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Federica Brunini, 'Quattro tazze di tempesta' - La recensione

Donne in viaggio verso l'età matura: un infuso di umanità che sprigiona un'inquietudine contagiosa

quattro tazze

Quattro tazze di tempesta, particolare della foto di copertina – Credits: © Sinan Saglam/EyeEm/Getty Images

Viola, Mavi, Chantal, Alberta. Quattro amiche si preparano a festeggiare i quarant'anni della padrona di casa in un microborgo provenzale: una consuetudine irrorata di affetto. Promessa di giorni radiosi e profumati come lavanda, o come il tè che scandisce le ore nella villa di Viola, ribattezzata La Calmette. Comincia così Quattro tazze di tempesta, in odore di stucchevolezza complici anche la fascetta che recita "Questo romanzo ti farà felice" e l'e-book allegato con le ricette per cucinare con il tè. Ma non fatevi ingannare. Metafora dell'avventura della vita come il romance shakesperiano cui rimanda il titolo, la novella di Federica Brunini mantiene un passo leggero su un tessuto narrativo avvincente e imprevedibile, ricco di simbologie.

Da secoli le donne leggono i romanzi degli uomini. Ma gli uomini leggono quelli delle donne? Mi servo di questa retorica per spazzare via i pregiudizi sulla letteratura di genere. Eccome se li leggono, pensiamo fra i mille esempi a Elena Ferrante, Arundhati Roy, Alice Munro, Annie Ernaux. In Quattro tazze di tempesta Federica Brunini aggiorna L'invenzione delle personagge - secondo la felice definizione di una raccolta di saggi curata da Bia Sarasini, Roberta Mazzanti e Silvia Neonato - all'immaginario femminile contemporaneo. La vedovanza, la rinuncia alla maternità e i suoi costi, l'amore fra donne, l'amore per uomini più giovani. Le (anti)eroine di questo libro sono delicatamente sbozzate nel calco di antiche consapevolezze e nuove fragilità, in bilico tra sogni e bisogni, ambizioni e rimorsi, desideri e rimpianti.

Donne in transito alla boa dei quaranta. Donne borghesi, di buona cultura e idee progressiste. Donne di oggi, ex compagne di liceo a Milano. L'architetta di successo innamorata di sé, l'avvocatessa moglie e madre un po' frustrata, l'insegnante di yoga con la sindrome di Peter Pan, la raffinata vedova ed ex modella che possiede la miscela giusta per lenire il dolore degli altri ma non il proprio. Che ne sappiamo veramente dell'età di passaggio, della lotta coi tabù alimentati dalla società dei consumi? A questi prototipi Brunini regala un soffio di vita cogliendoli nell'istante che prelude, forse, al cambiamento. Spogliando le sue donne, con momentanea chiaroveggenza, della maschera esteriore per raccontarle attraverso le debolezze.

Ecco cosa ce le fa amare in queste pagine, e forse un po' perfino capire. La crudeltà e la viltà, la paura e l'egocentrismo, la vanità e il bisogno di autostima, le pulsioni estreme e le insicurezze, le rimozioni e le trasgressioni. Nell'infuso di umanità c'è un po' di tutto quello che le donne non dicono (canzone scritta da un uomo, Enrico Ruggeri, ma portata al successo da una grande donna e interprete, Fiorella Mannoia), aggrovigliato al resto che non fa quasi mai notizia: la cura, la passione, la noia, l'amore, la dedizione... Sullo sfondo, l'universo maschile si muove a tentoni, col suo positivismo magari un po' grezzo, ora principe azzurro ora uomo nero, deus ex machina in un orizzonte affettivo mutevole come quiete prima e dopo la tempesta.

All'inizio il cielo è sereno, il quartetto gode dell'equilibrio e della rassicurante promessa della ripetizione. Poi d'improvviso una rivelazione apre la diga del risentimento. La situazione scoppia, il movimento diventa un vortice, il ciclone tempesta. Le foglie di tè si spargono sul pavimento come cristalli di rabbia franti dal dolore. La mente cede il suo dominio ai nervi, sono loro adesso a governare i dialoghi e le azioni. Viene in mente il teatro-letteratura di Yasmina Reza e la messa in scena dello psicodramma della famiglia borghese. Con la differenza che la famiglia riunita nella casa di Les Parisienne è fatta da amiche, sorelle per scelta.

L'amicizia, la misteriosa amicizia fra donne, è il nocciolo di questa fiaba. Brunini la racconta senza sconti: tazza tiepida che ristora, risorsa affettiva insostituibile eppure imperfetta e vulnerabile come lo sono le relazioni umane. Cioè da riconfermare di continuo, da cibare con le parole, con i gesti e magari anche gli schiaffi. La lontananza non aiuta, facebook e skype forse. Non è un caso però che l'unico affetto ricambiato con purezza, cioè scevro da sensi di colpa, sia quello per Chai, la cagnetta adottiva che Viola ha chiamato - manco a dirlo - come il tè indiano (ma in ebraico chai significa "vivo"). Ed è una meravigliosa, golosa coprotagonista.

Il ciglio che separa l'accettazione dal cambiamento smorza la tempesta in una più tollerabile bassa pressione. Perché nel bilancio dell'esistenza le tempeste possono essere una maledizione o un'occasione, non c'è regola in questo gioco. Vince chi non ha paura di perdere, dice Chantal. "Io ho una paura fottuta", risponde l'amica. "Anch'io..." La cosa bella è uscire dalla storia con una visione del mondo e delle relazioni completamente priva di giudizio. Far proprie anche le oscurità del sé, esibire le cicatrici con fierezza. In ogni stagione della vita, suggerisce Federica Brunini, si può. Sotto questo punto di vista, come strilla il blurb, Quattro tazze di tempesta è un libro che mi ha fatto felice.

Federica Brunini
Quattro tazze di tempesta
Feltrinelli
224 pp., 15 euro

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