Garamba National Park, caccia grossa a Kony

Le truppe irregolari del sanguinario leader della Lord's Resistance Army si nascondono in uno dei più importanti parchi naturali dell'Africa equatoriale. Il reportage esclusivo di un ex soldato dei corpi speciali israeliani

Nir Kalron

-

È stato verso mezzogiorno di un venerdì quando lo staff del parco ha sentito degli spari. Sul momento non ci hanno fatto caso più di tanto perché sapevano che noi istruttori ci stavamo esercitando con le armi sulla pista di atterraggio. Il giorno dopo, mentre decollava da quella stessa pista, dall’aereo che si stava sollevando il direttore del parco Luis Arranz ha visto il corpo di un elefante sdraiato sul fianco. Era a circa due chilometri e mezzo dal punto in cui avevamo fatto la nostra esercitazione il giorno prima, praticamente nel nostro cortile di casa.

Qualche ora dopo abbiamo raggiunto la carcassa. Era una giovane femmina e aveva già la pancia squarciata dalle beccate degli avvoltoi e degli altri animali spazzini. Chi aveva ucciso quell’elefantessa si era mosso in fretta e aveva segato le zanne d’avorio dal cranio del pachiderma subito dopo avergli sparato.
Era soltanto alla mia seconda settimana di lavoro nel parco nazionale Garamba e la realtà mi ha colpito diritto in faccia, come un pugno.

Lo sfuggente Kony
Guido un team di ex membri provenienti da unità d’élite dell’esercito israeliano. Oggi siamo civili e lavoriamo per una società che si chiama Maisha Consulting.
Maisha in lingua swahili significa «vita». Siamo arrivati a Garamba, nel nord est della Repubblica Democratica del Congo, su invito della African Parks Network, una organizzazione non governativa olandese-sudafricana che gestisce molti parchi naturali africani.
Arrivare qui aveva significati speciali per me. Oltre che un luogo bellissimo, Garamba è uno dei più vecchi parchi naturali dell’Africa, fondato nel 1938 e dichiarato patrimonio dell’umanità nel 1980.
Inoltre nel 2010 me ne ero occupato scrivendo una relazione accademica per un centro studi geopolitici sudafricano, l’Institute for Security Studies.

È proprio qui, infatti, che nel 2006 era avvenuto uno scontro tra i Kaibil, un reggimento di forze speciali guatemalteche che fa parte del contingente Onu Guasfor, e un grande gruppo di ribelli della Lord’s Resistance Army, l’esercito irregolare guidata da Joseph Kony divenuta nota in tutto il mondo nel marzo del 2012 grazie al video virale Kony 2012 realizzato dall’organizzazione non governativa Invisible Children.
La battaglia era finita con la morte di 11 caschi blu guatemaltechi e molti anni di shock per il contingente Onu a causa dell’incidente.
Mentre scrivevo quella relazione non potevo immaginare che un giorno avrei combattuto spalla a spalla con i soldati Kaibil proprio a Garamba. Nelle argomentazioni di chiusura di quel report scrissi che per catturare Kony, lo «stregone del Nilo» com’è chiamato qui, sarebbe stato necessità utilizzare tattiche da operazioni speciali, tecniche di spionaggio di segnali elettromagnetici e altre tecnologie.
Ma arrivando a Garamba mi sono reso conto che i miei suggerimenti erano arrivati a orecchie sorde.
Soldati africani, commando guatemaltechi e intelligence Usa sulle tracce dell’Lra
I commando Kabili continuano ad agire in Congo prendendo parte alle operazioni contro la Lord’s Resistance Army con mandato delle Nazioni Unite nell’area di Garamba e operano all’interno del Fardac, l’esercito congolese, partecipando anche alle operazioni degli americani finalizzate alla cattura di Kony.
Da quando Osama Bin Laden è stato eliminato gli Usa hanno dirottato in questa parte dell’Africa molti soldati delle forze speciali ed esperti in tecnologie.
Uomini e donne attivi nella raccolta di informazioni di intelligence e nel coordinamento tra l’Updf, ossia l’esercito ugandese, il Fardac e la Monusco, sigla che identifica la Missione di Stabilizzazione dell’Onu nella Repubblica Democratica del Congo.
Del coordinamento fanno parte anche alcune organizzazioni non governative attive nel triangolo di confine tra Congo, Sud Sudan e Repubblica Centrafricana come la stessa Invisible Children.
Per questa caccia all’uomo oggi gli americani stanno probabilmente usando informazioni di intelligence «Sigin» (ossia ottenute con tecniche di analisi delle comunicazioni, segnali e strumentazioni nemiche), tra i 100 e i 150 uomini delle loro Special Forces e aerei spia.
Inoltre portano avanti strategie di guerra psicologica con mezzi aerei che, con altoparlanti, diffondono sulla giungla appelli alla diserzione rivolti ai soldati di Kony.
Ma per quanto impressionante tutto ciò possa sembrare agli occhi di un occidentale, la realtà sul terreno è ancor più complicata.
Quando siamo arrivati alla base Onu di Dungu ci siamo consultati con il colonnello congolese in carica nella regione. Cortesie a parte, abbiamo discusso della situazione di sicurezza nel parco e di come coordinare meglio gli sforzi tra i ranger e l’armata congolese.
Quest’ultima supporta le attività volte a dare sicurezza al parco di Garamba ed è la chiave per condurre operazioni più aggressive contro i bracconieri e i presunti gruppi dell’Lra.
L’espressione «presunti gruppi dell’Lra» è la forma politicamente corretta che si usa in Congo: qui alla gente non piace il fatto che ci possano essere gruppi dell’esercito di Kony operativi all’interno del parco. E la ragione per questa formula – che di fatto è una bugia – è che i congolesi credono che la Lord Resistence Army sia solo una scusa dell’Uganda per ricevere assistenza militare e fondi dagli Usa.

Dove si trova la Lord’s Resistance Army?
L’ultimo avvistamento conosciuto e confermato dell’Lra a Garamba risale allo scorso maggio, quando un gruppo di 15 ranger ha avvistato degli avvoltoi nel cielo, segno della presenza di una carcassa di animale.
Avvicinandosi hanno visto cinque uomini armati e si sono organizzati per prenderli di sorpresa. Hanno sparato una raffica di armi automatiche, ma per risposta è arrivata una vera pioggia di pallottole.
I ranger avevano involontariamente scoperto un grande accampamento dell’Lra: alcune mitragliatrici pesanti hanno aperto il fuoco e i nostri ragazzi hanno capito in pochi secondi di essere in netta inferiorità numerica.
A complicare le cose ci si è messa pure la loro vecchia mitragliatrice arrugginita; inceppandosi li ha messo davvero in pericolo, tanto da farli decidere di ritirarsi in gran fretta. Tutto ciò è avvenuto esattamente nel mezzo del parco nazionale di Garamba.
Ma, si trattava davvero della Lord’s Resistance Army?
Per quanto strano possa sembrare da un punto di vista occidentale, dipende dall’interlocutore a cui lo si chiede.
Da un punto di vista puramente militare, prendendo per buono il racconto dei ranger e il numero dei bossoli poi ritrovati sul posto dal direttore del parco, non si trattava di «normali» bracconieri – e per normali intendo bande congolesi o vecchi soldati sbandati dello Spla, l’esercito irregolare del Sud Sudan.
Quelli incontrati dai nostri ranger erano soldati che usano la stessa feroce tattica dell’Lra.
Il parco nazionale di Garamba si estende per 13 mila chilometri quadrati, come l’intera regione Campania, ed è formato da vegetazione alta quattro metri, con numerose macchie di foresta. Ha una lunga e umida stagione delle piogge, abbondanza di acqua fresca e alberi da frutta: un posto perfetto per nascondersi.
Anche usando sofisticati visori notturni, come quelli in dotazione  alle forze speciali americane, è quasi impossibile vedere qualcosa dal cielo.
Per essere davvero incisivi bisogna essere e agire sul terreno.
Altre difficoltà nell’operare a Garamba risiedono nella mancanza di cooperazione. Un esempio? Una volta Luis, il direttore del parco, ha ricevuto questo messaggio dalla base Onu di Dungu: «Circa 40 ribelli dell’Lra stanno marciando sulla strada tra Faradja e Nagero (dove si trova il quartier generale del parco, ndr)».

Bene, i 40 uomini armati altri non erano che i ranger del parco e il mio team: stavamo conducendo un’operazione di addestramento...
L’abbondanza di forze armate, organizzazioni non governative e contractor privati mette tutti in pericolo. Nessuno sa davvero dove e quanti ribelli dell’Lra siano attualmente a Garamba.
Secondo molte fonti, il grosso dei soldati di Kony ora si è spostato in Repubblica Centrafricana, paese che ha appena subito un golpe.
Qui fino a pochissimi giorni fa l’esercito ugandese e le forze speciali americane stavano facendo progressi accogliendo molti disertori, compiendo raid nei campi e incalzando seriamente la Lord’s resistance Army.
Tuttavia basta andare sul sito di Invisible children e leggere gli aggiornamenti sulla crisi per notare come molti scontri con le milizie di Kony hanno ancora luogo in Congo, proprio a Garamba e nei suoi dintorni.
La Lord’s Resistance Army in passato è già sopravvissuta ad altri massicci attacchi frontali e, come suggerisce bene il nomignolo di «stregone del Nilo» che gli hanno affibbiato, il suo elusivo leader qui è considerato come uno stregone dotato di poteri unici.
D’altronde Joseph Kony è riuscito a fuggire per anni, vivendo in una delle giungle più difficili e pericolose del mondo: non si possono non prendere in considerazione i suoi «poteri», anche se la sua sfuggevolezza non ha tanto che fare tanto con la magia nera, quanto con una determinazione assoluta e una totale assenza di scrupoli, cui si aggiunge una strana alleanza con ben altri «stregoni» del nord.
Come Omar Al-Bashir, l’attuale presidente del Sudan (tutt’oggi inseguito da un mandato di cattura per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra nel Darfur da parte del tribunale dell’Aia, ndt), che ha approvvigionato e addestrato l’Lra per molti anni.
La domanda ora è: lo «stregone del nord» continua ad aiutare il suo vecchio alleato Kony?
Probabilmente, sì.
Secondo molti testimoni passati dai campi Lra, alcuni mesi fa un elicottero bianco con le insegne delle Nazioni Unite dipinte sul fianco è atterrato in un campo rifornedolo di armi e munizioni e riportando indietro zanne d’avorio.
Questi racconti sono stati accreditati da una fonte interna delle Nazioni Unite che, dal suo campo operativo avanzato in una nota località «calda» dove si sa che agisce Lra, sostiene di aver sentito diversi elicotteri atterrare in zona nell’arco di tre giorni.
La stessa fonte ha verificato che non c’era nessun volo Onu registrato in quell’area, lasciando solo l’esercito ugandese come possibile opzione alternativa, visto che l’esercito congolese non ha elicotteri.
E posto che l’esercito ugandese non ha fatto voli in quell’area, così come non è plausibile che dipinga i propri elicotteri con le insegne dell’Onu per commerciare in avorio con il suo peggior nemico, sembra rimanere un’unica spiegazione al mistero.
E questa spiegazione porta dritta in Sudan.
Questo paese in passato è stato un attivo sostenitore dell’Lra perché Kony è un alleato contro l’Uganda, paese che supporta il Sud Sudan scissionista e quindi nemico di Al-Bashir.
In altre parole, il Sudan ha tutte le ragioni per tenere in vita l’Lra e per agire come maggior centro di traffico d’avorio: possiede diversi elicotteri da trasporto di fabbricazione russa MI-8 e ha disperatamente bisogno di un continuo conflitto regionale per tenere in piedi il proprio regime.


Ci siamo imbattuti nell’Lra?
Una domenica pomeriggio Luis Arranz, il direttore del parco di Garamba, mi ha chiamato nel suo ufficio: una giraffa era stata trovata morta e il suo trasmettitore gps era sparito.
Pochi minuti dopo eravamo tutti davanti allo schermo di un computer dove campeggiava una mappa con un puntino lampeggiante che tutti noi immaginavamo essere un gruppo di «cattivi».
Forse l’Lra, forse no.
Preoccupati di non ripetere lo stesso tipo di incontro avuto dai ranger nel maggio precedente, abbiamo deciso che era tempo di mettere in campo qualche rinforzo pesante.
Quel giorno, andando dal nostro quartier generale a Dongu ho pensato a quanto sorprendente sia  a volte la vita: qualche anno prima avevo scritto dello scontro tra l’Lra e le i caschi blu guatemaltechi a Garamba e ora stavo andando a parlare con il comandante della stessa unità per convincerlo a mandare i suoi uomini in un contesto probabilmente molto simile a quello che li aveva così duramente colpiti nel 2006.
Al quartier generale del Fardac ci siamo riuniti. Erano presenti il colonnello V. della Guasfor, diversi ufficiali di nazionalita bengalese, alcuni piloti e anche un ufficiale dell’intelligence militare francese.
Ho messo sul tavolo le informazioni di cui ero in possesso e cominciato a preparare un’operazione.
A guidare l’azione sarebbe stato l’esercito congolese, seguito dai commando guatemaltechi Kaibil e quindi dai ranger del parco. Coordinare una simile operazione in cui i partecipanti parlano un dialetto bantu, francese, spagnolo, bengalese ed ebraico era una bella sfida.
Anche tempo non era dalla nostra parte: in qualsiasi istante il gruppo in possesso del trasmettitore Gps avrebbe potuto rendersi conto di che cosa si trattava o comunque unirsi a qualcuno un po’ più sveglio in fatto di tecnologie che poteva metterli in guardia.
Tra le varie ipotesi, poi, ce n’era una decisamente pessimistica, ossia che tutti noi stessimo per finire in una elaborata trappola dell’Lra.
A questo punto è cominciata la nostra caccia.
Abbiamo marciato nel parco attraversando l’intricata vegetazione per 19 ore, costantemente in contatto con il quartier generale del parco con cui comunicavamo col telefono satellitare: da lì ogni ora ci informavano sui movimenti del Gps.
L’elicottero delle Nazioni Unite che trasportava l’energico colonnello V. dei Kaibil e il commando congolese è atterrato in una radura il mattino seguente.
Verso le quattro del pomeriggio, abbiamo attraversato il fiume Garamba. A quel punto eravamo a circa due chilometri di distanza dal trasmettitore.
Abbiamo attraversato il fiume con l’acqua alla cintola e ci siamo inoltrati nella boscaglia. Anche se eravamo 70 uomini, la conformazione del territorio rendeva l’azione molto pericolosa: la vegetazione alta e intricata poteva costituire un nascondiglio pressoché totale per qualsiasi campo, ma anche per un imboscata.
Mentre avanzavamo lentamente la notte è cominciata a scendere, rendendo la nostra missione ancor più difficile.
Un capitano dell’esercito congolese ci ha detto che i suoi uomini non si sarebbero arrischiati in un’azione notturna e ha proposto di tornare verso il fiume o accamparsi per la notte.
Il comandante dei Kaibil ci ha messo poco a spiegargli che preparare un bivacco notturno per 70 persone a mezzo chilometro da quello che probabilmente era un gruppo armato era una vera follia.
Abbiamo continuato a procedere.
A 300 metri dall’obiettivo la squadra congolese ha formato una linea per prepararsi al contatto.
Noi e i Kaibil li seguivamo a 30 metri di distanza. Due ranger del parco camminavano con i congolesi in cerca di tracce e per assisterli nella ricerca del sentiero.
Improvvisamente abbiamo sentito una scarica di armi automatiche: pallottole che venivano nella nostra direzione. Eravamo entrati in contatto, ma era quasi impossibile capire dove si trovava  il nemico.
Correndo in linea retta con la compagnia Kaibil abbiamo cominciato tutti a sparare verso il nostro settore avanzando nella vegetazione intricata.
Abbiamo attraversato un piccolo campo tra i cespugli e continuando la nostra azione fino alle rive di un fiume. Nessun nemico era più nel sito.
La notte è scesa definitivamente e abbiamo deciso di tornare al campo per renderlo sicuro. Un soldato del commando congolese era stato ferito in modo non grave e sul posto abbiamo trovato tanto «bushmeat», una parola che definisce la carne di animali selvatici. Era abbastanza per sfamare decine di persone.
Era un gruppo della Lord’s Resistance Army o si trattava solo bracconieri sudanesi?
Difficile dirlo, vista anche la velocità incredibile con cui quagli uomini hanno abbandonato la zona. Secondo diversi ranger e soldati Kaibil, si sono udite urla di persone ferite proprio nel mezzo dei combattimenti. L’essenziale per noi non era uccidere qualcuno, quanto rendere chiaro un messaggio: il Garamba National Park non è un santuario per ribelli o  un posto per condurre attività come il bracconaggio.
Tornando alla base, ho ripensato all’incidente e non sono riuscito a togliermi dalla testa che molti membri di queste gang di bracconieri e ribelli dell’Lra sono solo ragazzi rapiti alle loro famiglie.
Gente  senza nessuna scelta se non quella di imbracciare le armi. In certi casi sono veterani induriti da anni di conflitti.
Questa è la realtà che affrontiamo mentre ricchi trafficanti e cittadini della classe media asiatica e americana chiedono avorio per le loro statuette artistiche.

La fine del gioco
In uno dei miei ultimi incontri con i capi militari locali ho sentito dire che Kony oggi è sano e salvo in Darfur.
Questa affermazione non viene respinta in maniera decisa da alcuni rappresentanti della missione Onu in Congo né da membri delle forze speciali americane. Ricalca bene, anzi, certe metodologie con cui si è mosso in passato Kony.
Rifugiarsi in un «paradiso» sicuro dove c’è abbondanza di spazio, illegalità e un regime amico è la sua strategia.
Per Kony Garamba era un posto simile fino a quando, nel 2009, l’esercito ugandese e la Missione di Stabilizzazione Onu hanno attaccato un suo campo denominato «Swahili» con forze di terra e forze aeree.
Oggi Garamba sembra essere ancora la casa di parecchi elementi dell’Lra e rimane la possibilità che le molte operazioni in Repubblica Centrafricana possano spingere il grosso della Lord’s Resistence Army a tornare indietro verso il parco nazionale.
È un circolo vizioso per rompere il quale occorrerebbero attacchi coordinati nei due paese, cosa impossibile vista l’attuale situazione geopolitica.
Alla fine, Kony potrebbe restarsene tranquillo in Repubblica Centrafricana o in Darfur mentre i suoi uomini combattono fino all’ultimo respiro contro l’Uganda, gli americani e il contingente Onu.
Ed è degno di nota il fatto che, nonostante la corruzione, l’assenza di leggi e povertà i congolesi sono sempre sul pezzo quando si tratta di combattere Kony e di proteggere le loro risorse nazionali.
Così come gli amministratori e i ranger del parco nazionale di Garamba. Che investono tutto il loro tempo e le finanze di cui dispongono per difendere quello che è uno dei perchi africani più iconici.

© Riproduzione Riservata

Commenti