Gabriele Antonucci

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Nessuno, meglio dei Muse, incarna il suono del nuovo millennio, tra rock decadente, lampi di elettronica e suggestioni sinfoniche. Un noto critico musicale ha definito il sound dei Muse, 24 anni di carriera e 20 milioni di dischi venduti, “un ibrido geneticamente modificato di Queen, Jeff Buckley e Radiohead”.

Ventate di pessimismo cosmico rese meno dolorose da melodie a presa rapida, energici riff di chitarra che sembrano arrivare direttamente dallo spazio, atmosfere epiche e magniloquenti da kolossal hollywoodiano.

Solo gli U2, i Radiohead e i Coldplay possono vantare dal vivo un riscontro di pubblico e un impatto pari a quello dei Muse: Matt Bellamy, Dominic Howard e Chris Wolstenholmen sono in grado, con la sola aggiunta di un tastierista, di dare vita a un sound ricco ed emozionante come quello di un’intera orchestra.

Il rapporto con l'Italia e i concerti di Milano e Roma

I Muse, fin dagli esordi, sono molto legati al nostro Paese. Basti pensare che il frontman Matt Bellamy è stato fidanzato per dieci anni con una ragazza italiana, la psicologa Gaia Polloni, tanto da trasferirsi alcuni anni a vivere con lei sul lago di Como. La band ha registrato nel 2005 una parte di Black holes and revelation a Milano, presso le Officine Meccaniche di Mauro Pagani e anche The Resistance del 2009 è parzialmente registrato in Italia, con una suite sinfonica finale nella quale suonano gli orchestrali della Scala di Milano.

Il trio di Teignmouth tornerà a esibirsi in Italia nel 2019 con due date allo stadio San Siro di Milano (venerdì 12 luglio) e allo Stadio Olimpico di Roma (sabato 20 luglio), dove presenterà i brani del nuovo, attesissimo album Simulation Theory, che esce oggi in tutto il mondo.

Lo stile e i formati dell'album

I Muse, dopo la cupezza distopica di Drones, si sono definitivamente allontanati dall’alt rock delle origini per abbracciare un pop magniloquente e ambizioso, in cui l'elettronica gioca un ruolo enfatico, mentre la chitarra si sente principalmente nelle tessiture.

Gli undici brani che lo compongono sono stati prodotti dalla band, insieme a diversi produttori rinomati tra i quali Rich Costey, Mike Elizondo, Shellback e Timbaland. Ogni canzone dell'album sarà accompagnata da un video.

Simulation Theory è pubblicato in tre formati: Standard (11 brani), Deluxe (16 brani) e Super Deluxe (21 brani).

Tra i brani in più rispetto a quelli contenuti nella versione standard una versione acustica gospel di Dig Down, la partecipazione della UCLA Bruin Marching Band in Pressure, una versione dal vivo di Thought Contagion, versioni acustiche di diversi brani tra cui Something Human e versioni 'Alternate Reality' di Algorithm e The Dark Side.

La recensione dei brani

I brani che richiamano maggiormente i vecchi Muse sono The Dark Side, arricchito da un eccellente assolo di Bellamy, l'adrenalinica Pressure e Blockades: quest'ultima ha l'epicità ingenua e un po' tamarra di The final countdown degli Europe, il classico brano di cui ti vergogni con gli amici che ne sanno di musica, ma che poi ascolti a tutto volume nella tua stanzetta facendo air guitar.

Gli altri otto brani strizzano l'occhio alle atmosfere retrofuturiste anni Ottanta già a partire dalla copertina, non a caso opera di Kyle Lambert, che ha disegnato le locandine di 'Stranger Things', 'Jurassic Park' e molti altri film.

La cover della versione Super Deluxe è stata invece realizzata da Paul Shipper, i cui lavori precedenti includono 'Star Wars: The Last Jedi' e 'Avengers: Affinity War', tra gli altri.

L'album prende il via con uno scarno pattern di batteria alla Kraftwerk e le tastiere avvolgenti di Algorithm, umanizzate dal piano di Bellamy e da orchestrazioni classiche tipicamente cinematiche.

Nella "princiana" Propaganda si avverte immediatamente la mano pesante di Timbaland, un produttore che, piaccia o meno, ha un marchio di fabbrica inconfondibile, tra loop inquietanti e suoni orientalieggianti: una canzone spiazzante, ma coraggiosa ed efficace, che cresce ascolto dopo ascolto.

Break it to me è ipnotica, meccanica e confusa, un brano di cui avremmo fatto sinceramente a meno.

Something Human è un mid tempo marpione e innocuo, con coretti alla Beach Boys abbastanza fuori luogo, che potrebbe essere il perfetto complemento sonoro per un film di Walt Disney.

In Dig Down ci è sembrato di ascoltare un redivivo George Michael ai tempi Father figure (1987) nella strofa e di Freedom (1990) nel refrain, mentre i cori finali da stadio richiamano gli U2 di Where the streets have no name (1987): guardiamo il calendario, che ci conferma che invece siamo nel 2018.

Simulation Theory è un album piacevole e variegato, ma eccessivamente discontinuo negli esiti artistici, concepito come una raccolta di singoli e non come un'opera complessiva, che accontenta i fan della prima ora nei brani più rock, ma che sembra rivolto principalmente ai millennials e all'ascolto in streaming, anche se non pochi quarantenni apprezzeranno gli evidenti richiami agli anni Ottanta.

Siamo certi che anche i brani meno ispirati del disco avranno, però, una resa sonora e un tiro maggiore dal vivo, dove i Muse hanno davvero pochi rivali.

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