Perché se il Bitcoin crolla è colpa dell'Asia

Le misure restrittive approvate da Cina e Corea del Sud rischiano di far fallire il sistema delle criptovalute

Bitcoin

Un’immagine grafica di Bitcoin - 4 dicembre 2017 – Credits: iStock - dalebor

Claudia Astarita

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Fa sorridere pensare che, oggi, Pechino ha la possibilità di frenare definitivamente l'ascesa di Bitcoin. Quando è scoppiato il boom delle criptovalute, infatti, il 90 per cento delle transazioni virtuali avveniva proprio nella Repubblica popolare. Non solo: appena un paio di anni fa Cina, India, Giappone e Corea del Sud (che oggi è il terzo paese che più utilizza le divise elettroniche, dopo Giappone e Stati Uniti, con una quota di mercato del 20 per cento) hanno lanciato monete digitali proprie, sostenendo direttamente l'utilizzo di questa nuova forma di pagamento.

Criptovalute come nemici dello Stato

Poi, improvvisamente, l'entusiasmo per Bitcoin & co è scomparso, e le monete elettroniche hanno iniziato ad essere percepite come qualcosa di estremamente volatile e poco controllabile, trasformandosi in veri e propri "nemici dello Stato".

Perché la Cina ha bandito i Bitcoin

Proprio la Cina negli ultimi quattro mesi è intervenuta più volte con misure fortemente restrittive per scoraggiare l'uso di Bitcoin. A inizio settembre, la Banca Centrale ha bloccato le ICOs (Initial Coin Offerings), vale a dire le operazioni di raccolta fondi utilizzate dalle startup per chiedere finanziamenti in valute digitali. Pechino è ormai convinta che il mondo delle divise elettroniche favorisca la diffusione di attività illecite e criminali per l'estrema volatilità e l'assenza di regole che lo contraddistingue. Ecco perché, a metà settembre, subito dopo aver bloccato le ICOs, ha annunciato la chiusura improvvisa di tutte le agenzie che offrono servizi in cambio criptovaluta. Iniziativa inattesa che ha fatto perdere a Bitcoin l'11 per cento del suo valore, e ad Ethereum, altra divisa che sta diventando sempre più popolare, il 16.

Niente più energia per le transazioni virtuali

L'ultima offensiva contro le criptovalute è arrivata a inizio gennaio, quando la Banca centrale ha deciso di limitare l'uso di energia elettrica da parte dei "minatori di Bitcoin", vale a dire dei server che gestiscono le transazioni di valuta elettronica. Visto l'elevata quantità di energia elettrica necessaria a farli funzionare, tanti sono stati spostati in Cina proprio per risparmiare sui costi di gestione del servizio (la soluzione degli algoritmi per creare Bitcoin consuma moltissima energia, dagli 8,26 terawatt all'ora, che diventano circa 37,22 all'anno – quasi quanto consuma l'intero Perù). Quando Pechino li ha invitati a lasciare il paese, ufficialmente per "dirottare la preziosa energia verso progetti di sviluppo più importanti per la nazione", il valore delle monete virtuali è di nuovo crollato. A pochi giorni di distanza dall'annuncio cinese, la Corea del Sud, terzo mercato di riferimento nel settore, ha annunciato di voler prendere in considerazione l'ipotesi di bandire tutte le transazioni di divise digitali all'interno dei confini nazionali, ufficialmente per "contrastare meglio l'evasione fiscale". Ipotesi che ha fatto perdere a Bitcoin & co. altri venti punti.

L'Asia e il futuro delle divise elettroniche

Se è vero che l'estrema volatilità e l'assenza di regole chiare da sempre rappresentano una debolezza per la diffusione delle divise elettroniche, il rischio che stiamo correndo oggi è che l'offensiva asiatica ne stronchi definitivamente ogni velleità di successo. La scelta di Cina e Corea del Sud di vietare l'utilizzo delle monete digitali all'interno dei confini nazionali potrebbe infatti innescare un effetto domino in grado di far sparire queste valute dall'intera regione. Se poi la guerra dichiarata dalla Cina ai "minatori di Bitcoin" renderà anche più alti i costi di gestione delle transazioni, è possibile che il passo indietro dell'Asia porti già nel medio periodo alla scomparsa di questo nuovo strumento finanziario.

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