madre siriana con i bambini
Esteri

Siria, i bambini senza diritti

Arruolamenti forzati, torture e privazioni colpiscono ogni giorno i minori, fra scenari di guerra e campi profughi

Cinque casi di suicidio tra minorenni registrati solo negli ultimi tre mesi.

È l’allarmante realtà che denuncia Mohamed Al Sayd, giovane psicologo, impegnato in un progetto di assistenza ai bambini traumatizzati dalla guerra in Siria.

Le violenze subite, l’abbandono, l’infanzia violata, la paura e le minacce sono solo alcune delle cause che portano a simili, inimmaginabili, comportamenti.

“Quelli in Siria sono bambini costretti dalle circostanze a diventare adulti prima del tempo – racconta il terapeuta -. Tutto ciò che accade intorno a loro li segna profondamente e il fatto che le violenze continuino non dà loro né il modo, né il tempo per riprendersi”. Nei maschi i traumi si manifestano con comportamenti violenti, nelle femmine in un silenzioso isolamento. “Nemmeno i loro familiari – aggiunge – riescono a essere d’aiuto. Gli stessi genitori, infatti, vivono una quotidianità piena di angoscia e instabilità e spesso la mancanza di sicurezza, di un lavoro, di una prospettiva li porta a riflettere le loro ansie sui figli. Questo fa dei bambini delle bombe a orologeria, che prima o poi scoppieranno”.

“Molti bambini – prosegue Al Sayd - hanno già perso cinque anni di studio, alcuni non sono mai nemmeno stati alfabetizzati. C’è poi la mancanza di cure mediche e di nutrimento adeguato, che incide profondamente sulla loro crescita e a volte ne causa la morte. I bambini nelle città assediate e bombardate o nelle tendopoli per gli sfollati vivono in condizioni di assoluta precarietà. Ci sono anche tanti minori incarcerati, che subiscono, come gli adulti, abusi e torture e bambini che nascono nelle prigioni e patiscono insieme alle loro madri trattamenti disumani. In Siria non si piangono solo i 20mila piccoli rimasti uccisi – conclude - ma anche tutti quelli che lottano quotidianamente per sopravvivere in una realtà atroce”.

La situazione per i bambini che riescono a fuggire dalla Siria non è meno preoccupante. Nei polverosi quartieri delle città al confine turco-siriano, come nelle affollate strade di Istanbul, si riconoscono perché spesso camminano da soli vendendo biscotti o bottiglie di acqua. Non parlano la lingua del posto e si muovono come fantasmi alla ricerca di loro simili, di altri bambini soli con cui mendicare nei luoghi più affollati. C’è chi scrive per loro cartelli in turco perché attirino l’attenzione dei passanti. Queste stesse persone spesso prendono una cospicua parte dei loro guadagni. Una vera mafia che sfrutta i minori siriani.

Il perché siano soli è da attribuire al fatto che molti sono orfani e che quasi nessun orfanotrofio accoglie bambini sopra i dodici anni. Il loro destino è di iniziare a lavorare, sfruttati e mal pagati, o finire nel racket dell’accattonaggio. Alcuni bambini sono soli, invece, perché sono stati fatti fuggire dalla Siria per metterli in salvo dagli arruolamenti forzati con il regime, con l’Isis o con i ribelli. A volte la fuga, anche attraverso il mare, è per loro l’unica soluzione contro la morte.

“Nel quartiere vicino al nostro, molti bambini indossavano abiti militari e avevano armi in mano. Non volevo farlo anche io”. Sono le parole di Omar, undici anni, che ha appena attraversato il confine grazie a un permesso umanitario, accompagnato dalla nonna malata. A Idlib, sua città d’origine, è rimasto il padre. Le sorelline e la madre sono già in Turchia da alcuni mesi. Vivono in una casa fatiscente e la madre lavora come insegnante in una scuola temporanea. Il suo stipendio basta a malapena per l’affitto. Omar parla con un filo di voce, gli occhi bassi e le mani che si sfregano l’una con l’altra. È molto magro, provato e ha diverse cicatrici che è la madre a mostrare.

“Prima di lasciare la casa ho portato via alcuni giochi miei e delle mie sorelline e le foto che mamma custodiva nella sua stanza. La nonna ha voluto portare con sé una padella con cui cuoce il pane”. Piccoli frammenti di vita e di una quotidianità che la guerra ha rubato a loro, come a milioni di civili siriani.

Omar racconta che la loro casa è stata lesionata da un bombardamento, ma che sono rimasti dentro perché non c’erano alternative. “A casa non c’era né la corrente elettrica, né l’acqua. Ogni mattina andavo a prendere l’acqua facendo la fila davanti all’autobotte e quando non c’erano i soldi, l’acqua la prendevo dal pozzo, ma non era buona. Un giorno ero con la nonna a comprare delle verdure a una bancarella, quando un aereo ci ha bombardato. C’era tanta polvere e gente che piangeva. Poi abbiamo visto tanti corpi e sangue. C’erano anche una mia zia e un cugino tra le vittime”.

Vorrei tornare in Siria – dice senza mai alzare lo sguardo – ma solo quando la mia scuola e la mia casa saranno ricostruite e non ci sveglieremo più sotto le bombe e gli spari. Da grande vorrei fare il medico perché i medici restano buoni e generosi anche quando c’è la guerra”.


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