Dopo che domenica tra i 20.000 e i 30.000 migranti africani si sono radunati in Piazza Rabin a Tel Aviv e che ieri altri 10.000 hanno scandito slogan di protesta di fronte alle ambasciate di Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Italia e Canada, la leadership dei manifestanti ha deciso oggi di inasprire la lotta e ha chiesto di incontrare il premier Benyamin Netanyahu ed il ministro degli interni Gideon Saar. Lo sciopero di tre giorni, indetto domenica, proseguirà ad oltranza, hanno aggiunto gli organizzatori della protesta.

 

Dopo aver vissuto negli ultimi anni ai margini della società, i migranti africani in Israele ora hanno scelto di passare all'azione. Hanno dato vita a un movimento ben organizzato, che si muove nel segno di slogan come "Vogliamo la libertà, non il carcere", "Siamo profughi, non criminali". A dar loro man forte - oltre ad attivisti israeliani di gruppi che lottano per i diritti civili - è giunto ieri l'Alto commissario delle Nazioni Unite per i profughi, che ha accusato il governo israeliano di aver ''seminato la paura'' fra i migranti, mentre al contrario - ha aggiunto - dovrebbe garantire loro protezione.

 

Le immagini della folla pacifica di eritrei e sudanesi nelle ''strade buone'' di Tel Aviv hanno disorientato gli israeliani. Da un lato i drammi personali trovano ampia eco e una dose di comprensione nei mass media. Ma dall'altro il loro passaggio ad un movimento politico con rivendicazioni di carattere generale innesca anche timori. Il premier Benyamin Netanyahu ha ribadito ieri: ''Proteste e scioperi non serviranno. Così come abbiamo fermato completamente le loro infiltrazioni in Israele, così siamo determinati ad espellere quanti sono entrati illegalmente'': secondo le stime, 50-60 mila persone.
''L'anno scorso sono ripartiti in 2.600. Quest'anno il loro numero sarà maggiore''.

 

Israele, fa notare il Governo, è l'unico Paese occidentale che può essere raggiunto via terra dall'Africa. Per scoraggiare una migrazione di ancora maggiori dimensioni ha dunque adottato una legge che prevede la raccolta obbligatoria di migliaia di migranti in un centro di accoglienza del Neghev e che impedisce loro di lavorare. I portavoce del movimento di protesta sostengono che Israele dovrebbe invece garantire a tutti lo status di profughi in quanto questi migranti sono sfuggiti a guerre civili o, nel caso dell' Eritrea, ad un regime dispotico. Un funzionario di governo israeliano ha replicato che negli ultimi cinque anni sono state esaminate 10.000 richieste di asilo politico e che solo 32 sono state trovate giustificate. Altre tremila richieste sono adesso al vaglio.

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