La stretta sull'immigrazione di Trump, tra mito e realtà

Dopo il Muslim ban, gli arresti di massa degli irregolari. Ma è davvero cambiato qualcosa rispetto alla presidenza Obama?

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Al Schneider protesta al San Francisco International Airport – Credits: JOSH EDELSON/AFP/Getty Images

Redazione

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Nel corso della settimana che si è appena conclusa sono stati circa 600 gli immigrati arrestati - e in procinto di essere espulsi (giudici permettendo) - in undici Stati americani dagli agenti dello United States Immigration and Customs Enforcement, l'agenzia federale che è responsabile del controllo della sicurezza delle frontiere e dell'immigrazione.

La questione politica non riguarda  tanto il numero delle persone che sono state poste sotto custodia, un numero che è tutto sommato in linea con quanto accaduto negli ultimi anni. Basti pensare che nel 2015, quando alla Casa Bianca sedeva Barack Obama, furono arrestate circa 2000 immigrati con precedenti penali alle spalle in una settimana soltanto. Non sono i numeri, il problema.

La questione, semmai, ruota attorno a due domande che ricorrono ormai in tutti i talk show televisivi americani e anche all'interno dei think tank specializzati.

1) Gli arresti avvenuti in quest'ultima settimana in undici Stati americani sono l'inizio di un cambio radicale di strategia nella politica delle deportazioni che sarà attuata dall'Amministrazione Trump?

2) Tra gli immigrati arrestati ci sono anche persone, come denunciano le ONG, che non si sono macchiate di reati gravi e che sono state arrestate non sulla base di condanne (come avveniva in precedenza, sotto Obama) ma di semplici sospetti?

A queste domande nessuno, all'intreno della nuova Amministrazione, ha fornito risposte chiare. Si sa solo che, in base alle stime più accreditate, ci sono in America 11 milioni almeno di irregolari, tre dei quali Trump ha promesso di rispedire ai loro Paesi di origine nel corso del suo quadriennio, stirngendo eventualmente le maglie della repressione e rendendo più restrittivi i criteri per poter rimanere negli Stati Uniti.

Il presidente Trump, nella sua foga twittaiola, ha scritto che le retate avvenute nel corso dell'ultima settimana sono il compimento di una promessa fatta durante la campagna elettorale. Che, in sostenza, quanto sta avvenendo in America rappresenta una svolta rispetto alle politiche ritenute lassiste dall'Amministrazione Obama. Le cose stanno davvero così?

Per ora rimangono i toni, quelli sì, estremi, della nuova presidenza, ma i fatti sono meno chiari di quanto non emerga dalla narrazione di questi giorni.


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Prendiamo Gilian Chistensen, capo ufficio stampa della Homeland Security, l'ufficio che coordna gli agenti dell'immigrazione. Chistensen - al contrario di Trump - ha dichiarato che in fondo, quelle avvenute nell'ultima settimana sono solo «operazioni di routine quotidiane realizzate dallo United States Immigration and Customs Enforcement», quasi a minimizzare l'elemento politicamente dirompente di questa nuova ondata di arresti e «deportazioni».

Chi dice la verità, dunque? Trump o Chistensen? Il sospetto è che, su questo tema, regnerà ancora per un po' di tempo l'incertezza e l'ambiguità. Le agenzie governative hanno tutto l'interesse a minimizzare, Donald Trump, al contrario,  vuole dimostrare al suo «popolo» - dopo il controverso Muslim Ban - che le cose ora stanno realmente cambiando. È come se, in America, nessuno avesse il coraggio di raccontare la verità.

I numeri, del resto, sono ambigui. O meglio, vanno interpretati, anche alla luce dei criteri con cui avvengono gli arresti. Nell'area di New York per esempio, nell'agosto 2016, per tornare ai numeri, furono arrestate 58 persone, diciotto in più di quanti sono stati arrestati nell'ultima, dibattuta settimana. Ma allora alla Casa Bianca c'era Barack Obama, e la cosa passò sotto silenzio.  Nel 2012, l'Amministrazione Obama ha registrato il numero record di 409.849 mila persone che sono state arrestate e deportate. Quindi, ricordiamolo, non è un problema di numeri, bensì di criteri e di priorità, e qui vengono le differenze. I nuovi arresti sono avvenuti solo sulla base della violazione dell'Immigration Law, come dicono le Ong?  I criteri sono già cambiati con l'arrivo di Trump o la gran parte di queste operazioni è derubricabile come l'ultimo capitolo della campagna elettorale? Davvero gli arresti avvengono ora per reati minori, come dicono gli avvocati dei migranti? O per chiunque sia solo sospettato, senza nessuna garanzia giurisdizionale?

Le cose sono sfumate, molta è propaganda, dell'una e dell'altra parte. Romane la sensazione di un Paese in preda all'impazzimento. «Il presidente è stato chiaro:» ha detto un ufficiale dell'Homeland Security interpellato dal New York Times, «la priorità riguarda l'arresto di individui ritenuti che costituiscono una minaccia per l'ordine pubblico, che hanno procedimenti penali in corso, che hanno commesso numero violazione della legge sull'immigrazione o che, dopo essere state deportate, sono rientrate illegalmente negli Stati Uniti». Una frase ancora troppo generica per rassicurare le ong e gli immigrati illegali che risiedono sul suolo americano, ma anche troppo generica per ipotizzare una svolta netta rispetto al passato.

Si sono rincorse voci, rimbalzate su tutti i social network, su arresti di massa avvenuti davanti alle chiese o in moschea domenica scorsa a Kansas City. Si sta diffondendo un clima di terrore tra gli immigrati americani, a prescindere anche dai numeri. Naturalmente, dopo il Muslim ban, c'è molta esagerazione.  Pat Young, il direttore del Central American Refugee Center di Long Island, NY, ha cercato di gettare acqua sul fuoco, almeno per quanto riguarda l'area di New York City, dove la mobilitazione contro Trump è più forte che mai. «Perora, perlomeno a NY, non abbiamo avuto posti di blocco né retate di massa». Un piccolo tassello di una battaglia, politica e giurisdizionale, su cui ancora oggi regna l'assoluta confusione. Quello che farà Trump lo vedremo soltanto nei prossimi mesi, in un arco temporale più lungo di una settimana.  



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