L'Egitto esplode, ma Morsi non molla. Ecco perché

Intervista ad Azzurra Meringolo, ricercatrice dello IAI, che spiega cosa c'è nel futuro del paese delle Piramidi

Piazza Tahrir, 30 giugno 2013. Manifestanti delle opposizioni cantano slogan contro il presidente Mohammed Morsi (Credits: Ed Giles/Getty Images)

Anna Mazzone

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L’Egitto non ha pace. Le piazze del paese delle Piramidi si sono nuovamente riempite e questa volta gli slogan sono tutti contro il presidente Mohammed Morsi. Sul campo restano più di dieci morti e l’immagine di una folla oceanica che è tornata a occupare piazza Tahrir al Cairo, luogo simbolo della rivoluzione del 2011 che cacciò l’ultimo faraone, Hosni Mubarak.

L’Egitto di oggi, nonostante libere elezioni e il cambio di potere ai vertici, non è ancora riuscito a risalire la china di una crisi profonda. La disoccupazione è alle stelle, la benzina costa troppo ed è scarsa e il presidente, emanazione politica dei Fratelli musulmani, ha più volte peccato di abuso di potere, ma – come ha dichiarato in un’intervista in esclusiva per il quotidiano britannico The Guardian – non ha alcuna intenzione di fare un passo indietro.

Come sfocerà la rabbia per i sogni infranti della rivoluzione? Panorama.it lo ha chiesto ad Azzurra Meringolo, ricercatrice pressp lo IAI (Istituto per gli Affari Internazionali) ed esperta di Egitto, oltre che autrice del libro “I ragazzi di piazza Tahrir ” (edizioni Clueb 2011).

Da due anni l’Egitto è in piazza, una forma di caos perenne. Cosa sta succedendo?
È il primo anno della presidenza di Mohammed Morsi e il presidente ha celebrato con una serie di manifestazioni contro di lui, che si sono svolte in tutto il Paese. La manifestazione del 30 giugno a piazza Tahrir al Cairo è stata la più grande e anche la più pacifica, mentre nelle città del Delta i numeri sono stati più piccoli, ma la violenza ha dilagato, aggiungendo diversi morti ai due della capitale. Anche la sede del partito dei Fratelli Musulmani è stata presa di mira con degli attacchi, ai quali è stato risposto con il fuoco. E questo indica un forte nervosismo da parte della Fratellanza islamica, dal momento che inizialmente avevano affermato di voler rispondere con il dialogo e in modo pacifico alle manifestazioni dell’opposizione.
 
Esiste il reale pericolo di un’islamizzazione egiziana?
L’islamizzazione è l’ultimo dei problemi dei manifestanti anti-Morsi. In primo luogo la causa di un simile malessere è da ricercare nell’economia, che vive una stagnazione soffocante da troppo tempo, e poi c’è la questione non secondaria della Carta Costituzionale, che è stata gestita dalla maggioranza un po’ come un premio elettorale, senza essere condivisa con le varie espressioni dell’opposizione civile.
 
Opposizione civile o laica?
Preferisco usare il termine di opposizione civile, perché in piazza ci sono anche molti musulmani che non rientrano tra i laici, ma si descrivono come madani, civili, che – appunto – sono l’espressione della società civile, libera e democratica, venuta fuori dalla rivoluzione del 2011.
 
All’inizio Morsi si è presentato come un moderato, ma poi ha preso sempre più potere. In che cosa ha sbagliato se oggi si ritrova la piazza contro?
Morsi ha commesso una serie di ingenuità. In una situazione delicata, di crisi, ha fatto un rimpasto di governo e poi ha nominato 17 nuovi governatori, cosa che è nelle sue facoltà di presidente. In entrambe le occasioni ha dato poltrone a membri della Fratellanza, complicando ogni tentativo di distensione.
 
Che peso ha la nomina dei nuovi governatori?
Tenga presente che per il governatorato di Luxor, area a vocazione turistica e meta dei viaggiatori di tutto il mondo, Morsi ha scelto un salafita duro e puro. Inimmaginabile, tanto che il ministro della Cultura si è dimesso e lo stesso salafita ha fatto un passo indietro.
 
Qual è la strategia di Morsi, visto che ha dichiarato che non se ne andrà?
Non se ne andrà di certo, anche perché rivendica la legittimità della sua carica, uscita fuori dai risultati delle elezioni dello scorso anno. Tuttavia, nei giorni scorsi ha ammesso di aver commesso degli errori e ha espresso la volontà di tendere la mano alle opposizioni. Ma la sensazione è che sia troppo poco e, soprattutto, troppo tardi.

Esiste un leader anti-Morsi nell’opposizione?
No, non esiste un unico leader perché l’opposizione è molto eterogenea. Va da Mohammed El- bBaradei ai movimenti giovanili che sono in piazza dal 25 gennaio 2011. Ultimamente, poi, durante l’ultima campagna si sono rivisti persino i sostenitori di Hosni Mubarak, anche loro in piazza contro Morsi.
 
Cosa dovrebbe fare il presidente?
Dovrebbe indire subito nuove elezioni per evitare che esploda la spirale delle violenze, ma non credo che lo farà proprio perché si sente legittimato dal voto e sicuro grazie al sostegno degli islamisti che sono scesi in piazza per esprimergli il loro appoggio.
 
Cosa accadrà in Egitto? Come si uscirà, se si uscirà, da questo caos perenne?
Ci sarà una battaglia tra chi tiene di più la piazza e in questo, va detto, sono avvantaggiati gli islamisti, per motivi storici e culturali. Le opposizioni sono più volatili e prima o poi in tanti potrebbero voler tornare alle loro vite e alle loro occupazioni. I Fratelli Musulmani invece resteranno lì e il Ramadan che è alle porte giocherà in loro favore.
 
E cosa farà l’esercito, che ha avuto un ruolo cruciale per detronizzare Mubarak nel 2011?
Per ora si sa che il presidente Morsi ha incontrato il ministro della Difesa, ma su questi incontri non è trapelato nulla. Prima della manifestazione del 30 giugno l’esercito è sceso in piazza, circondando centri nevralgici del Cairo. È certo che se dovesse succedere qualcosa, se dovesse esplodere la violenza, l’esercito interverrà, ma è una cosa che Morsi vuole scongiurare. Il livello di tensione, però, è molto alto e non possiamo prevedere realmente come si evolverà la situazione, qualora le proteste continuino e Morsi resti al suo posto senza fare alcun passo reale e concreto per tendere la mano alle opposizioni.

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