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L'Australia cerca imprenditori stranieri. Ma attenzione ai sindacati

Il settore manifatturiero è in crisi, il tasso di disoccupazione sale e il Premier invita gli stranieri "con idee buone" a trasferirsi in Australia per realizzarle

Lo stabilimento Holden di Adelaide – Credits: Morne de Klerk/Getty Images

"Ci sono ditte che aprono e ditte che chiudono, lavori che vanno e lavori che vengono". Sono state queste le parole con cui il Primo Ministro australiano Tony Abbott ha commentato l'ennesimo annuncio di prossima chiusura di un altro gigante del comparto automobilistico nazionale, Toyota. Eppure, dati alla mano, nel paese oggi più ambito da chi è alla ricerca di nuove esperienze ed opportunità i lavori che "vanno" sono molti di più di quelli che "vengono".

Nel solo mese di gennaio, complice l'annullamento di ben 3.700 posti di lavoro, il tasso di disoccupazione è raggiunto il valore più altro da luglio 2003, superando anche il 5,9 per cento di cui Canberra si era tanto vantata a giugno 2009, quando, in una delle fasi più buie della crisi finanziaria globale, l'Australia, a differenza di tanti altri paesi sviluppati, era riuscita a mantenersi sotto la soglia del 6 per cento.

Il vero neo economico dell'El Dorado del Pacifico è il settore manifatturiero, le cui difficoltà si sono accentuate a fronte dell'esodo di massa annunciato nei giorni scorsi dall'intero comparto automobilistico. Ford sarà la prima a lasciare definitivamente il mercato australiano, nel 2016. L'anno successivo completeranno lo smantellamento dei propri impianti anche Holden e Toyota. E il premier invita gli imprenditori stranieri "con idee buone" a trasferirsi in Australia per rilanciare il settore produttivo su scala nazionale.

Perché Ford, Holden e Toyota hanno deciso di andarsene? I motivi sono principalmente tre: un dollaro (australiano) troppo forte, frammentazione dell'industria e, soprattutto, gli altissimi costi di produzione. I sindacati in Australia sono fortissimi, e a forza di far approvare vantaggi e privilegi per i lavoratori hanno reso la vita difficile alle industrie. E' da tempo che chi opera in Australia sostiene di lavorare "al limite", sottolineando che in taluni casi potrebbe bastare aggiungere un altro, piccolo, privilegio per mettere in difficoltà tante industrie. Ebbene, nel comprato automobilistico è successo proprio questo: la Toyota ha tentato di ottenere l'autorizzazione dei sindacati ad effettuare una serie di cambiamenti all'interno dell'azienda chiedendo ai suoi stessi lavoratori di votare su eventuali modifiche contrattuali o di condizioni lavorative all'interno dello stabilimento. E quando la giurisdizione australiana ha definitivamente escluso questa possibilità, ha annunciato la propria uscita dal paese. Definendola come "la giornata più triste nella storia del marchio giapponese", che in Australia era arrivato nell'ormai lontano 1958.

Se da un lato c'è chi dipinge quella del manifatturiero "una crisi senza precedenti da quella della Grande Depressione", i cui effetti prolungati in alcuni stati potrebbero farsi sentire anche per i prossimi vent'anni, dall'altro c'è un Premier che non perde occasione per ricordare che "le fondamenta dell'economia nazionale sono buone", e che gli australiani dovrebbero guardare con fiducia a futuro, mostrando tutta la loro voglia di "ricostruire" la nazione. Non solo, Tony Abbott ha persino sottolineato la necessità di attirare stranieri interessati a realizzare in Australia le loro idee "di produzione", come se le idee potessero bastare a risollevare un settore secondario ormai troppo dipendente dagli umori dei sindacati.

L'Australia è un grande paese. Le opportunità e i fondi non mancano. L'ultimo annuncio di Abbott potrebbe anche trasformarsi in una buona occasione per tutti quegli stranieri a cui non mancano le idee imprenditoriali, ma i capitali per metterle in pratica. Attenzione però: le trappole che hanno incastrato i giganti del mondo automobilistico esistono. Lo conferma il fatto che subito dopo l'annuncio di Toyota anche una fonderia e due laminatoi del gruppo Alcoa sono stati risucchiati nella spirale delle "ristrutturazioni industriali". Quindi rispondere all'appello di Abbott potrebbe essere una buona idea, a patto che quest'ultimo si impegni a cambiare le regole che definiscono gli equilibri base del comparto manifatturiero australiano, soprattutto per quel che riguarda il lavoro.   

 

 

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