Gli Usa piangono i morti di Charlie Hebdo

La strage di Parigi è stata molto seguita negli Stati Uniti. La paura di un attentato dei reduci della Jihad

charlie hebdo

L'assalto a Charlie Hebdo – Credits: Getty Imagines / Anne Gelbard

Michele Zurleni

-

L'incubo è tornato. Lontano migliaia di miglia, dall'altra parte dell'Oceano; mai così vicino. Nei giorni in cui le cronache nazionali parlano della prossima apertura del processo per l'attentato alla Maratona di Boston, gli americani si ritrovano a fare i conti con un'altra strage del terrorismo islamico. Il massacro di Charlie Hebdo è stato molto seguito dai media e dal pubblico stratunitensi, così coinvolti ancora una volta nella morsa di un pericolo che appare incombente e insidioso anche sul territorio americano.

Barack Obama ha parlato e ha espresso tutta la indignazione per la strage. Il New York Times ha pubblicato un editoriale in cui definisce la carneficina di Parigi un attacco alla libertà di tutti: di ogni uomo e ogni donna liberi. "'Siamo tutti americani' scriveva il quotidiano le Monde poche ore dopo l'attentato dell'11 settembre. In Francia, la frase Je suis Charlie (Sono Charlie) è diventata virale, un modo per esprimere solidarietà con le vittime di Charlie Hebdo". Anche il New York Times l'ha fatta propria, come l'ambasciata degli Stati Uniti a Parigi, come migliaia di cittadini ameriani che fino a ieri non sapevano neppure dell'esistenza del settimanale satirico.

La strage di Parigi sarebbe opera di due giovani franco-algerini reduci dalla Siria. Due Foreign Fighters rientrati in Francia dopo un periodo dedicato alla Jihad. Persone che possono agire dopo un ordine dato dall'organizzazione a cui appartenevano, oppure capaci di preparare e attuare un attentato da soli, in totale autonomia, grazie alla preparazione miltare ricevuta e al fanatismo di cui sono imbevuti.

Per le autorità americane, come ormai per la maggiora parte di quelle occidentali, quest'ultimi sono il pericolo (potenziale) maggiore. L'esercito di stranieri che si sono arruolati nell'Isis (e in misura molto minore, in quel che resta di Al Qaeda) e poi torna nel proprio paese di origine, diventa ogni giorno più numeroso. Le stime parlano di quasi 10.000 persone tra le fila del Califatto, tra cui centinaia e centinaia di uomini (ma anche donne) con il passaporto di un paese europeo o statunitense.

Gli americani sarebbero almeno 100. Il numero non è preciso perché non è facile seguire le tracce di tutti coloro che dagli Usa decidono di prendere un aereo, atterrare in Turchia e poi entrare in territorio siriano per abbracciare il fucile e la causa della Jihad. Vengono addestrare a fare la guerra, all'uso delle armi e degli esplosivi. Se non vengono individuati, come spesso accade, possono fare la spola tra il Medioriente e gli Stati Uniti.

Era accaduto al primo kamikaze americano: Moner Mohammad Abu-Salha, il 22enne della Florida, che si è fatto saltare in aria guidando un camion pieno di esplosivo, lanciato a tutta velocità contro un locale affollato in Siria. Prima della sua ultima missione, il ragazzo aveva diffuso un video in cui salutava i genitori e minacciava l'America. Abu-Salha era andato e tornato dalla Siria, aveva trascorso un lungo periodo negli Usa prima di tornare per morire in Medioriente. E se durante il suo soggiorno in America avesse compiuto un attentato?

Per la polizia federale e per l'intelligence statunitense, i Foreign Fighters sono la priorità sul fronte della lotta al terrorismo. Se qualcuno di loro dovesse sfuggire alle maglie dei controlli, rientrare in patria e aver l'ordine di agire, o decidere autonomamente di farlo, si materializzerebbe l'incubo che finora è stato sfiorato in qualche serie televisiva di grande successo.

Finora questo non è successo negli Usa. Secondo le analisi di alcuni esperti, il pericolo dei combattenti stranieri è stato un poco sopravvalutato dalle autorità giudiziarie e dai media. Per Thomas Hegghammer, il direttore del Norwegian Defence Research Establishment, la percentuale di combattenti stranieri  che torna al proprio paese d'origine dopo l'esperienza di guerra in Siria e rimane coinvolto in qualche atto di violenza è molto bassa: uno su nove.

La questione è però che aumenta sempre di più il numero di occidentali che si recano in Siria e Iraq per combattere la Jihad.

La possibilità, quindi, che ci sia un attentato in Occidente organizzato da un reduce è molto più alta. Qualche settimana fa, un'analisi del Brooking Institute invitata a non enfatizzare la minaccia dei foreign fighters, ma, allo stesso tempo, prevedeva un'inevitabile 'punto di ricaduta', cioè un attentato.

Finora questo non è successo negli Usa. E'accaduto a Parigi. Per questo oggi, anche molti americani si sentono Charlie. Je Suis Charlie. Charlie Hebdo.



© Riproduzione Riservata

Leggi anche

Chi era Georges Wolinski, il vignettista ucciso nella strage del Charlie Hebdo

Tre le vittime dell'attacco terroristico a Parigi c'è anche uno dei disegnatori più famosi del mondo: attualmente era capo redattore di "Charlie Mensuel"

Charlie Hebdo, la strage

Cronaca, foto, video, analisi, riflessioni sull'evento che sta sconvolgendo il mondo che crede nella libertà e nella ragione

Ricordo di Charb, il direttore di Charlie Hebdo

Stephane Charbonnier, 47 anni, linea editoriale libertaria ma considerata blasfema dagli oscurantisti

Charlie Hebdo: il grande buco dell'intelligence francese

Più servizi segreti e meno indagini ordinarie: la ricetta di Stefano Dambruoso per evitare altre attentati nel cuore del vecchio continente

Charlie Hebdo, le matite bersaglio degli assassini

Charb, Wolinski, Cabu, Tignous i quattro disegnatori uccisi in redazione

Strage di Charlie Hebdo: un vero attacco militare

Terroristi addestrati in un commando organizzato alla perfezione. I rischi per gli altri paesi europei

Strage di Charlie Hebdo: i killer ancora liberi

I due fratelli franco-algerini ritenuti responsabili dell'assalto sarebbero a nord di Parigi dove è in corso una gigantesca caccia all'uomo

Commenti