Pensioni: perché conviene ritirarsi a 70 anni

La riforma Fornero premia chi si mette a riposo più tardi. L'assegno può crescere fino a 200 euro, restando al lavoro per un po' di tempo

Una sede dell'Inps a Napoli (Ciro Fusco/Ansa)

Andrea Telara

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Assegni più alti, per chi resta al lavoro più a lungo. E' la logica con cui funziona oggi il sistema pensionistico italiano, dopo la contestatissima riforma previdenziale, approvata lo scorso anno dal governo Monti e ideata dall'attuale ministro del welfare, Elsa Fornero .

L'ULTIMA RIFORMA PREVIDENZIALE

Oltre ad  accrescere notevolmente l'età minima per ottenere la pensioni di vecchiaia , la riforma Fornero ha introdotto anche una novità non da poco: l'innalzamento dell'età massima per mettersi a riposo. In altre parole, già dall'anno scorso, gli italiani possono restare al lavoro  fino a 70anni (e non più fino a 65) senza essere licenziati dall'azienda per giusta causa. Dal 2013, l'età massima salirà a 70 anni e 3 mesi e poi si muoverà poi di pari passo con le aspettative di vita della popolazione, per arrivare fino a 75 anni nel 2060.

COSA CAMBIA NEL 2013 PER LE PENSIONI

Inoltre, va ricordato che la riforma Fornero ha introdotto per tutti i lavoratori (seppur gradualmente, con un meccanismo che si chiama “pro-rata”) il metodo contributivo, cioè un particolare sistema di calcolo delle pensioni, che premia chi si mette a riposo più tardi. In altre parole, l'assegno erogato dall'Inps non dipenderà più dalla media degli ultimi redditi dichiarati prima del pensionamento, ma dalla quantità di contributi versati nel corso di tutta la carriera.

Di conseguenza, chi si mette a riposo a 70 anni anziché a 66, versa una quantità maggiore di contributi all'Inps e, proprio per questa ragione, riceve anche un assegno previdenziale più elevato. Di quanto? La risposta dipende da diversi fattori, in primis dalla professione svolta dal lavoratore, dalla quantità di contributi che ha già accumulato e dalla retribuzione che percepisce.

LE PENSIONI DEGLI ITALIANI E L'INFLAZIONE

Ecco alcuni esempi concreti, ricavati da un motore di calcolo realizzato dalla società di ricerca Mefop, in collaborazione con la software house Epheso.

LAVORATORE DIPENDENTE DI UN'AZIENDA PRIVATA.

Profilo: 65 anni di età, reddito netto di 2mila euro al mese e una carriera assestata (in cui le retribuzioni crescono in linea con l'inflazione). Se questo lavoratore va in pensione a 66 anni, cioè nel 2013, riceve un assegno di oltre 1.660 euro netti al mese. Se invece si metterà a riposo a 70 anni, nel 2017, incasserà una rendita previdenziale netta di oltre oltre 1.860 euro.

IMPIEGATO PUBBLICO.

Profilo: dipendente di un ente locale, con 65 anni di età, reddito netto di 2mila euro al mese e una carriera assestata (in cui le retribuzioni crescono in linea con l'inflazione). Se questo lavoratore va in pensione a 66 anni, cioè nel 2013, riceve un assegno di oltre 1.770 euro circa al mese. Se invece si metterà a riposo a 70 anni, nel 2017, incasserà una rendita previdenziale netta di oltre oltre 1.970 euro.

Si tratta di simulazioni di massima, che vanno prese un po' con il beneficio d'inventario. Nel pubblico impiego, per esempio, l'età-limite per il pensionamento è ancora legata a delle leggi che regolano i singoli settori. Tuttavia, i calcoli rendono l'idea dei vantaggi ottenuti da chi rimane al lavoro 4 anni in più.L'incremento dell'assegno, nei casi esaminati, può arrivare sino a 200 euro circa.

IL REBUS DELLE RICONGIUNZIONI

IL PROBLEMA DEGLI ESODATI

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