La scuola è il luogo in cui gli effetti dell’intelligenza artificiale diventano subito visibili nei compiti, nelle verifiche, nelle tesine, nel modo di studiare e di restituire quanto richiesto. Studentesse e studenti vivono in una società che celebra velocità, semplificazione e automazione, e vedono gli adulti usare l’AI per scrivere mail, riassumere documenti, preparare presentazioni, programmare, cercare idee. La sfida educativa non può essere quindi delegata alla scuola, perché riguarda tutti. Ora, che fare? Nel breve periodo, occorre contenere un uso maldestro, furbesco e puramente sostitutivo dell’AI, formando nello stesso tempo a un utilizzo consapevole, esplicito e maturo. C’è una differenza decisiva tra usare uno strumento per imparare meglio e usarlo per sbrigarsi. Se uno studente chiede alla macchina di scrivere un testo assegnato, può ottenere un risultato dignitoso senza avere compiuto il lavoro mentale per cui quell’esercizio esisteva. Scrivere aiuta a ordinare il pensiero, riassumere obbliga a distinguere l’essenziale dall’accessorio, risolvere un problema significa costruire una strategia: ecco, delegare troppo presto queste operazioni significa ottenere il prodotto senza sviluppare alcuna capacità. Inoltre, la beffa è clamorosa: lo studente in questione non si esercita – la macchina, paradossalmente, sì (e non desidera altro). La questione però non è iniziare una crociata contro l’AI al termine di questo articolo, piuttosto capire come fare in modo che non sia utilizzabile – lavorando sulle consegne e sui ritmi in aula – e anche, in aggiunta, indagare come sia stata usata, per quale passaggio, con quale grado di autonomia e di controllo. Uno studente può sottoporle un proprio testo chiedendo di individuare i punti deboli dell’argomentazione, può farsi accompagnare nella soluzione di un problema attraverso domande successive, può confrontare il proprio riassunto con quello proposto dalla macchina per capire che cosa abbia trascurato. Può anche usarla come interlocutore, facendosi porre obiezioni, simulando un’interrogazione, chiedendo spiegazioni diverse dello stesso concetto. Sia chiaro, può farne anche benissimo a meno, senza problemi e anzi con grande vantaggio per l’acquisizione di una serie di competenze di base: certo, questa esclusione non sarà permanente e prima o poi qualcuno dovrà educarlo, aiutarlo, per non lasciarlo all’autoapprendimento digitale, che potrebbe mettere a rischio l’utilizzo critico e consapevole dello strumento. Usare consapevolmente l’AI significa imparare a non fidarsi della prima risposta, verificare dati e fonti, riconoscere omissioni, chiedere alternative, accorgersi che una formulazione molto convincente può contenere errori. È una forma di alfabetizzazione che riguarda il giudizio assai più del cosiddetto prompting e che non può essere delegata totalmente alla scuola. Famiglie, università, imprese, istituzioni e piattaforme partecipano alla costruzione delle norme con cui impareremo a decidere che cosa affidare alla macchina, che cosa dichiarare, che cosa controllare e che cosa continuare a fare in prima persona. Questa è la sfida immediata. Quella più profonda riguarda il modo stesso in cui apprendiamo. L’intelligenza artificiale non si limita a mettere a disposizione informazioni, in più produce testi, interpretazioni, soluzioni e sintesi. Molte attività che per decenni abbiamo utilizzato per verificare una competenza possono essere svolte in pochi secondi da una macchina. Diventa allora necessario chiedersi che cosa vogliamo davvero misurare, senza trasformare la scuola in una continua attività investigativa alla ricerca di ciò che è umano e di ciò che è stato prodotto dall’AI.Probabilmente conterà di più il processo, quindi sapere spiegare una scelta, difendere un ragionamento, correggere una risposta plausibile e sbagliata, confrontare soluzioni, applicare ciò che si sa a una situazione nuova. Cambieranno anche i tempi dell’apprendimento, perché un sistema artificiale può adattare spiegazioni ed esercizi al singolo studente, lasciando all’insegnante un ruolo ancora più concentrato sulla comprensione della persona, sulla motivazione, sulle relazioni e sulla scelta di ciò che vale la pena imparare. Cambierà anche il rapporto con le nozioni. La disponibilità immediata delle informazioni non rende inutile sapere, perché senza conoscenze diventa molto difficile giudicare la qualità di ciò che una macchina produce. Dovremo scegliere meglio che cosa vada conosciuto, che cosa compreso in profondità, che cosa sia importante saper fare senza strumenti e che cosa possiamo affidare a essi. Una prima risposta pratica esiste già e passa dal lavoro in classe. Servirà abituarsi a far scrivere di più in classe, a costruire esercizi che permettano di vedere il percorso, a rendere la scuola più laboratoriale – lo scrive qui un grande sostenitore della lezione frontale, che conserva un valore enorme quando serve a ordinare conoscenze, fornire strutture, aprire prospettive. Accanto a quella lezione dovrà crescere il tempo in cui gli studenti fanno, provano, discutono, correggono e mostrano come arrivano a un risultato.Soprattutto dovrà tornare centrale l’oralità. L’AI potrebbe restituirle un peso che la scuola aveva progressivamente ridotto. Nell’interrogazione, nella discussione, nella presentazione di un lavoro si vede ciò che una persona conosce e quanto sa usare ciò che conosce. Si vede se comprende una domanda, se sa collegare informazioni, se regge un’obiezione, se trova le parole per spiegare un concetto, se sa adattarlo a una situazione diversa. L’oralità mette insieme conoscenza, comprensione, linguaggio, prontezza e capacità di relazione, e rende molto più difficile confondere una prestazione prodotta dalla macchina con una competenza realmente acquisita. In un mondo nel quale produrre una risposta accettabile diventa sempre più facile, acquisteranno peso le capacità che vengono prima e dopo la risposta, dalla comprensione del problema alla formulazione della domanda, dal giudizio sul risultato alla capacità di scegliere tra alternativeassumendosi la responsabilità della decisione. La sfida educativa dell’AI finisce così per essere molto più grande dell’AI stessa e obbliga a tornare alla domanda fondamentale su che cosa significhi davvero imparare e su quale parte della fatica cognitiva, proprio mentre diventa possibile evitarla, continui a essere indispensabile alla formazione di una persona.

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