Aziende

Carige, come può salvarsi

L’alternativa è ormai tra nazionalizzazione e vendita a un altro gruppo bancario, forse a UniCredit

Carige: Sileoni (Fabi) intervento governo è positivo

Andrea Telara

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Vendita o nazionalizzazione?. La strada verso il salvataggio di Banca Carige, il maggiore istituto di credito ligure in amministrazione straordinaria e da tempo in stato di crisi, sembra ormai arrivata a un bivio. Per rimettere in sesto la banca ci sono due soluzioni possibili, che prevedono entrambe un percorso articolato in più tappe. La prima è appunto l’aggregazione di Carige con  un altro gruppo creditizio. La seconda soluzione consiste invece in una ricapitalizzazione con soldi pubblici, attraverso la quale lo Stato diventerebbe azionista di maggioranza dell’istituto ligure. 

Nelle braccia di UniCredit (forse)

Negli ultimi giorni ha preso quota l’ipotesi che a rilevare le attività di Carige sia un grande gruppo come UniCredit, oggi guidato dal manager francese Jean Pierre Mustier. Tuttavia, è molto probabile che l’approdo tra le braccia di UniCredit, se mai avverrà, non avvenga con una semplice acquisizione. Diversi osservatori prevedono il ripetersi di uno schema simile a quello utilizzato per salvare le banche venete (Popolare di Vicenza e Veneto Banca), che sono state rilevate al prezzo simbolico di un euro da Intesa Sanpaolo. 

Quest’ultima, però, ha ereditato soltanto le attività sane delle banche venete mentre i crediti in sofferenza sono finiti in pancia a Sga (Società gestione delle attività), un intermediario controllato al 100% dal Ministero dell’Economia e specializzato nel trattare i prestiti sofferenti, nato negli anni ’80 del secolo scorso per salvare l’allora Banco di Napoli. Inoltre, Intesa Sanpaolo ha ricevuto dallo Stato una “dote” di oltre 5 miliardi di euro, che sono serviti per  gestire migliaia di esuberi del personale delle banche venete e soprattutto per rafforzarsi patrimonialmente dopo avere ereditato le pesanti perdite dei due istituti. 

La nazionalizzazione

Altra ipotesi in campo è che, non trovando un compratore, Carige subisca un’iniezione di capitali precauzionale, finanziata  con soldi pubblici. Il che farebbe diventare lo Stato azionista di maggioranza della banca, come è avvenuto con il Monte dei Paschi di Siena (Mps) oggi controllato quasi al 70% dal Ministero dell’Economia.  Nel caso di Mps, il costo per le casse pubbliche fu molto alto (poco meno di 7 miliardi di euro), perché il governo dovette iniettare nuovi capitali ma anche risarcire i risparmiatori titolari di obbligazioni subordinate, cioè titoli di debito emessi dal Monte dei Paschi negli anni precedenti, il cui valore fu azzerato in base alle regole europee sui salvataggi bancari. 

Fortunatamente, per Carige non ci sono obbligazioni oggi subordinate in mano ai piccoli risparmiatori e anche il prezzo di un eventuale nazionalizzazione, vista la portata minore della crisi della banca genovese, sarebbe ben più contenuto rispetto a quello sostenuto dallo Stato nel caso di Mps. 

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