Il grande errore del Jobs Act

Il governo Renzi ha "drogato" le assunzioni con una decontribuzione troppo costosa e centralizzando il controllo. Servono invece politiche territoriali

Jobs-Act

Manifestazione contro il Jobs Act – Credits: ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Michele Tiraboschi

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Tante e troppo sfacciate sono state le promesse di Matteo Renzi sulla disoccupazione, per poter essere mantenute. Da ultima, in piena ansia da "Renxit", una decontribuzione totale per i giovani del Sud senza passare per la Legge di stabilità. Un colpo a effetto, da consumato prestigiatore, col risultato di "distrarre"a scopi elettorali i fondi europei destinati agli interventi strutturali, i soli che consentono nuova e duratura occupazione.

Molte sono le spiegazioni del No referendario a un giovane leader che, solo pochi mesi fa, pareva senza ostacoli sul suo luminoso cammino. Chi si occupa dei complessi temi del lavoro già sapeva, tuttavia, che prima o poi la narrazione della corazzata Renzi sarebbe andata a sbattere contro lo scoglio della realtà di un Paese ancora lacerato dalla grande crisi iniziata nel 2007.

Una crisi che, in termini di posti di lavoro e crollo dei volumi di produzione, ha lasciato sul terreno un cumulo di macerie: né più né meno di quanto avviene dopo una guerra che, nel caso dell'economia italiana, ancora non sappiamo se è conclusa e su cui ben poco ha potuto una crescita del Pil a colpi di zero virgola. Di certo non ha contribuito a invertire la rotta la "rivoluzione copernicana del lavoro" promessa da Renzi con il Jobs act: una legge costruita a immagine e somiglianza di un piccolo mondo antico in via di estinzione, quello delle logiche di subordinazione e comando padronale proprie del Novecento industriale.

Il Jobs act non ha saputo interpretare il lavoro che cambia. Molti (ma non Panorama) hanno dovuto attendere i fatti per rendersi conto della debolezza di una riforma incentrata unicamente sul superamento, in sé positivo, dell'art. 18. Terminate le ingenti risorse messe in campo con la decontribuzione si scopre invece, con ingenua sorpresa, che c'è un buco nel bilancio dell'Inps e che l'occupazione ha smesso di correre.

Con posti di lavoro drogati dagli incentivi, prevalentemente stabilizzazioni di precedenti contratti precari, e che nulla di stabile hanno se è vero che bastano poche mensilità per liquidare un lavoratore senza rischio di contenzioso. Circostanza comprensibile, nella nuova economia, se non fosse che a due anni dall'attuazione del Jobs act mancano ancora le moderne tutele del lavoro annunciate da Renzi.

Anche "Garanzia giovani" è stato un vero flop, mentre per le politiche attivee di ricollocazione di quanti hanno perso un posto sono stati stanziati solo 18 milioni: 6 euro per ogni disoccupato. Sulle politiche del lavoro, Renzi ha giocato d'azzardo. Con una centralizzazione dei poteri in una nuova Agenzia nazionale che, in due anni di Jobs act, non ha mosso alcun passo e che pochi ne farà ora all'esito del voto referendario.

Eppure la storia insegna che le politiche del lavoro si giocano nei mercati locali del lavoro, che sono oltre 600 secondo l'Istat. È da qui che si deve ripartire, se si vuole davvero mettere al centro il lavoro e il rilancio dell'economia: dalle persone e dai territori, e da politiche che diano maggiore libertà e responsabilità a quei corpi intermedi che sono l'architrave di una società complessa che era ingannevole pensare di poter cancellare con la semplice soppressione del Cnel.

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