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Junot Díaz e lo stupro subìto da bambino

Sul "New Yorker" lo scrittore Premio Pulitzer (‘La breve favolosa vita di Oscar Wao’), racconta per la prima volta gli abusi subiti da piccolo e le conseguenze sulla sua vita da adulto

Junot-Diaz

Andrea Bressa

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Sì, è successo a me.
Sono stato stuprato quando avevo otto anni. Da un adulto di cui mi fidavo veramente.
Dopo che mi ha violentato, mi ha detto che dovevo tornare il giorno dopo, altrimenti sarei finito “nei guai”.
E poiché ero terrorizzato e confuso, sono tornato il giorno dopo e sono stato nuovamente stuprato.
Non ho mai detto a nessuno cosa è successo, ma oggi lo dico a te.
E a chiunque altro voglia ascoltare.

Con queste parole lo scrittore Premio Pulitzer Junot Díaz introduce il suo racconto riguardante lo stupro subìto quando aveva otto anni, da parte di un adulto di sua conoscenza. Una lunga, lucida e commovente confessione che arriva dopo oltre 40 anni di silenzio, pubblicata sul New Yorker e intitolata The Silence: The Legacy of Childhood Trauma.

La paura infinita

Díaz ha costruito il suo resoconto come se fosse una tardiva lettera di risposta a una persona che tempo fa, durante un firmacopie, gli chiese se avesse mai subito violenze sessuali, come quelle a cui allude nei suoi romanzi. All’epoca lo scrittore glissò, ma quella domanda così improvvisa rimase nella coscienza di Díaz.

“So che sono in ritardo di parecchi anni, ma mi dispiace non averti risposto", dice Díaz al suo interlocutore, "Mi dispiace non averti detto la verità. Mi dispiace per te e mi dispiace per me. Entrambi, penso, avremmo potuto usare quella verità. Potrebbe aver salvato me (e forse te). Ma avevo paura. Ho ancora paura, ma parlerò comunque, perché, come Audre Lorde ci ha insegnato, il mio silenzio non mi proteggerà".

Le conseguenze degli abusi

"Quella merda ha spezzato il mio mondo a metà, buttandomi completamente fuori dall'orbita, nelle regioni senza luce dello spazio dove la vita non è possibile". E infatti lo scrittore ci parla di un’esistenza segnata nel profondo da quel traumatico evento: crisi di depressione, rabbia, sensi di colpa e incapacità di costruire e definire una sfera sessuale e sentimentale stabile. Per anni ha nascosto tutto alla propria famiglia e ai propri amici, con la paura di essere scoperto e quindi di vedersi (in modo distorto) rovinata la vita: "I 'veri' uomini dominicani, dopo tutto, non vengono violentati".

Una infanzia e una giovinezza passate con grande difficoltà, chiudendosi in se stesso e arrivando a rischiare di far fallire tutto, dalla scuola agli affetti, fino ad avere anche pensieri suicidi. Solo con il college Díaz è sembrato riuscire a rinascere, andando via da casa, provando a lasciarsi alle spalle la depressione, la paura e gli incubi. Ma è stata solo una maschera: l’abuso lo ha sempre accompagnato, anche se in modo nascosto.

Anche l’età adulta è piena di sofferenza per Díaz, impegnato a tentare di tenere a freno un mostro letale, fatto di insicurezze e tristezza. Non una relazione è riuscita a procedere in modo sereno: rotture improvvise, sbalzi d’umore, continui tradimenti e la sensazione di essere sempre in lotta da solo gli hanno consegnato un’esistenza affaticante.

La letteratura

Buona parte di questa esistenza Díaz l’ha messa nei suoi romanzi. Non tutto, confessa lo scrittore, ma ogni riferimento appare chiaro: chi conosce La breve favolosa vita di Oscar Wao (il romanzo d’esordio con il quale ha vinto il Pulitzer nel 2008) o È così che la perdi, può intuire ora ancora meglio i meccanismi creativi che stanno dietro a quelle opere così comiche eppure anche così tanto amare.

La rinascita

Il Pulitzer, il successo della vita da scrittore, i tanti ammiratori e anche un amore perfetto non sono stati abbastanza per Díaz: il silenzio di una vita (The Silence) ha portato l’autore a rischiare di perdere praticamente tutto. Solo una lunga terapia, che lo ha portato di nuovo ad affrontare il ricordo di quell’abuso, è forse riuscita a risanare qualcosa nell’anima di quest’uomo.

Con The Silence Junot Díaz sembra aver voluto mandare un messaggio a sé stesso e a chiunque altro che come lui pensa che ci sia ancora tempo per muover battaglia ai propri demoni e alle proprie paure, per poter riuscire a riprendere il controllo della propria vita.

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