Respiriamo incessantemente, eppure forse lo facciamo male da tutta la vita. Possibile che l’uomo abbia sequenziato il genoma, costruito “vaccini” contro il cancro, sconfitto malattie che solo fino a poco più di 10 anni fa sembravano condanne, e nello stesso tempo continui a ignorare l’abc del respiro? A quanto pare sì. Un libro appena uscito in Italia, firmato dal medico ed ex primatista mondiale di apnea Mike Maric, dal titolo Atlante illustrato del respiro, 100 esercizi pratici per grandi e piccoli, ci spalanca un mondo su un argomento finora quasi del tutto ignorato, suggerendo che molti dei nostri problemi quali ansia, insonnia e perfino alcune disfunzioni sessuali siano – anche – il risultato di questo gesto naturale e primitivo, che però eseguiamo male.
Se il respiro è allenabile, e usarlo in maniera più efficiente ci fa stare meglio in salute, perché nessuno (o quasi) ce l’ha mai detto prima? «Per molto tempo, nella medicina occidentale, la respirazione è stata considerata solo un semplice meccanismo fisiologico» spiega Mike Maric. «In realtà oggi sappiamo che non è così. Nell’ultimo decennio la ricerca, grazie a strumenti che ci permettono di misurare ciò che prima sembrava solo intuitivo, si è concentrata sul dimostrare che la respirazione consapevole modula lo stress e la regolazione emotiva. Sappiamo, per esempio, che questo movimento influenza direttamente il sistema cardiovascolare attraverso la variabilità della frequenza cardiaca e che può modulare processi neurobiologici coinvolti nella salute cerebrale. Questo significa che non parliamo più soltanto di uno strumento diagnostico o terapeutico, ma anche di un vero indicatore preventivo. In un certo senso, la medicina occidentale sta confermando con dati misurabili ciò che molte culture orientali avevano intuito da secoli».
La svolta della medicina occidentale e la misurazione del benessere
Si spiega così il grande successo di discipline come la meditazione e lo yoga, dove il respiro ha un’importanza fondamentale anche per alleviare tensione e stress, nonché il fiorire di influencer che su tutti i social “insegnano” tecniche per rilassarsi imparando a gestire la respirazione: in una cultura che tende a quantificare scientificamente tutto in base ad algoritmi e linee guida, non c’è dubbio che quanto appartiene alla dimensione del percepito, dell’autoregolazione e della relazione tra corpo e mente eserciti una grande attrazione.
«Respirare bene non riguarda solo il comfort quotidiano: è un elemento direttamente collegato alla qualità della vita» sottolinea a Panorama il professor Francesco Blasi, direttore della Pneumologia dell’IRCCS ospedale Policlinico di Milano. «Basti pensare a una delle misure più accurate della funzione respiratoria, cioè il Vems: il volume di aria che una persona riesce a espellere nel primo secondo dopo un’inspirazione profonda, verificabile con l’esame della spirometria. Questo parametro è strettamente correlato alla sopravvivenza: significa che una funzione respiratoria adeguata non è importante soltanto nei pazienti con patologie polmonari, ma rappresenta un indicatore di salute generale».
Innanzitutto, per estrarre dai polmoni il meglio che si possa desiderare, tocca rivalutare i classici richiami delle nostre mamme: si inspira tassativamente con il naso, e non con la bocca. Non tanto per una questione estetica e stilistica, ma proprio perché la scienza non lascia spazio a dubbi. «La respirazione nasale è fondamentale perché consente di portare al polmone aria filtrata, umidificata e riscaldata» continua Francesco Blasi. «Il naso svolge una funzione di barriera naturale: intercetta particelle, allergeni e microrganismi, mentre la mucosa nasale e le cellule immunitarie di primo intervento costituiscono un primo livello di difesa. Questo è importante per tutti, ma particolarmente per i soggetti asmatici, nei quali la respirazione con la bocca può rappresentare uno stimolo irritativo aggiuntivo per le vie aeree».
Dal metodo 365 all’illusione dei social network
Ma in questo atlante di Mike Maric, rivolto anche ai bambini perché comprendano fin da piccoli l’importanza del respirare correttamente, si trovano tanti esercizi utili e anche divertenti per riuscire a ottimizzare l’uso dei polmoni – il respiro “del bradipo” per rilassarsi, quello “del supereroe” per darsi più carica, e così via – e anche un vademecum su cosa e come fare quando si capisce di star cadendo preda di ansia e panico. «Il respiro rappresenta la principale forma di autocontrollo che l’essere umano possiede ed è il modulatore delle nostre emozioni e dei nostri stati interiori» dice ancora l’autore. «Imparare a controllarlo significa dominare i nostri stati emotivi, prevenendo o gestendo nel modo migliore i momenti di maggiore difficoltà. Uno degli esercizi più utili è il cosiddetto “metodo 365”: tre momenti al giorno, sei atti respiratori al minuto, per cinque minuti. In pratica si deve inspirare per cinque secondi ed espirare per cinque secondi, mantenendo un ritmo lento, regolare e bilanciato. È uno schema di allenamento respiratorio con effetti neuro-cardioprotettivi: migliora la variabilità cardiaca e aumenta la capacità di gestione dello stress».
E c’è anche un capitolo dedicato al delicato rapporto tra respiro e sesso: la sincronia che si viene a creare durante l’atto amoroso, quindi la coordinazione respiratoria tra i partner, ha infatti un forte effetto eccitatorio. Ma intorno a questa idealizzazione del respiro, degli esercizi per allontanare panico e stress e di tutta una narrazione sicuramente affascinante ma anche a volte un po’ troppo imperniata a mode, tendenze e “like” dei social media, ci sono anche voci critiche. «Attenzione a non confondere l’ansia quotidiana, che appartiene all’esperienza comune, l’esame, l’interrogazione, la tensione davanti a un evento importante, e il disturbo d’ansia o l’attacco di panico in senso clinico» dice a Panorama Fabrizio Mignacca, psicologo, psicoterapeuta e autore di numerosi libri sulle problematiche della mente. «Nel primo caso si possono utilizzare anche strategie di regolazione, compreso il lavoro sul respiro. Nel secondo parliamo di quadri psicopatologici complessi, classificati, che richiedono competenze specialistiche. Confondere questi due livelli è un errore, perché rischia di banalizzare una sofferenza reale e di trasmettere al pubblico l’idea che condizioni clinicamente rilevanti possano essere affrontate con strumenti non sufficientemente validati».
I limiti clinici e l’importanza della riabilitazione polmonare
Anche perché, ovviamente, l’attacco di panico non è un problema del polmone. La manifestazione respiratoria, cioè fame d’aria, iperventilazione, costrizione toracica, è un sintomo somatico, non la causa primaria del disturbo. «Il nucleo della questione è neuropsichica e va affrontato all’interno di un percorso clinico appropriato» conclude Fabrizio Mignacca. «Se affermiamo che il respiro da solo può curare un attacco di panico, senza precisazioni, rischiamo di essere fuorvianti. In alcuni casi un intervento inadeguato potrebbe perfino peggiorare il quadro, perché portare l’attenzione sulla respirazione, in soggetti particolarmente vulnerabili, può aumentare la percezione corporea e amplificare la crisi».
Per tornare alla scienza, è bene sapere che per chi soffre di patologie croniche o acute, o magari ha avuto una brutta polmonite, esiste anche una vera e propria riabilitazione polmonare che in ospedale si effettua con fisioterapisti specializzati. «Il polmone è, praticamente, una pompa: il suo motore è rappresentato dalla muscolatura respiratoria» conclude Francesco Blasi. «La fisioterapia non si limita a insegnare come respirare in modo corretto, ma aiuta il paziente a coordinare postura, movimenti toracici e attivazione muscolare, in modo da sfruttare al meglio la funzione respiratoria residua. L’obiettivo è far sì che l’aria raggiunga in modo efficace le zone profonde del polmone, dove avviene lo scambio tra ossigeno e anidride carbonica. Così si recupera una parte della funzione perduta e si migliora il controllo clinico delle malattie respiratorie croniche».
Respiriamo dal primo istante della vita e spesso ce ne ricordiamo solo quando il fiato manca. Forse anche per questo il respiro conserva qualcosa di enigmatico: lavora in silenzio, accompagna la paura, la fatica, il sonno, l’attesa, perfino il desiderio. È la funzione più automatica che possediamo e, insieme, una delle più intime, e in un tempo che ci spinge a correre, controllare, accelerare, è proprio dai gesti minimi che forse possiamo ritrovare una forma di equilibrio.
