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Bevande zuccherate, nuovo allarme: un drink in più e aumenta il rischio di cancro?

Bevande zuccherate, nuovo allarme: un drink in più e aumenta il rischio di cancro?
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Il più grande studio finora condotto sull’associazione tra bevande zuccherate e cancro del fegato riapre una questione che riguarda obesità, diabete, fegato grasso e metabolismo. E ridimensiona anche il presunto vantaggio delle bevande “zero”.

C’è qualcosa di quasi paradossale nel modo in cui la ricerca sul cibo arriva sulle nostre tavole: un alimento che per anni è stato considerato soprattutto un problema solo di peso e di denti può improvvisamente entrare nel territorio dell’oncologia. È quello che sta accadendo alle bevande zuccherate, dalle bibite gassate ai tè pronti, dalle bevande energetiche a quelle alla frutta con zuccheri aggiunti. Il nuovo dato arriva da un’analisi di dimensioni eccezionali, pubblicata su JAMA Network Open, che ha messo insieme 11 grandi studi prospettici per un totale di 1.518.411 adulti. Le persone sono state seguite per una mediana di 17,8 anni e nel periodo di osservazione sono stati identificati 2.811 casi di tumore del fegato, dei quali 1.699 erano carcinomi epatocellulari e 444 colangiocarcinomi intraepatici. Il risultato è interessante, ma va letto con precisione. A ogni incremento di una bevanda zuccherata al giorno corrispondeva un aumento relativo del 10% del rischio di carcinoma epatocellulare e del 15% di colangiocarcinoma intraepatico: non significa che bere una bibita al giorno faccia diventare il rischio individuale di cancro “del 10% più alto”. Significa che, nella popolazione studiata, per ogni aumento equivalente a una bevanda zuccherata quotidiana, il rischio relativo dei due sottotipi tumorali risultava maggiore. Il dato diventa ancora più interessante perché la ricerca non nasce dal nulla. Nel 2023 uno studio pubblicato su JAMA, condotto su quasi 99 mila donne in postmenopausa seguite per oltre vent’anni, aveva già osservato un’associazione tra il consumo di almeno una bevanda zuccherata al giorno e un maggiore rischio di cancro del fegato e di morte per malattia epatica cronica. Il nuovo lavoro allarga enormemente la base osservazionale e, soprattutto, permette di guardare ai diversi tipi di tumore epatico. Non trasforma però un’associazione in una prova di causalità.

Il fegato non è una vittima innocente dello zucchero

Per capire perché una bibita possa avere a che fare con il fegato bisogna uscire dalla formula semplicistica “zucchero uguale cancro”. Il fegato è uno dei principali organi coinvolti nel metabolismo dei nutrienti. E le bevande zuccherate hanno una caratteristica particolare: permettono di assumere rapidamente zuccheri e calorie senza produrre la stessa sensazione di sazietà degli alimenti solidi. Quando il consumo diventa abituale, il problema riguarda quindi l’intero metabolismo. Un’alimentazione ricca di zuccheri e calorie può contribuire all’aumento di peso, all’insulino-resistenza e al diabete di tipo 2, condizioni già associate a un maggiore rischio di malattia epatica e di carcinoma epatocellulare. È qui che entra in gioco la MASLD, la malattia epatica steatosica associata a disfunzione metabolica, una delle grandi sfide emergenti dell’epatologia. Il semplice accumulo di grasso nel fegato non equivale a un tumore, ma in una parte dei pazienti la malattia può progredire verso infiammazione, fibrosi, cirrosi e, nei casi più avanzati, carcinoma epatocellulare. Gli stessi autori dello studio indicano proprio queste alterazioni metaboliche tra le possibili spiegazioni biologiche del risultato.

E le bevande “zero”?

Se il problema è lo zucchero, basta scegliere una bevanda senza zucchero? Il nuovo studio offre una risposta prudente. I ricercatori hanno analizzato anche le bevande artificialmente dolcificate, quelle che utilizzano dolcificanti non nutritivi. Non è emersa un’associazione statisticamente significativa tra il loro consumo e il rischio di tumore del fegato, né considerando la malattia nel complesso né analizzando separatamente carcinoma epatocellulare e colangiocarcinoma intraepatico. Ma sarebbe sbagliato trasformare questo risultato in una promozione delle bevande “zero”. Lo studio non dimostra che siano salutari: dice soltanto che, in questa analisi, non è stata osservata un’associazione con il rischio di questi tumori. Lo stesso vale per l’aspartame. La sua classificazione come “possibilmente cancerogeno” da parte dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro nel 2023 si basava su evidenze limitate e riguarda una valutazione diversa rispetto alla stima del rischio alle normali condizioni di esposizione. Il nuovo studio non modifica quella classificazione e non trova un’associazione convincente tra bevande artificialmente dolcificate e tumore del fegato.

Il vero messaggio della ricerca, dunque, è molto meno spettacolare di “una lattina provoca il cancro”, ma probabilmente più utile. Le bevande zuccherate non sono un alimento neutro, soprattutto quando diventano una presenza quotidiana. Il loro consumo è già associato a obesità, diabete e altre condizioni metaboliche; ora un’ampia analisi prospettica aggiunge un’associazione con due importanti tumori del fegato. Gli stessi autori sottolineano però la necessità di ulteriori studi per chiarire i meccanismi causali. Non serve dunque trasformare una bibita in un veleno, né pensare che eliminarla possa cancellare il rischio oncologico. Il cancro è troppo complesso per concedere scorciatoie di questo tipo. Ma quando una scelta facilmente modificabile si inserisce in una catena che comprende eccesso di zuccheri, aumento di peso, diabete e fegato grasso, ridurne il consumo è una scelta ragionevole anche prima che la scienza possa pronunciare la parola “causa”.

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