Cina: perché Facebook si è piegato alla censura

I vantaggi economici del compromesso con Pechino

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Shanghai – Credits: PETER PARKS/AFP/Getty Images

Claudia Astarita

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Partiamo con un po' di numeri. In Cina, sono oltre 721 milioni le persone che usano internet. Più del 50 per cento della popolazione. E questo numero è destinato ad aumentare, magari non così in fretta come è successo fino al 2012 (quando i tassi di crescita oscillavano tra il 10 e il 20 per cento annuo), ma comunque in maniera significativa. Del resto, anche solo una crescita di un punto percentuale significa poter contare almeno su circa 14mila persone in più.

Internet in Cina

721 milioni di cinesi, quindi, usano internet per leggere i giornali, guardare video divertenti e rimanere in contatto tra loro. Ecco perché le grandi compagnie informatiche occidentali hanno sempre guardato alla Cina come un mercato particolarmente promettente. Che tuttavia non sono mai riuscite a sfruttare davvero. Il problema? La censura, e le barriere imposte dal Governo alla libera circolazione in rete di immagini, notizie e informazioni di altro genere. 

Partito e censura

Chi conosce la Cina lo sa. Senza l'endorsement del Partito non si va da nessuna parte. Ecco perché tanti hanno storto il naso quando all'annuncio di un nuovo accordo che permetterebbe a Facebook di essere utilizzato nel paese senza ricorrere al VPN (la rete privata virtuale, vale a dire un software che permette di mascherare l'indirizzo I.P. in modo da far risultare il computer come connesso in un altro paese pur essendo in Cina). Eppure sembra che Mark Zuckerberg ce l'abbia fatta.

Come funzionerà Facebook in Cina

Alla luce delle indiscrezioni trapelate tramite fonti in contatto con il New York Times, il nodo della questione era fare in modo che gli utenti cinesi che utilizzano Facebook potessero rimanere in contatto tra loro senza essere esposti a contenuti "pericolosi" condivisi nella sezione notizie (Newsfeeds). E ora che è stato finalmente sviluppato un nuovo software in grado di monitorare ciò che viene condiviso dagli utenti (e in particolare da quelli residenti all'estero) e oscurare automaticamente tutto quello che non piace anche Facebook potrà finalmente fare capolino nella Repubblica popolare.

I vantaggi dell'accordo

I vantaggi di questo accordo sono enormi, e principalmente economici. Oltre a poter pescare tra oltre 700 milioni di nuovi utenti, Facebook sa che arrivare in Cina in una fase in cui il commercio online sta letteralmente esplodendo renderà l'operazione ancora più conveniente. Perché Facebook ha tutte le carte in regola per trasformarsi nella piattaforma ideale per pubblicizzare tutto ciò che arriva dall'Occidente, e non solo.

Nel 2013 il 4,4 per cento del Pil cinese è stato generato da transazioni effettuate online. Nei primi nove mesi del 2016 questa percentuale è già salita al 6,9 per cento. In valori assoluti, si tratta di circa 750 miliardi di dollari. Alibaba, il leader dell'e-commerce cinese, ha visto i suoi profitti aumentare del 193 per cento negli ultimi 12 mesi proprio grazie all'impennata di vendite online. E se si pensa che proprio Alibaba ha messo a punto sistemi innovativi per raggiungere anche le aree rurali di questa sconfinata nazione, anche le stime in termini di profitti futuri diventano sconfinate.

I retroscena

Certo, non è detto che di punto in bianco tutti i cinesi inizieranno ad usare Facebook, ma di certo la compagnia di Zuckerberg potrà garantirsi una posizione di vantaggio sul mercato locale grazie al fatto di esserci entrata per prima. Le grandi aziende di Internet fino ad oggi non hanno avuto grande fortuna nella Repubblica popolare proprio perché hanno deciso di non piegarsi alle regole del Partito, accettandone la censura. Inizialmente lo hanno fatto per una questione di principio, e nella speranza che la forza della rete avrebbe comunque permesso loro di rimanere a galla. Ma il Partito comunista cinese è noto per non essere disponibile a fare sconti a nessuno, e tutte queste battaglie sono state perse.

Come negoziare con la Cina

Chi desidera negoziare con la Cina deve impegnarsi a rispettare le condizioni poste da Pechino. Tuttavia, chi ha dimostrato di avere pazienza riconoscendo che un accordo imperfetto è comunque un risultato migliore di un mancato accordo qualche risultato lo ha ottenuto. Ce l'ha fatta il Vaticano, che si è ritagliato la possibilità di nominare i vescovi in Cina scegliendoli tra una lista di candidati "approvata" dal Partito. Ci è riuscito il presidente delle Filippine Rodrigo Duterte, che si è visto garantire il diritto di pesca nelle acque contese del Mare Cinese Meridionale, e ce l'ha fatta Facebook, accettando di autocensurare i contenuti che il Partito giudica pericolosi. Hanno invece fallito Hong Kong, imponendo con la forza la propria idea di democrazia, e hanno fallito gli Stati Uniti, che hanno cercato di isolare la Cina con un accordo commerciale discriminatorio. Ha fallito chi ha puntato troppo sulla retorica anti-cinese, mentre ha vinto chi è riuscito a evitare fughe di notizie che avrebbero potuto rallentare le trattative.

Pochi ricordano che nel lontano 2011 Facebook aveva raggiunto un accordo con il motore di ricerca cinese Baidu per sviluppare insieme una piattaforma simile a Facebook da utilizzare nella Repubblica popolare. Un progetto che non è mai partito, ma non sarebbe così strano scoprire che le consultazioni che hanno portato al compromesso di oggi siano iniziate allora. Anche Google è bandito in Cina. Eppure, Google Map è oggi consultabile, quanto meno a Pechino. Forse anche Larry Page e Sergey Brin hanno deciso di accettare un compromesso alla cinese. Ma il punto non è tanto piegarsi alla censura, quanto trovare un modo per essere presenti. E cambiare le cose dall'interno, lentamente. Proprio come amano fare i cinesi. 


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