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Calcio

Inter, anatomia di un suicidio perfetto

Errori di Inzaghi, condizione fisica insufficiente, calendario intasato e la presunzione che i campioni d'Italia potessero aver assorbito senza problemi il mercato estivo: alle origini della crisi nerazzurra

A mettere in fila i numeri non c'è nessuna ragionevole possibilità che l'Inter difenda il proprio titolo di campione d'Italia. Tra le big è quella che è andata peggio nell'ultimo mese (7 punti in 7 partite) e la meno convincente in tutto il 2022, quando la media punti precipitata a 1,3 per gara. Un'andatura da mezza classifica che ha gelato le speranze di cavalcata trionfale, espresse più fuori che dentro l'ambiente nerazzurro dove, però, è innegabile che si stesse vivendo con grande fiducia il primo inverno di Simone Inzaghi.

E' come se l'Inter si fosse fermata sul primo colpo subito nel derby dello scorso 5 febbraio, prima dominato e poi perso contro un Milan che quella sera si giocava le chance di restare in vita nella corsa scudetto. L'uno-due di Giroud ha piegato le gambe dei campioni d'Italia che non sono più riusciti a rialzarsi. Sono emersi i limiti e scomparsi improvvisamente i meriti, il miglior attacco del campionato è svanito e ha lasciato il posto alla crisi di coppia Dzeko-Lautaro Martinez, aggiustata per le statistiche solo dalla goleada con la Salernitana, ultima della classe.

Un crollo verticale che sta rimettendo in discussione tutto. Del contratto di Simone Inzaghi da prolungare a furor di popolo non si parla più, non adesso. Anche il tecnico è finito sul bando degli imputati, accusato di non aver dotato la squadra di un piano tattico alternativo a quello andato in crisi, di non cambiare mai nemmeno quando mancano pedine fondamentali (Brozovic) o altre stanno rifiatando e di stare ripetendo la traiettoria vissuta troppe volte alla Lazio: andata a mille, ritorno boccheggiante.

Il suo presente e il suo futuro, almeno per ora, non sono in discussione. E' evidente, però, la differenza di strategia comunicativa tra la società, che continua a parlare apertamente di scudetto come obiettivo da raggiungere, e il suo allenatore. Inzaghi ricorda come la mission estiva fosse un posto tra le prime quattro ma sembra predicare nel deserto perché la verità è che, alla seconda stella, avevano fatto la bocca tutti quelli che lo circondano a partire dai dirigenti.

Di sicuro Inzaghi è chiamato a cambiare passo e a sbagliare qualche scelta in meno. Gli errori di gestione non sono mancati e si ripetono, cominciando con l'utilizzo col contagocce di parte della rosa messagli a disposizione. Gosens, acquistato in gennaio per una trentina di milioni, non è mai titolare anche se Perisic è stanco. A centrocampo c'è chi non esce mai e chi pare dimenticato nelle rotazioni come Gagliardini. In difesa si preferisce spesso l'adattato Dimarco al solido D'Ambrosio. Come se ci fosse un unico e intoccabile copione da recitare.

Ma al netto delle critiche, Inzaghi ha ragione quando prova a far passare un messaggio che oggi non arriva al suo pubblico. Immaginare che l'Inter, cedendo i suoi migliori giocatori e sostituendoli senza reinvestire se non una piccola parte del budget, potesse essere la stessa della cavalcata di Conte o, peggio, migliore è stato un errore di prospettiva. L'ultimo mercato estivo ha indebolito la squadra e alcune criticità emerse adesso lo stanno evidenziando.

Il calendario non è stato amico a gennaio e febbraio, intasati di impegni probanti e ravvicinati, e non lo è adesso. I margini per un ribaltone ci sono ma diventano più stretti ogni giornata che passa, anche perché la questione è diventata molto più mentale che fisica. Non dovesse conquistare lo scudetto, come sarebbe giudicato il lavoro di questa Inter? Non si potrebbe parlare di fallimento, visto il punto di partenza. Ma aver dato l'impressione di poter dominare e poi essersi afflosciati così aprirebbe scenari difficili da leggere oggi

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