare Afrin a Kobane, congiungendo così tutti i territori che posseggono nel nord-est della Siria.

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