Se le cellule tumorali, in determinate condizioni, potessero essere “rieducate” e riportate alla normalità?
Il 17 aprile è uscito Reversione del ricercatore Andrea Pensotti, libro che firma il primo studio internazionale di sistematizzazione in questo campo, abbracciando oltre cent’anni di ricerca sulla reversione tumorale. Molti i luminari che hanno recensito positivamente il suo lavoro. Argomento spiegato con uno stile scorrevole e coinvolgente anche per i non addetti ai lavori.
Ogni pagina e ogni aneddoto incuriosiscono e spingono a documentarsi.
Laureato in Chimica e tecnologie farmaceutiche, lavora al suo dottorato proprio sulle reversione tumorale con il professor Mariano Bizzarri, con cui ha firmato alcuni studi pionieristici, isolando e brevettando un gruppo di microRNA che hanno fornito evidenze molto promettenti.
“Questo filone di ricerca è vecchio di cent’anni – racconta Pensotti – ogni volta che analizzavo la letteratura, cercavo un articolo o una citazione, non smettevo di imbattermi in scoperte straordinarie, come scoprire che già nell’Ottocento si assisteva regressioni spontanee di tumori o che negli Anni Quaranta, un biologo vegetale della Rockfeller University aveva indotto una riprogrammazione di cellule tumorali dalla pianta del tabacco. Mi sono appassionato a esaminare questi studi, animato da un vero e proprio spirito d’inchiesta, entrando nelle vite dei protagonisti. E mi sono accorto che nessuno aveva raggruppato e organizzato queste nozioni preziose.”
Nozioni che hai spiegato in maniera chiara e affascinante nel tuo libro “Reversione”
“Il mio libro nasce con l’intenzione di far conoscere queste ricerche al più ampio pubblico possibile. È paradossale: dati così solidi e promettenti sono pressoché sconosciuti non solo al grande pubblico, ma all’intera comunità scientifica. Con la mia ricerca di dottorato ho avuto la possibilità di sistematizzarli e di creare una base culturale da condividere con altri ricercatori. Tanto che sono stato invitato al National Cancer Institute negli Stati Uniti per presentarli. Ma è la divulgazione a poter fare la vera differenza: per attrarre finanziamenti su questo filone dobbiamo prima sensibilizzare l’opinione pubblica. Il mio sogno è dar vita a una fondazione che coordini e sostenga queste ricerche. Le risorse necessarie non sarebbero nemmeno altissime: si pensi che un giorno di guerra finanzia dieci anni di ricerca. La cosa difficile non è trovare i fondi. È scardinare una certa mentalità.”
La mentalità, come spieghi, di vedere il cancro come malattia causata solo dai geni
“Dopo le grandi scoperte sul DNA si sono costruiti paradigmi che hanno implicitamente condizionato il pensiero scientifico. Non si poteva pensare al cancro in altro modo che come una malattia irreversibile causata da una serie di mutazioni genetiche irreversibili. L’unico modo, quindi, era fargli la guerra. Eppure i risultati parlano chiaro: studi come quelli dell’oncologo americano Tito Fojo hanno dimostrato che i farmaci mirati sui geni tumorali hanno prolungato la sopravvivenza media di settimane, non di anni. Qualcosa nel paradigma non torna. La sfida è culturale; portare alla luce questo filone di ricerca con strumenti scientifici ed empirici. Se consideriamo il cancro come una malattia, la strategia obbligata è eliminare la cellula malata. Ma se spostiamo l’attenzione sull’ambiente in cui quella cellula vive, sull’intera rete di relazioni che compone un tessuto, possiamo predisporre il contesto a rieducarla. L’obiettivo non è necessariamente la guarigione totale, ma la cronicizzazione: trasformare il cancro in una malattia gestibile, come oggi facciamo con il diabete o l’ipertensione.”
I vostri studi danno estrema importanza all’ambiente della cellula
“La farmacologia classica è fondamentale, ma considera il corpo in modo meccanicistico, come se fosse una macchina da riparare pezzo per pezzo. Il nostro organismo, invece, è un sistema straordinariamente complesso; dobbiamo un po’ cambiarne la visione.
Una delle scoperte più rilevanti è che geni e contesto si influenzano in modo costante e dinamico. La natura sa come generare la vita; il nostro compito è imparare a usare quella stessa saggezza per rigenerare un organismo malato. Non eliminare il tumore, ma rieducarlo.”
Non potrebbe essere considerato irresponsabile uscire con un libro divulgativo raccontando il cancro come qualcosa di reversibile?
“È il rischio principale che per diverso tempo mi ha frenato dal lavorare a un testo divulgativo. Poi però ho fatto una constatazione: ogni volta che parlo di questi argomenti, anche con professionisti e accademici, sembrano tutti cadere dalle nuvole. La lacuna più urgente non è quindi sul piano delle pubblicazioni scientifiche, ma su quello divulgativo. Nel libro sono stato attento a non trasmettere false aspettative, ma una speranza fondata su un filone di ricerca che merita attenzione. Ci troviamo davanti a dati molto incoraggianti: è arrivato il momento di coordinare le conoscenze fin qui accumulate a livello internazionale. Si devono unire le forze e uscire dall’individualismo della ricerca, costruendo un modello virtuoso di collaborazione.
Intanto, con il Professor Bizzarri avete brevettato un prodotto a supporto delle cure tradizionali
“Nel corso delle nostre ricerche abbiamo registrato dati molto interessanti su come un estratto di uova di trota possa contribuire a migliorare diversi parametri metabolici di cellule tumorali e cellule infiammate, come il metabolismo energetico. Abbiamo così creato un integratore a supporto delle cure tradizionali. Sia chiaro: non proponiamo nessuna cura, nessuna guarigione, questo ci tengo a specificarlo. Questo preparato aiuta a recuperare l’appetito e contribuisce a contrastare alcuni effetti collaterali delle cure; cosa non da poco. Spesso sono proprio quegli effetti collaterali a debilitare il paziente fino al punto da imporre la sospensione delle terapie.
Il nostro gruppo di ricerca lavora su due binari paralleli: la ricerca sulla reversione tumorale, con l’obiettivo di sviluppare un futuro farmaco, e la ricerca su come sostenere il paziente durante i trattamenti. Tenerli distinti non è una questione formale, è una responsabilità verso il paziente.“
IL CONTRIBUTO DEL PROFESSOR BIZZARRI
Direttore del Laboratorio di Biologia dei Sistemi e Laboratorio di Biomedicina Spaziale dell’Università La Sapienza di Roma, oncologo e saggista, il professor Mariano Bizzarri è soprattutto un uomo che ama appassionatamente il proprio lavoro, la vita umana e la ricerca.
È stato il tutor di dottorato di Andrea Pensotti e da anni conduce ricerche pionieristiche sulla lotta al cancro e alla realizzazione di un preparato a base di microRNA, capace di aprire la strada a nuove possibilità terapeutiche.
Prof. Bizzarri, com’è nata questa ricerca?
“Fino a vent’anni fa si era convinti che la condizione delle cellule fosse fissata una volta per tutte. Nel corso degli ultimi vent’anni abbiamo scoperto invece, che le cellule possono percorrere strade diverse, al punto tale che nel 2012 Shinya Yamanaka ha ricevuto il premio Nobel per aver dimostrato che la differenziazione delle cellule può cambiare dietro stimolazione, con alcuni fattori molecolari.”
E questo dovrebbe valere anche per le cellule tumorali?
“Anche i tumori possono essere considerati forme di differenziazione cellulare patologica, essere quindi indotti a regredire verso uno stato funzionale simile alla normalità. Questo è il quadro teorico.
Ogni cellula ha con sé un corredo di istruzioni che la supporta nella scelta di quello che sarà il suo destino. Questo insieme di segnali e di istruzioni l’abbiamo chiamato stamisoma. Una componente degli stamisomi sono i microRNA, piccoli segmenti che agiscono come interruttori: accendono o spengono segnali attivati dal genoma, dal DNA.”
Qual è stato il vostro lavoro?
“Abbiamo isolato questi fattori da cellule staminali prese dal pollo, o meglio dall’uovo, e da diversi tipi di uova di pesce tra cui la trota, e abbiamo riscontrato che effettivamente questi segnali erano in grado di cambiare e di invertire il destino del fenotipo tumorale, andando a ridurre la capacità di dare metastasi, cioè di invadere i tessuti e di migrare.
Siamo già riusciti a brevettare un mix specifico di microRNA in grado di indurre la reversione di cellule tumorali.
Questo apre la via a una strategia terapeutica radicalmente nuova.
Ci sono tumori che oggi con le terapie convenzionali hanno tassi di guarigione tra l’80 e il 98 per cento; poi ci sono tumori come quello del pancreas e del fegato, per esempio, che purtroppo non hanno la stessa risposta. Anzi, spesso, “facendo la guerra” alle cellule malate, si ottiene l’effetto di renderle più aggressive. Per questo dobbiamo costruire nuove strategie.
Noi diciamo sommessamente che la possibilità di modulare il comportamento e la differenziazione del tumore può essere un altro ausilio importante in questa lotta.”
Come ci ricorda il professor Bizzarri, noi siamo più dei nostri geni: non c’è mai una corrispondenza meccanicistica così banale. Se fosse così avremmo risolto tutto. La realtà è articolata. Il contorno e l’ambiente contano. Parecchio. E il mondo è bello proprio perché è complesso.
