Mattia Ferraresi

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La domanda che emerge in questi casi è: un tragico episodio può cambiare le regole? L’uccisione di Warren Weinstein e di Giovanni Lo Porto durante un bombardamento di droni americani in Pakistan mette il dito in un dibattito che in America tende a essere chiuso sotto la grande popolarità che questo modo chirurgico di fare la guerra ha presso il pubblico, il Congresso e la Casa Bianca. Forse su nessun altro punto dell’agenda politica di Washington esiste un consenso tanto vasto. Ma, come ricorda l’opinionista Eugene Robertson sul Washington Post, “gli attacchi con i droni, per loro stessa natura, sono destinati a uccidere civili innocenti”.

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Per quanto siano precisi e chirurgici, gli attacchi fanno spesso danni collaterali, e anche l’idea di Obama di passare gradualmente il controllo dei droni dalla Cia al Pentagono, per sfruttare le competenze militari, non cambierebbe questo dato: anche il Pentagono si affiderebbe alle stesse informazioni che hanno condotto all’uccisione involontaria di Weinstein e Lo Porto. Uccisione peraltro avvenuta, dice Obama, in un’operazione che ha rispettato le linee guida dell’intelligence, dunque con informazioni sufficientemente affidabili. Un conteggio fatto da diverse associazioni e centri studi dice che in questi anni di intenso uso dei droni gli americani hanno ucciso 3.520 persone, delle quali 476 erano civili.

Il dato non ha fatto cambiare idea agli americani sull’opportunità di un programma di bombardamenti a basso rischio, e Micah Zenko, esperto di droni del Council on Foreign Relations, prevede che “nemmeno questo episodio avrà qualche effetto”. Alla Casa Bianca si parla di regole più stringenti per autorizzare gli strike, ma il Wall Street Journal sostiene che "è improbabile che una riforma del genere cambi in modo significativo il programma, che continua a ricevere sostegno bipartisan a Washington".

Quello che cambia, senza dubbio, è la comunicazione dei danni collaterali dei droni da parte della Casa Bianca, e l’ammissione delle responsabilità con tanto di scuse pubbliche è un unicum per un’amministrazione che poco alla volta ha lasciato intravedere qualcosa su strumenti di guerra coperti dal segreto. Ammettendo l’errore Obama guadagna consenso agli occhi del pubblico in termini di senso di responsabilità, ma senza fare il passo decisivo di riconoscere, anche a livello terminologico, che quella che sta combattendo è una guerra.

Il suo portavoce ha usato la parola guerra controvoglia e soltanto dopo essere stato messo sotto pressione dai cronisti. Non è un insieme di operazioni di polizia, è una guerra, e riconoscerlo non cambia la sostanza tragica dei fatti ma mette in chiaro che ci sono vittime innocenti, scelte morali laceranti, danni collaterali e calcoli segreti. Gli americani lo sanno bene che si tratta di una guerra –  “anche se è facile ignorarlo finché le vittime non sono occidentali”, scrive Robertson – e sanno che questo comporta l’esistenza di una zona grigia nella quale talvolta capita tragicamente di rimanere uccisi dal fuoco amico.

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