Dolly Parton è morta. La regina del country, la donna dei capelli biondi impossibili, degli abiti ricoperti di strass, dell’ironia usata prima che gli altri potessero usarla contro di lei e soprattutto di alcune delle canzoni più riconoscibili della musica americana, aveva 80 anni. La morte è stata annunciata martedì 25 agosto dalla famiglia. Al momento non è stata comunicata una causa ufficiale.
Quattro giorni prima aveva ancora parlato del futuro. Dopo un periodo segnato da problemi di salute e dalla morte, nel marzo 2025, del marito Carl Dean, con il quale era stata sposata per quasi sessant’anni, Dolly aveva raccontato di essere ancora in fase di recupero ma di continuare a lavorare. Aveva ancora progetti da portare a termine, aveva spiegato. Sembrava quasi impossibile immaginarla diversamente: per più di sessant’anni Dolly Parton aveva costruito la propria vita intorno all’idea che si potesse sempre scrivere un’altra canzone, inventare un altro spettacolo, trasformare un’altra intuizione in qualcosa di concreto.
Era nata Dolly Rebecca Parton il 19 gennaio 1946 a Locust Ridge, nel Tennessee, quarta di dodici figli di una famiglia poverissima degli Appalachi. Non ha mai cercato di cancellare quell’origine, anzi l’ha trasformata nella materia prima della propria mitologia. La casa affollata, i vestiti cuciti con ciò che si aveva, la religione, le montagne, una madre che cantava e un padre che non aveva potuto imparare a leggere e scrivere sarebbero tornati continuamente nelle sue canzoni e, decenni più tardi, anche nelle sue attività filantropiche.
Cantava già da bambina nella chiesa del nonno, a undici anni si esibiva alla radio locale e a tredici arrivò sul palco del Grand Ole Opry. Dopo il diploma partì per Nashville e lì iniziò la trasformazione da ragazza del Tennessee a professionista della musica. L’incontro decisivo fu quello con Porter Wagoner, che la volle nel suo programma televisivo e con il quale formò una delle coppie musicali più popolari del country americano. Insieme portarono quattordici duetti nella Top 10, ma quando Dolly decise di andare via e tentare definitivamente la carriera solista, salutò Wagoner nella maniera che conosceva meglio: scrivendo una canzone. Quella canzone era I Will Always Love You.
Molto prima che Whitney Houston la trasformasse nel 1992 in una delle ballad più famose della storia del pop, I Will Always Love You era quindi il racconto di una separazione professionale. Era Dolly Parton nella sua forma più pura: capace di prendere una vicenda privata e darle una semplicità emotiva tale da renderla universale.
Poco prima era arrivata Jolene. Pubblicata nel 1973, costruita intorno alla supplica rivolta a una donna bellissima affinché non le portasse via l’uomo che ama, sarebbe diventata uno standard attraversando generi e generazioni, reinterpretato da artisti diversissimi tra loro, dai White Stripes a Miley Cyrus fino a Beyoncé. Non c’era bisogno di conoscere il country per conoscere Dolly Parton. E progressivamente non ci fu più bisogno neppure di essere americani.
In una carriera che ha superato i cento milioni di dischi venduti, venticinque sue canzoni hanno raggiunto il numero uno della classifica country di Billboard. Ha vinto dieci Grammy su 55 nomination e nel 2011 la Recording Academy le ha assegnato il Lifetime Achievement Award. Nel 1999 era entrata nella Country Music Hall of Fame e nel 2022 anche nella Rock & Roll Hall of Fame, riconoscimento che inizialmente aveva accolto con la convinzione, tipicamente sua, di non aver fatto abbastanza rock per meritarlo.
Ma ridurre Dolly Parton alle classifiche significa raccontarne soltanto una parte.
Chi era Dolly Parton
Negli anni Ottanta Hollywood scoprì che dietro il personaggio esagerato c’era anche un’attrice dotata di tempi comici perfetti. Nel 1980 arrivò 9 to 5, accanto a Jane Fonda e Lily Tomlin: la commedia sulle tre impiegate alle prese con un capo maschilista diventò un successo e la canzone omonima arrivò al numero uno della Billboard Hot 100, regalando a Parton altri due Grammy. Seguirono film come The Best Little Whorehouse in Texas e soprattutto Steel Magnolias, che contribuirono a trasformarla definitivamente da star del country a figura della cultura pop americana.
E poi c’era il personaggio Dolly, probabilmente una delle operazioni di costruzione dell’immagine più intelligenti dello show business del Novecento. Esagerava tutto: i capelli, il seno, il trucco, le unghie, gli abiti, le battute su se stessa. Sembrava concedere al pubblico ogni possibile cliché prima ancora che qualcuno potesse imporglielo. Dietro quella superficie volutamente artificiale, però, manteneva un controllo quasi assoluto sul proprio lavoro, sulle proprie canzoni e sui propri affari.
Lo dimostra forse meglio di tutto la storia di Elvis Presley. Quando Presley volle incidere I Will Always Love You, il suo entourage chiese una parte dei diritti editoriali. Dolly rifiutò. Era un’opportunità enorme per una giovane autrice country, ma quelle canzoni erano il suo patrimonio e non volle cederlo. Quasi vent’anni dopo, quando la versione cantata da Whitney Houston divenne un successo planetario, quella decisione si rivelò anche economicamente straordinaria.
La stessa lucidità trasformò il proprio nome in un’impresa. Dollywood, il parco aperto in Tennessee, divenne non soltanto un’attrazione turistica ma uno dei principali motori economici dell’area in cui era cresciuta. Dolly non aveva abbandonato gli Appalachi: aveva portato una parte della propria fortuna a casa.
Ancora più significativa è stata la Imagination Library, fondata nel 1995 e ispirata proprio dal padre, che non aveva mai imparato a leggere. Il progetto cominciò distribuendo gratuitamente libri ai bambini della sua contea natale e si allargò successivamente agli Stati Uniti e poi a Canada, Regno Unito, Australia e Irlanda. Nel 2025 aveva superato i 300 milioni di libri regalati.
Durante la pandemia donò inoltre un milione di dollari alla ricerca del Vanderbilt University Medical Center, finanziamento che contribuì agli studi legati allo sviluppo del vaccino Moderna contro il Covid-19. Nel 2025 l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences le assegnò il Jean Hersholt Humanitarian Award, l’Oscar destinato a personalità la cui attività umanitaria ha avuto un impatto eccezionale.
La sua fu anche una popolarità anomala nell’America sempre più divisa degli ultimi decenni. Dolly Parton riusciva a essere profondamente legata al Sud, alla religione e all’immaginario country senza diventare proprietà politica di nessuno. Parlava a pubblici conservatori e progressisti, a Nashville e a Hollywood, alle generazioni cresciute con Porter Wagoner e a quelle che l’hanno scoperta attraverso Miley Cyrus, sua figlioccia, TikTok o le reinterpretazioni delle sue canzoni. Reuters ha ricordato proprio la sua capacità di mantenere un fascino trasversale in un Paese sempre più polarizzato.
Negli ultimi anni aveva continuato a moltiplicare collaborazioni e progetti. Nel 2022 l’ingresso nella Rock & Roll Hall of Fame era stato seguito da Rockstar, album nel quale aveva giocato con un repertorio e una comunità musicale apparentemente lontani dal country. La sua storia era diventata anche materia teatrale con Dolly: A True Original Musical, il musical autobiografico che aveva voluto seguire personalmente proprio perché desiderava poter raccontare la propria vita prima che fossero altri a decidere come farlo.
Poi era arrivato il dolore per Carl Dean, morto nel marzo 2025. Si erano conosciuti il primo giorno di Dolly a Nashville e si erano sposati nel 1966. Lui aveva trascorso quasi tutta la vita lontano dai riflettori mentre lei diventava una delle donne più riconoscibili al mondo. Non avevano avuto figli. La morte del marito aveva aperto per Parton un periodo difficile, seguito da problemi di salute e dalla cancellazione di alcuni impegni pubblici. Soltanto pochi giorni fa aveva però ribadito di non aver smesso di lavorare.
Forse è questo che rende particolarmente straniante la morte di Dolly Parton. Non apparteneva da tempo soltanto alla propria generazione e sembrava aver superato persino la normale traiettoria delle star. Era diventata un’istituzione senza assumere la rigidità delle istituzioni, una leggenda capace di continuare a scherzare sulla propria parrucca, una multimilionaria che non aveva mai smesso di raccontare la bambina cresciuta in una famiglia senza soldi sulle montagne del Tennessee.
Aveva costruito un’estetica artificiale per raccontare sentimenti estremamente reali. Aveva fatto del country musica globale senza rinnegarne le radici. Aveva trasformato il proprio nome in un marchio senza permettere che il marchio inghiottisse l’autrice.
Alla fine, nonostante il cinema, Dollywood, gli strass, gli Oscar umanitari, le parrucche e una fama durata più di mezzo secolo, Dolly aveva sempre spiegato di volere una cosa molto più semplice.
Essere ricordata come una brava songwriter. «The songs are my legacy», aveva scritto. Le canzoni sono la mia eredità. E su questo aveva ragione.
