Esteri

Perché Trump ha attaccato la Siria, e cosa succederà adesso

Washington dice al mondo che gli Usa sono una superpotenza. Nelle incognite delle relazioni con Mosca il futuro della guerra e del paese. Che farà l'Isis?

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Luciano Tirinnanzi

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L'America è tornata. Anche se in realtà non se n'era mai andata. La scelta di Donald Trump di bombardare la base aerea del regime siriano - da dove due giorni fa sono partiti gli attacchi chimici sulla provincia di Idlib - è una mossa teatrale, ancor prima che militare. E le ragioni sono molte.

Il Pentagono, intanto, prima di compiere il raid ha coscienziosamente avvertito il Cremlino utilizzando il canale di comunicazione riservato alle emergenze. E lo ha fatto per non umiliare Mosca ed evitare d’incorrere in spiacevoli incidenti, prima militari e poi diplomatici (questo ha consentito ai russi e agli stessi siriani di limitare le perdite e il numero di vittime, per dire).

Trump, inoltre, ha scelto l’opzione militare meno aggressiva e più limitata. Di certo, la meno violenta rispetto ai due precedenti attacchi in Siria compiuti dagli Usa: il 3 gennaio 2017, quando ancora era in sella Barack Obama, un bombardiere strategico B52 della Us Air Force bombardò inspiegabilmente - non c’erano evidenti obiettivi militari - la cittadina siriana di Sarmada, sempre nella provincia di Idlib, uccidendo 20 persone tra cui bambini (in quel caso, però, non ci fu nessuna indignazione sui media). Mentre il 17 settembre 2016, l’aviazione americana colpì senza preavviso l’aeroporto di Deir Ezzor, stavolta uccidendo 62 soldati dell’esercito siriano.

Perciò, sebbene dai cacciatorpedinieri Porter e Ross schierati nel Mediterraneo siano partiti almeno 59 missili Tomahawk (un’enormità rispetto all’obiettivo), dal punto di vista tattico il risultato non c’è stato. Si è trattato, piuttosto, di un avvertimento o, se vogliamo, di un’azione punitiva. Ma l’azione spettacolare resta e, come prevedibile, fa discutere il mondo intero.

Una questione di politica interna
Ne consegue che in questa storia ci sono tutti gli elementi per ritenere che il messaggio sia stato diretto anzitutto alla politica interna americana.
Infatti, non c’è niente di meglio per un presidente in difficoltà - qual è oggi Donald Trump, alle prese con il Russiagate - che puntare su una manovra bellica coram populo. La mossa di rimandare all’etica è un efficace toccasana per avvicinare a sé quella parte dell’opinione pubblica scioccata sia dal risultato elettorale che dalle proposte politiche del presidente.

Si aggiunga che il presidente ha puntato implicitamente a rimarcare il fatto che lui mantiene le promesse, a differenza di Barack Obama la cui inerzia nel teatro siriano gli ha portato accuse di debolezza, come nel caso della famosa “red line” contro Assad, superata la quale il presidente americano non se l'è sentita di punire il dittatore.

Al contrario, il discorso di Trump in cui rivelava di aver ordinato l’attacco - "Assad ha stroncato le vite di uomini, donne, bambini senza speranza. È stata una morte lenta e brutale per molti di loro. Perfino neonati meravigliosi sono stati crudelmente assassinati in questo attacco barbarico. Nessun figlio di Dio dovrebbe mai patire un simile orrore" - è stato particolarmente efficace e potrebbe ora aiutare il presidente a smorzare le opposizioni interne al partito repubblicano e a trascinare dalla propria parte l’intero Congresso (che di certo oggi non lo ama), allontanando contemporaneamente quelle accuse di connivenza del suo staff con il Cremlino che, sin dal suo insediamento, minano l’azione politica della Casa Bianca.

Inoltre, Trump ha dato l’annuncio mentre era in corso l’importante vertice di Mar-a-Lago (Florida) tra lo stesso Trump e il presidente cinese Xi Jinping.
Trump ha così potuto portare in dote al suo omologo una prova concreta del fatto che la superpotenza americana non scherza.
Forse, il tycoon pensava anche di mettere in difficoltà o quantomeno in soggezione l’ospite-avversario più importante che il presidente abbia incontrato da quando è in carica. Di certo, ha ottenuto il risalto che sperava, riuscendo a dare l'impressione di essere uno statista.

Che succede adesso?
Per tutte queste ragioni, l’attacco chimico ordinato dal presidente siriano Bashar Al Assad è stato per Donald Trump il casus belli perfetto.
Eppure, molte incognite restano. C’è chi sostiene, come fanno Mosca e Damasco, che il bombardamento sia un'aggressione contro uno stato sovrano e membro delle Nazioni Unite, e che pertanto vada condannato in sede internazionale.

Il che è teoricamente vero, ma solo se si ritiene che esista ancora una Repubblica Araba di Siria. Perché in realtà questo paese è imploso con il degenerare della guerra ed è stato militarmente invaso da forze internazionali che sono qui per volgere in proprio favore una delicatissima partita geopolitica, che sarà decisiva per definire i futuri assetti regionali e strappare sfere d’influenza.

La sfida dell’America di Trump, comunque, è stata lanciata. Vedremo chi e come raccoglierà il guanto. Il presidente, intanto, da adesso deve gestire convenientemente le “relazioni pericolose” con Mosca, che potrebbero risentire negativamente di questo atto di guerra. Ma solo fino a un certo punto. Nelle intenzioni di Washington, infatti, come detto, il bombardamento aveva il sapore di propaganda, anche se conduce inevitabilmente a un cambio dello status quo in Siria.

La fine delle ostilità
A Putin e Trump conviene d’ora in poi agire con saggezza e puntare alla fine delle ostilità. Perché il Cremlino ha già raggiunto tutti gli obiettivi che si prefiggeva, cioè assicurarsi il controllo della fascia costiera della Siria per poter avere finalmente quell’accesso ai mari caldi che sognarono già gli zar di Russia (nella provincia di Latakia, Mosca ha installato una base aerea militare e un porto per la sua marina, dai quali non si muoverà mai più).

Mentre Washington ha anzitutto interesse a ritrovare il prestigio perduto durante l’amministrazione Obama, e dunque favorire una soluzione politica federativa all'interno della quale sia più facile stringere accordi energetici, fornire armi e sistemi di sicurezza. In una parola, instaurare protettorati che diano l’impressione del peso di Washington anche a ovest dell’Iraq.
Solo un accordo tra Mosca e Washington potrà porre fine a oltre sei anni di guerra e allo sterminio di mezzo milione di siriani. C’è dunque da sperare nella saggezza dei due leader.

Turchia, Iran e gli altri paesi, invece, non possono far altro che restare a guardare o arrischiarsi ad agire di conseguenza. Da ieri, ed è questo il senso della mossa di Trump, è salita in cattedra una superpotenza. In cauda venenum: qualcuno, in tutto ciò, ha per caso sentito nominare lo Stato Islamico? Chissà come avranno reagito alla notizia a Raqqa.

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