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Esteri

Libia: la guerra di Bengasi

Con l’Operazione Dignità del Generale Haftar sarebbe dovuta iniziare una nuova era. Ma la città è diventata un formicaio di islamisti e jihadisti

Sul versante africano del Mediterraneo, oltre il muro formato dai migranti che continuano a morire in mare, la crisi libica sta assumendo dimensioni sempre più estese. Negli ultimi mesi, le riunioni dei leader dell’UE a Bruxelles e i colloqui organizzati in Africa dal responsabile della missione delle Nazioni Unite UNSMIL (United Nations Support Mission in Libya) Bernardino Leon, non hanno prodotto risultati tangibili se non fragili cessate il fuoco a ovest lungo le coste della Tripolitania e tavoli negoziali a cui i rappresentanti dei due governi paralleli di Tripoli e Beida si accomodano a fasi alterni senza però raggiungere accordi definitivi.

L’unico linguaggio masticato da tutti in Libia resta pertanto quello delle armi. A Bengasi, capoluogo della Cirenaica formalmente sotto il controllo del governo di Beida (l’esecutivo riconosciuto dalla comunità internazionale), sono giorni di ordinaria violenza. L’ultimo episodio eclatante risale al 29 luglio con l’uccisione di almeno nove soldati dell’esercito regolare libico. Un attentatore suicida si è fatto esplodere di fronte a un checkpoint uccidendo tre militari. Poco dopo ne sono stati eliminati altri sei, arrivati sul posto e caduti in un’imboscata tesa da combattenti islamisti sbucati da edifici situati nell’area.

 

Nell’aprile del 2014, ai tempi del lancio dell’Operazione Dignità, Bengasi doveva essere l’inizio di una nuova stagione per la Libia. Una stagione nel segno del generale Khalifa Haftar, oggi a capo delle forze armate libiche e figura di riferimento per il governo di Beida, che a lui ha affidato la missione di liberare la Libia dalle milizie islamiste.

A un anno e quattro mesi di distanza, Bengasi è invece diventata un formicaio di combattenti islamisti e jihadisti. Nonostante i proclami di Haftar, l’esercito regolare non dispone né della formazione né di equipaggiamenti ed armi di precisione necessari per portare avanti combattimenti di strada. Nei rastrellamenti casa per casa i soldati libici stanno infatti subendo pesanti perdite. Solo nel mese di luglio, ha affermato a Reuters il portavoce delle forze speciali Milad al-Zwai, sono stati 25 i morti e 35 i feriti, ma le cifre potrebbero essere nettamente più alte.

La guerriglia a Bengasi

In questa situazione di guerriglia urbana i miliziani del Majlis al Shura di Bengasi, il locale Consiglio della Shura considerato vicino al governo di Tripoli e collegato agli jihadisti di Ansar Al Sharia, sorvegliano la città nascosti sui tetti degli edifici e colpiscono con i propri cecchini le truppe inviate a presidiare le strade. Quando fanno irruzione nelle abitazioni in cui si sospetta siano nascosti combattenti islamisti, spesso i soldati cadono in agguati o muoiono in esplosioni improvvise. Bengasi è infatti disseminata di ordigni, piazzati negli appartamenti, negli incroci più trafficati o all’interno di auto abbandonate.

Il generale Haftar dice di avere il controllo del 90% della città, ma gli islamisti lo tengono sotto scacco, arroccati nei pressi del porto e in altri distretti centrali. A sfruttare questo caos sono anche cellule dello Stato Islamico, che però al momento a Bengasi mantengono una posizione autonoma contro le forze regolari, non collaborando formalmente con il Consiglio della Shura.

Da tempo Haftar chiede al Consiglio di Sicurezza dell’Onu la revoca dell’embargo sulle armi imposto alla Libia durante la rivolta contro Gheddafi nel 2011. Finora però l’Occidente si è rifiutato di accogliere la sua richiesta. Nelle condizioni in cui si trovano, le forze armate libiche non sono in grado di sfondare il muro che islamisti e jihadisti hanno issato a Bengasi. I pick-up Toyota su cui hanno montato mitragliatori e artiglieria anti-aerea sono in pratica gli stessi di quelli utilizzati dagli islamisti. Mentre i caccia, gli elicotteri e i carri armati di cui dispongono sono di fabbricazione sovietica e utilizzarli a Bengasi per effettuare bombardamenti significherebbe fare altre stragi di civili come è già avvenuto in passato.

In città, inoltre, quella spinta del popolo che inizialmente aveva sostenuto l’Operazione Dignità di Haftar è stata polverizzata dalla paura e dai disagi causati dal conflitto. La file per acquistare il pane o il carburante sono interminabili, i black out sono continui, l’aeroporto è chiuso e chi vuole prendere un volo deve percorrere 300 chilometri di strada per raggiungere Beida. La beffa per la città culla della rivoluzione del 2011 è arrivata il 4 agosto con una manifestazione organizzata da uno sparuto numero di persone per chiedere la liberazione del figlio del Colonnello Gheddafi, Saif al-Islam, condannato a morte la settimana scorsa da un tribunale di Tripoli.

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Gli scontri si stanno adesso spostando anche a sud-ovest in direzione di Ajdabiya, nei pressi del terminal petrolifero di Brega. In quest’area pochi giorni fa miliziani di ISIS hanno ucciso almeno 12 soldati. Gli ufficiali dell’esercito temono che Ajdabiya possa trasformarsi in una nuova Bengasi, con situazioni di guerriglia che i militari non sono preparati ad affrontare.

Le risposte che non arrivano dall’Occidente

Difficile credere che dall’ultimo vertice UNSMIL tenuto ad Algeri il 31 luglio, al quale ha partecipato anche il ministro italiano degli Esteri Paolo Gentiloni, possano scaturire soluzioni per invertire il clima di instabilità in quest’area della Cirenaica. L’Italia, d’altronde, in questo momento segue con priorità altre due questioni: le tratte di migranti che continuano a partire indisturbate dalla Libia e il rapimento dei quattro tecnici italiani della ditta Bonatti Gino Pollicardo, Fausto Piano, Filippo Calcagno e Salvatore Failla, sequestrati il 19 luglio nei pressi di uno stabilimento ENI a Mellitah. Nel caso, stando a quanto riferito da Libya Herald il 4 agosto, si sta facendo strada la pista che condurrebbe alla formazione di Misurata “Fronte di Sumud”, che avrebbe effettuato il sequestro per ottenere in cambio dall’Italia un risultato politico.

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Segnali a sostegno di Haftar sono arrivati invece negli ultimi giorni da Francia ed Egitto. Nei loro ultimi incontri a Parigi a fine luglio, il ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian e il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi hanno parlato non solo dei contratti per la vendita di aerei da combattimento Rafale all’Egitto ma anche della Libia. Un intervento in Libia non è all’ordine del giorno, ha affermato Le Drian, ma prima o poi l’invio di una forza internazionale per sostenere un governo di unità nazionale sarà necessario. La speranza, per la Libia e per il Mediterraneo, è di non rivivere un remake del disastro compiuto nel 2011 per far cadere il regime di Gheddafi. 

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