Pensioni anticipate, le idee del Governo per uomini e donne
Angelo Carconi/Ansa
Pensioni anticipate, le idee del Governo per uomini e donne
Economia

Pensioni anticipate, le idee del Governo per uomini e donne

Tutte le soluzioni studiate dall'esecutivo per rendere più flessibile la legge Fornero. Uscita dal lavoro a 62-63 anni ma con tagli di almeno il 3-4%

Il ministro del lavoro, Giuliano Poletti, non scopre ancora le carte e parla di ricostruzioni fantasiose dei giornali. Di fatto, però, sia lui che il suo collega Pier Carlo Padoan, ministro dell'economia, studiano da giorni una soluzione per ammorbidire la legge Fornero, la riforma previdenziale che è stata approvata in Italia nel 2011 e che costringe molti lavoratori a mettersi a riposo attorno a 66-67 anni. Ieri il premier Renzi, parlando al direttivo del Pd, ha confermato che il governo sta sì operando per modificare la riforma Fornero, ma non vuole neppure aumentare di troppo la spesa pensionistica. Ecco, di seguito, una panoramica sulle possibili soluzioni adottate dall'esecutivo e sui cambiamenti all'orizzonte nel capitolo previdenza.

L'opzione uomo

Una delle soluzioni allo studio è istituire un'uscita anticipata per tutte le donne (opzione donna) e soltanto per quegli uomini che restano disoccupati in età avanzata (opzione uomo). Per quest'ultima categoria di lavoratori vicini alla pensione, potrebbe esservi la possibilità di mettersi a riposo attorno a 62-63 anni, con una penalizzazione del 3-4% sull'assegno per ogni anno che precede il compimento dei 66 anni e 7 mesi (la soglia di congedo dal lavoro prevista oggi dalla riforma Fornero). Esempio: chi si ritira a 65 anni e mezzo, avrebbe una decurtazione dell'assegno attorno al 3-4%; chi va in pensione a 63 anni, invece, subirebbe un taglio alla rendita del 9-12%.

L'opzione donna

Il governo sta studiando anche una riedizione della tanto discussa Opzione Donna. Si tratta di un sistema che, fino al 2014, ha permesso alle lavoratrici di mettersi a riposo a 57 anni di età e con 35 anni di contributi, accettando però un assegno decurtato fino al 25-30% (perché calcolato col poco vantaggioso metodo contributivo). Ora si pensa a una nuova versione dell'Opzione Donna, che consentirebbe alle lavoratrici di andare in pensione con 35 anni di contributi e 62-63 anni di età (e non più a 57 come prima). Il taglio dell'assegno previsto, però, non sarebbe più del 25-30% come in precedenza ma arriverebbe sino a un massimo del 10% circa.

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Quanto si perde sull'assegno

E' difficile fare già adesso delle stime su quanto può costare ai futuri pensionati l'uscita anticipata. Occorre prima vedere a quanto ammonta con esattezza la penalizzazione stabilita dal governo. Se per esempio vi fosse un taglio dell'assegno del 3-4% per ogni anno che precede la soglia dei 66, un lavoratore o una lavoratrice che si ritirano a 63 anni perderebbero il 9-12% rispetto alla pensione piena. Su una rendita di 20mila euro lordi all'anno (1.200 euro netti mensili) la possibile decurtazione ammonta dunque a 1.800-2.400 euro all'anno, corrispondenti a 90-130 euro netti al mese (compresa la tredicesima).

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Il prestito pensionistico

Secondo alcune indiscrezioni, non è tramontata del tutto neppure l'ipotesi (avanzata nel 2013 dall'ex ministro del welfare Enrico Giovannini) di istituire una sorta di prestito pensionistico. In pratica, i lavoratori che vogliono mettersi a riposo prima del previsto (per esempio a 63 anni) potrebbero farsi anticipare una parte degli assegni Inps a cui avrebbero diritto in futuro, cioè dopo i 66-67 anni . Nel breve termine, questo sistema mette in conto una spesa aggiuntiva per lo stato che, tuttavia, viene recuperata nel corso di tutta la vita residua del pensionato, poiché gli assegni da lui maturati dopo i 67 anni vengono tagliati per rimborsare il prestito ricevuto.

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La staffetta generazionale

Non è esclusa neppure l'ipotesi che venga rispolverato un altro progetto elaborato a suo tempo dal governo Letta. Si tratta della staffetta generazionale, che favorisce il ricambio tra giovani e anziani nell'organico delle aziende. In pratica, le imprese che vogliono “svecchiare” il proprio personale potrebbero approfittare dei nuovi requisiti di uscita anticipata a 62-63 anni per prepensionare alcuni dipendenti e assumere al loro posto dei giovani (anche part-time). Le imprese che approfittano di questa opportunità, però, saranno chiamate probabilmente ad affrontare dei costi, per esempio a pagare la quota di contributi necessaria affinché il lavoratore anziano raggiunga i requisiti del pensionamento pieno, previsto oggi attorno a 67 anni.

Il nodo dei costi

Il problema principale che Padoan e Poletti devono risolvere riguarda i costi. Anche se ci sono forti penalizzazioni per chi si ritira prima dei 66-67 anni, una eventuale modifica alla Legge Fornero comporterà comunque (nel breve termine) una spesa per le casse pubbliche. Lo stato dovrà infatti pagare nuove pensioni a migliaia di italiani che, con le regole attuali, sono invece costretti a rimanere in attività. L'obiettivo che il ministero dell'economia si è posto, a quanto pare, è contenere entro 1 miliardo di euro i costi aggiuntivi generati nel 2016 da un ammorbidimento della riforma Fornero.

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