Apple: cinque cambiamenti firmati Tim Cook

Dal software alla filantropia, dai talenti allo stile manageriale: ecco come il nuovo ceo ha preso in mano le redini dell’azienda

Il ceo di Apple Tim Cook fotografato in un Apple Store – Credits: Justin Sullivan / Getty Images

Stefania Medetti

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Sono passati quasi tre anni da quando, nell’agosto del 2011, Tim Cook è stato nominato ceo di Apple. Da allora, come racconta un lungo articolo  apparso su The New York Times, Cook ha lavorato duramente per portare avanti l’eredità del fondatore di Apple. Un compito non facile per un manager che ha trascorso gran parte della propria carriera dietro le quinte e per una persona caratterizzata da una buona dose di riservatezza. A quanto pare, però, Cook ha fatto proprio il suggerimento  di Steve Jobs che, al momento di lasciare il timone, ha dichiarato: “Non chiederti mai cosa avrei fatto io. Fai quello che è giusto”. 

Per cominciare, il nuovo ceo ha aperto alla filantropia. L’azienda e i suoi dipendenti, negli ultimi due anni, hanno donato cinquanta milioni di dollari. Un primo passo, anche se non è ancora considerato significativo dagli osservatori che fanno notare come, dal 1983 a oggi Microsoft e suoi dipendenti hanno donato oltre un miliardo di dollari. Dopo le polemiche scoppiate sulle condizioni lavorative  nelle fabbriche cinesi, da aprile 2012, Cook ha spinto Apple a migliorare la vita degli operai cinesi, ha iniziato a pubblicare un elenco annuale dei principali fornitori e gli orari di lavoro di oltre un milione di operai. Inoltre, Apple si è data da fare per usare esclusivamente energia rinnovabile per i suoi centri data. Sul fronte dello stile manageriale l’elenco delle differenze è lungo. Se Jobs era quasi fanatico del design, Cook ha un approccio più razionale e misurato. Anche per quanto riguarda i nuovi prodotti, come il tanto atteso iWatch, Cook è meno coinvolto dai dettagli ingegneristici, ma è più attento alle applicazioni, al fatto che un prodotto di questo tipo possa essere utilizzato per misurare le funzioni vitali, migliorando la salute.

La terza novità della gestione Cook abbraccia il software. Alla recente conferenza degli sviluppatori, che si è tenuta un paio di settimane fa a San Francisco, Cook ha ceduto la scena a Craig Federighi, responsabile dei software, che ha presentato il “developer’s kit”, un set di strumenti che permette agli sviluppatori di realizzare software ancora migliori. Apple, inoltre, ha introdotto “Health”, un programma che aiuta pazienti e dottori a tenere sotto controllo parametri come i battiti cardiaci o i livelli di glucosio. E questa è una grande novità, perché Apple ha sempre rilasciato software e hardware insieme

Quarto: Cook si è fatto notare anche per essere un procacciatore di talenti. E’ un esempio Angela Ahrendts, già alla guida di Burberry e oggi responsabile dell’immagine dei negozi Apple, online e offline. Al team si sono aggiunti Paul Deneve, ex ceo Yves Saint-Laurent, che si occupa di progetti speciali; Kevin Lynch, già chief technology officer di Adobe e Michael O’Reilly, ex medical officer di Masimo Corporation, azienda produttrice di monitor per la salute; il rapper Dr. Dre e il produttore Jimmi Iovine sono passati a Apple in seguito all’acquisizione da tre miliardi di dollari di Beats.

Cook, infine, ha preso anche la sua parte di decisioni strategiche, come nel caso del lancio dell’iPad Mini, un prodotto che secondo Jobs non avrebbe avuto un mercato e che, nei fatti, si è rivelato un successo che ha catalizzato il 60% di tutte le vendite di iPad nell’anno in cui è stato lanciato. All’equazione vanno aggiunte anche le dimensioni dall’azienda: le vendite hanno toccato un livello tale per cui gli azionisti iniziano a chiedersi se siano sostenibili nel lungo periodo. Nel 2010, infatti, il giro d’affari era di 65 miliardi di dollari. Nel 2013, il fatturato era a quota 171 miliardi di dollari, con un incremento del 9%, un risultato ben distante dal +40% messo a segno nel periodo 2004 – 2013.  I profitti ne hanno risentito e le azioni hanno perso quasi la metà del loro valore dal picco del 2012 alla metà del 2013, attestandosi addirittura a un livello inferiore all’andamento del mercato. Cook, dunque, ha lavorato anche per garantire un rimbalzo alle azioni: ha aumentato il dividendo e realizzato un buy back da 90 miliardi di dollari. 

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