Salvo, il film rivelazione di Cannes: 5 motivi per vederlo
Salvo, il film rivelazione di Cannes: 5 motivi per vederlo
Cinema

Salvo, il film rivelazione di Cannes: 5 motivi per vederlo

Opera prima dei palermitani Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, grazie alla Good Films arriva in sala. Un esordio folgorante da non perdere. E da ascoltare...

Grazie alla Good Films e al suo palmarès sulla Croiesette, ma soprattutto grazie ai suoi meriti, il 27 giugno giunge in sala Salvo, film rivelazione del Festival di Cannes, unico italiano ad avere affastellato premi in Costa Azzurra. 

Vincitore del Grand Prix e del Prix Révélation alla 52° Semaine de la Critique, è il lungometraggio d'esordio dei palermitani Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, sceneggiatori e per anni consulenti per alcune società di produzione italiane come Filmauro e Fandango. Per loro è la prima regia dopo il cortometraggio Rita, che ha girato con successo festival internazionali e, pur essendo una storia diversa, tanto ha in comune con Salvo (anch'esso ambientato in Sicilia e centrato su una ragazzina cieca).

Distribuito in circa 40 copie (si pensi che Vacanze di Natale a Cortina di Neri Parenti fu distribuito in oltre 700 copie), ha dovuto faticare non poco per essere prodotto e ha dovuto guardare all'estero per vedere la vita. I due produttori Massimo Cristaldi e Fabrizio Mosca hanno trovato in Francia la sponda giusta, sono state riunite undici diverse fonti di finanziamento e le riprese hanno potuto prendere il via nonostante l'apporto delle tradizionali fonti di stanziamento italiane fosse esiguo o mancante.

E il buon esito di Salvo è una buona notizia per tutti. Sono sempre più rari i film di qualità in Italia, capaci di uscire dal piattume di uno standard di mercato. Si contan sulle dita le voci originali, attente all'estetica quanto al cuore, su un equilibrio delicato di generi ed emozioni. Salvo è uno splendente debutto, una delle pellicole più interessanti dell'anno.

Ecco cinque buoni motivi per vederlo.

1) Al buon cinema basta un'idea

È incredibile. Non sono indispensabili trame complicate con colpi di scena intricati alla Shutter Island. Non servono effetti speciali e manuali di computer graphica a L'uomo d'acciaio. Non servono miniere di soldoni di budget alla John Carter. Per fare un buon film a volte basta davvero poco, pochissimo, e così tanto: un'idea. Una piccola grande bella idea. In tutta la sua meravigliosa semplicità. È ancora possibile un miracolo, in un mondo come quello della mafia dove i miracoli non accadono? Questo si sono chiesti Grassadonia e Piazza, e attorno a questa idea hanno costruito il loro sorprendente miracolo. 

2) Poche parole, la penombra, il gangster movie che si trasforma in altro

L'inizio è veloce, sequenze fulminee. Un agguato di mafia viene sventato dalla prontezza di uno scagnozzo che con sangue freddo difende il suo boss e non dà scampo ai loro aggressori. Non sapremo mai il suo nome se non alla fine: Salvo (Saleh Bakri). Si sa muovere benissimo nel suo soffocante mondo di tensione e sangue. Immediato è il regolamento di conti. Ma a casa del mandante Salvo si imbatte in Rita (Sara Serraiocco), la sorella cieca dell'uomo da uccidere. Credevamo di essere dentro una storia ed ecco invece che entriamo d'improvviso in un'altra. Abbandonati i temi del gangster movie siamo in un noir. Con un suggestivo e lungo piano sequenza ci muoviamo dentro il mondo di ombre di Rita, il suo rifugio, la sua prigione. Ma Rita percepisce che c'è qualcuno in casa che la spia e riesce a dare l'allarme. Quando il fratello arriva troverà la morte in un corpo a corpo con Salvo. E quando Salvo allunga la mano insanguinata sul volto di Rita, i suoi occhi improvvisamente percepiscono la luce. Il killer di suo fratello le dona la vista. E di nuovo inizia una nuova storia, di pochissime parole.
C'è anche una coppia di piccolo-borghesi (Luigi Lo Cascio e Giuditta Perriera), complici della latitanza di Salvo, guardiani e carcerieri. Un tocco grottesco, in una continua commistione di generi. Grassadonia e Piazza orchestrano con folgorante abilità tecnica, a volte usando i tanti silenzi e i non detti anche come scorciatoie di trama. Non compiaciute, ma di certo astute. 

3) Due cecità diverse che si incontrano. Due attori di intensità scenica

Da una parte c'è la cecità fisica di Rita, dall'altra quella morale di Salvo. Dal loro incontro violento stilla una speranza. Salvo si accorge che gli occhi di Rita si stanno svegliando. In lui, colpito sin da subito dalla ragazza, si sveglia qualcosa. È un istinto più forte di tutto quello di "salvarla", di risparmiarla dall'esecuzione e proteggerla. È quasi amore.
Saleh Bakri, attore palestinese già visto in Il tempo che ci rimane di Elia Suleiman e La sorgente dell'amore di Radu Mihaileanu, offre una recitazione pura e carismatica, di forza e tenerezza. Sara Serraiocco, abruzzese, è nuova al cinema ma la sua presenza in scena è sempre intensa e misurata. Prima delle riprese ha passato alcuni giorni bendata e ha vissuto per un breve periodo nel palermitano, a Montelepre, ospite di una ragazza cieca, per prepararsi alla parte. 
"Io e Grassadonia siamo entrambi di Palermo" ha raccontato Piazza, "e lì ti viene insegnato a 'non vedere' e a cercare di vivere come se si fosse in una città normale. Ora puoi scegliere di non vedere, ma se scegli di vedere tutto si complica". E quando gli occhi si aprono, il destino è spesso ineludibile. 

4) La Sicilia come il West

La fotografia è di un altro siciliano, quel mago di Daniele Ciprì. Con lui la Sicilia diventa uno scenario da spaghetti western, assolato e sgranato, grazie ai paesaggi epici e desertici dell'entroterra siciliano. 
"Abbiamo girato nei mesi più caldi dell'estate siciliana per evidenziare in maniera palpabile, fisica, la difficoltà, la pesantezza del vivere quotidiano" hanno detto i registi. "Volevamo cogliere una particolare atmosfera all'interno della quale immergere i nostri personaggi. Un'atmosfera che non fosse solo pura cornice fotografica. Un'atmosfera pesante, appiccicosa, malata che contribuisce a dar forma alle anime che attraversano la nostra storia".

5) Un film che si ascolta

Rita, almeno inizialmente, è cieca. È abituata a vedere con l'udito. Noi spettatori, come lei, tante azioni le sentiamo senza vederle: la colluttazione tra Salvo e il fratello di Rita, lo scontro a fuoco fuori del capannone industriale abbandonato... 
Grassadonia e Piazza fanno un grande e affascinante uso dei rumori: il cane che abbaia, il rombo dei motorini, la catena che viene sfilata via, le porte di metallo che sbattono, il dondolio del mare, il fischio della nave... E poi la canzone Arriverà dei Modà ed Emma, che per prima, canticchiata da Rita nello scantinato buio di casa, scalfisce la durezza di Salvo, e che ricorre, come punto di contatto tra due anime sole. 
"Fondamentale è la canzone che Rita ascolta quando Salvo entra per la prima volta in casa sua e che Salvo farà risuonare prima del finale per legare indissolubilmente Rita a sé", spiegano i registi. "Per le ragioni e le scelte di messa in scena fatte, abbiamo scelto di non utilizzare nessuna chiosa sonora esterna, nessuna musica di commento, di sostegno, di rinforzo".

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