Gabriele Antonucci

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I Beatles sono il gruppo che vanta la maggiore influenza musicale nel Novecento, con decine di band epigone, anche se nessuna è riuscita più a ripetere la magia delle loro canzoni.

Secondo la classifica di Rolling Stone il miglior album rock di sempre è Sgt.Pepper’s Lonely Hearts club band, mentre 4 dei primi 10 dischi, sui 500 recensiti, appartengono ai Beatles.

Una carriera tutto sommato breve, quella dei Fab Four, che va dal 1962 al 1970, ma incredibilmente intensa, che ha prodotto dodici album, ognuno dei quali è entrato a pieno diritto nella storia del rock.

Let it be, pubblicato l'8 maggio 1970, è stato il capitolo conclusivo dell’appassionante storia della band di Liverpool, nonostante l'ultima fatica in studio dei Fab Four sia stata la registrazione di Abbey Road, avvenuta nell'agosto del 1969.

Un album meno considerato rispetto ai capolavori Sgt.Peppers's,White Album e Abbey Road, ma che, analizzato brano per brano, è stato la degna conclusione di una storia irripetibile, che vale la pena ripercorrere.

Presa diretta

Registrato quasi interamente in presa diretta, senza abbellimenti e sovraincisioni, nel gennaio del 1969, Let it be venne pubblicato soltanto l'anno successivo, l’8 maggio del 1970, un mese dopo lo scioglimento del gruppo annunciato da McCartney alla stampa.

Durante le registrazioni, nel gennaio 1969, i Beatles cambiarono improvvisamente direzione, concentrandosi su Abbey Road, diretto e promosso dal loro vecchio maestro George Martin.

Get back

 Il progetto, inizialmente concepito con il titolo Get Back, era stato ideato da Paul McCartney come recupero dell'impronta rock e dell'approccio live che i Beatles avevano all'inizio della loro carriera: una sorta di ritorno alle origini.

Un po’ come per Please Please Me, registrato in un'unica seduta di 12 ore nel 1962, i Beatles avrebbero dovuto abbandonare le strumentazioni elettroniche e le sovraincisioni a vantaggio delle registrazioni in presa diretta.

L’idea di un album registrato in un grande concerto dal vivo naufragò, trasformandosi in una performance tenutasi il 30 gennaio 1969 sul tetto dell'edificio di Savile Row, sede della Apple, il leggendario "Rooftop Concert”.

Billy Preston

George Harrison coinvolse nell’album il tastierista jazz Billy Preston, che il gruppo aveva conosciuto nei primi anni Sessanta ad Amburgo, sia per scongiurare i continui litigi nella band che per ragioni tecniche: la decisione di evitare sovraincisioni richiedeva l’apporto di un altro strumentista.

La presenza di Preston rasserenò gli animi e rimandò di qualche mese la rottura definitiva dei Beatles.

Litigi

Le discussioni e i litigi all'interno del gruppo erano ormai quotidiani: Paul McCartney si poneva sempre più come leader del quartetto, oltre a essere quello che credeva di più nel progetto.

Lennon era sempre più schiavo dell’eroina e succube di Yoko Ono, che portava sempre con sé, anche in studio di registrazione.

George Harrison era stufo di non essere considerato allo stesso livello del duo Lennon-McCartney, che bocciava spesso le sue proposte, e meditava di dare vita a un nuovo gruppo insieme all’amico Eric Clapton.

Ringo Starr, il cui ruolo all’interno dei Beatles è stato troppo spesso sottovalutato, tentava con la sua naturale simpatia di ammorbidire gli screzi e i nervosismi tra gli altri tre litigiosi componenti.

Phil Spector

I Beatles, insoddisfatti delle canzoni di Let it be, lasciarono il missaggio delle tracce all'ingegnere della EMI Glyn Johns, ma, una volta terminato l’acetato, il gruppo era già con le testa ad Abbey Road.

Successivamente le registrazioni furono affidate al produttore americano Phil Spector, l’inventore del celebre muro del suono(emblematica di questo stile è Be my baby delle Ronettes), che applicò anche a Let it be.

Paul McCartney andò su tutte le furie dopo aver ascoltato la sua The Long and Winding Road modificata da Spector con l'aggiunta di violini e di cori celestiali.

Let it be naked

A novembre 2003 è stato pubblicato Let It Be... Naked, che secondo Paul McCartney era più fedele al progetto iniziale dell'album, senza gli arrangiamenti barocchi di Phil Spector.

Oltre al missaggio diverso dei brani, sono state eliminate Dig It e Maggie Mae e aggiunta al loro posto Don't Let Me Down.

Two of us

Molti hanno interpretato il brano come il segnale di una ritrovata armonia tra Paul e John, mentre il "Due di noi” del titolo si riferiva in realtà a McCartney e all’ex moglie Linda Eastman.

La canzone è stata scritta in macchina da Paul, durante un pomeriggio di relax in cui i due innamorati si erano lasciati alle spalle i ritmi londinesi per tuffarsi nella natura.

Across the universe

Registrata nel febbraio 1968, Lennon sperava di poterla pubblicare come singolo, ma gli fu preferita Lady Madonna di Paul, così i nastri di Across the Universe rimasero allora nel cassetto.

Composta nella casa di John a Kenwood, in un momento di dormiveglia dopo l’ennesimo litigio con la moglie Cynthia. Lennon fu colto da un’improvvisa ispirazione e da un flusso incontrollato di parole che lo portarono ad alzarsi dal letto e a scendere al piano inferiore per scrivere il testo.

Il risultato fu un capolavoro assoluto.

I Me Mine

Il titolo, apparentemente senza senso, racchiude uno dei capisaldi della filosofia indiana da cui George Harrison era sempre più suggestionato: l’individualismo, ciò che io ho, che appartiene a me, che è mio, impedisce di raggiungere la coscienza cosmica in cui non c’è ego.

Let it be

La canzone, una delle più celebri ed emozionanti di tutta la discografia dei Beatles, è quasi una risposta di Paul alla Julia di Lennon del White album.

Un gospel in 4/4, impreziosito dall’organo suonato da Billy Preston, ispirato dalla visione in sogno della madre Mary che, in un periodo assai travagliato per McCartney, lo esortava a non prendersela troppo e a lasciare che le cose accadessero, senza forzature.

Le registrazioni del brano vennero effettuate il 25 e il 31 gennaio 1969.

Let it be fu poi ripresa il 30 aprile negli studi di Abbey Road e in quella seduta George sovraincise l’assolo di chitarra.

A John Lennon la canzone non piaceva affatto, ma anche Paul non ne era molto convinto, così Let it be fu proposta ad Aretha Franklin, la regina del soul, che in quel periodo era all'apice della carriera.

La cantante, dopo aver ascoltato il demo, iniziò a dubitare che quel "Mother Mary", che lei riteneva erroneamente un riferimento cattolico invece del nome della madre di McCartney, fosse incompatibile con la sua fede battista.

Paul  e John, stanchi di aspettare una sua decisione, la registrarono di nuovo qualche mese dopo, il 4 gennaio 1970, quando furono aggiunti fiati e archi nella versione definitiva del brano.

Quella take fu l’ultima esperienza dei Beatles come gruppo in uno studio di registrazione.

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