Cronaca

Suicidio assistito, la barriera infranta

La sentenza della Corte Costituzionale segna un passaggio, forse una scorciatoia per l'eliminazione di chi soffre

dj fabo

Mario Giordano

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Non lo so, caro papà, se anche la tua fu eutanasia. Però ricordo bene quel giorno di novembre quando, dopo cinquanta giorni di coma, i medici dissero che volevano spostarti dalla sala di rianimazione. Dove lo mettete?, chiedevamo ansiosi. In reparto, rispondevano con occhi sfuggenti. Ma ce la farà?  Non ce l’hai fatta. Mi chiamò mio fratello quella stessa notte. «Papà è morto». Non so se fu davvero una crisi, se fu un cedimento del tuo corpo («è stato generoso fino all’ultimo, non voleva farvi più soffrire» dissero pietosi i parenti) o se, quella tua morte, fu una scelta dei medici. Non l’ho mai capito. Me lo sono sempre chiesto, ma solo dentro di me. A casa non se ne è mai parlato. Noi piemontesi anche le lacrime le nascondiamo. Figurarsi se non nascondiamo domande così piene di dolore e di imbarazzo.

Non lo so, caro papà, se anche la tua fu eutanasia. Ma so per certo che l’eutanasia negli ospedali c’è sempre stata. I medici l’hanno sempre praticata.  Con buon senso, con riguardo, sospendendo l’accanimento quando si superava un limite. In fondo quello tra la vita e la morte, in certe situazioni, è sempre stato un confine sottile, regolato da silenzi, sguardi sofferti, umane complicità. Non ho mai chiesto al dottore che ha deciso di spostarti dalla rianimazione perché l’abbia fatto, caro papà. Non gli ho chiesto se sapeva quel che faceva. L’ho accettato, così come avevo accettato (con tante lacrime e immensa fatica) l’ictus che ti aveva colpito qualche settimana prima, quando tornavi felice dal tuo orto e non pensavi che la tua vita sarebbe finita quel giorno.

Oggi, invece, fatico ad accettare la decisione della Corte costituzionale che ha legittimato il suicidio assistito e dunque di fatto ha aperto le porte all’eutanasia. Fatico ad accettarla innanzitutto perché è assurdo che una decisione così importante, destinata a incidere così profondamente nella nostra società, sia presa dai giudici e non da coloro che sono stati eletti per rappresentarci tutti. Mi sarebbe piaciuto se coloro che tanto spingono nella direzione della dolce morte avessero avuto il coraggio di dare battaglia nel Paese, per conquistare alla loro idea la maggioranza degli italiani o almeno la maggioranza dei loro rappresentanti in Parlamento. Troppo semplice trincerarsi dietro una toga per dire «da oggi siamo più liberi». Con il piffero, più liberi. Ci siamo consegnati al potere giudiziario, ancora una volta. Come facciamo a essere più liberi?

Ma soprattutto fatico ad accettare la decisione della Corte costituzionale perché un conto è stendere la mano pietosa su un uomo che soffre, come i medici hanno sempre fatto e come è stato nel caso unico e drammatico di Dj Fabo, oggetto della sentenza; e un altro conto è stabilire un principio generale, cioè la liceità di accompagnare il prossimo alla morte, che di per sé apre la porta a scenari mostruosi. Scenari che portano diritti verso l’eliminazione dei sofferenti. Verso la selezione genetica, la soppressione del malato, come la stessa Corte costituzionale ha ammesso, paventando (eufemisticamente) la possibilità di «abusi». Abusi? Lo sterminio dei deboli, ecco l’abuso che ci aspetta.

È vero che la sentenza pone limiti precisi (il proposito di suicidio deve essersi formato in modo libero e autonomo, il suicida deve essere capace di prendere decisioni consapevoli, etc). Ma chi controlla? Chi controlla che su un anziano malato non vengano fatte pressioni psicologiche, più o meno violente, per indurlo a scegliere la morte? E che le stesse pressioni non vengano fatte su un disabile grave? Chi sta male, si sa, spesso si sente un peso per la sua famiglia. Capisce che senza di lui gli altri potrebbero essere più felici. Magari più ricchi. E allora quante persone potrebbero essere indotte, in qualche modo,  a togliersi di mezzo per fare un favore a chi resta?

Nel campo dell’etica quando si apre uno spiraglio viene giù la montagna. Purtroppo è così. Una volta infrante le barriere, la deriva non si ferma più. Per esempio: venne fatta una legge chiamata «tutela della maternità». Di maternità tutelate non se ne sono viste molte. L’aborto, in compenso, è diventata una pratica anticoncezionale. Sui valori non c’è scampo: se si arretra, è subito Caporetto. Se non si tiene il punto, si finisce travolti. E, in questo caso, è gigantesco il rischio di venire travolti dalla cultura di morte che stermina tutto ciò che è troppo sofferente, o troppo anziano, o semplicemente poco produttivo per la nostra egoistica società. Perché è chiaro a tutti, ormai che i malati costano troppo. Non si possono tenere in vita, non tutti, non così a lungo. Meglio eliminarli. Perché i malati richiedono cure. Magari farmaci costosi. I malati rubano tempo, spazio, persino un posto in sala di rianimazione a un altro malato. Proprio come facevi tu, caro papà. n

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