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Che cos’è il relativismo morale

Alla scoperta di una delle grandi questioni del nostro tempo, a partire da Game of Thrones

Magni

Giulio Passerini

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Mai come in questi anni zero ci siamo trovati tanto spesso a fare il tifo per i cattivi, da Toni Soprano a Walter White, dagli intrighi sanguinari del Trono di spade al cinismo di House of cards. Le posizioni morali più indifendibili ci esaltano, gli atti più turpi ci incantano, le peggiori aberrazioni sono musica per le nostre orecchie. Che cosa ci è successo? Forse è solo l’ultimo indizio che la vera, grande questione culturale del nostro tempo è quella del relativismo morale. Non un’astratta questione filosofica, ma una campana al cui tocco ciascuno di noi dovrebbe sentire risuonare il suo nome e il suo cognome. A questo proposito il piccolo libro di Sergio Filippo Magni, Che cos’è il relativismo morale (Carocci), può essere un buon punto di partenza per capire di cosa stiamo parlando. 

Di che si tratta
«Dietro quest’espressione si collocano problemi di grande importanza» ricorda Magni, come «il multiculturalismo, il confronto con culture diverse in cui vigono pratiche ritenute immorali, l’aprirsi, anche all’interno delle società occidentali, di disaccordi profondi sui modi corretti di condurre la vita, l’estensione della valutazione morale oltre i limiti della propria cultura, l’alternativa tra condanna o tolleranza».

La pancia degli europei
Mentre l’Europa illuminista, democratica e (già) multietnica chiude le proprie frontiere alla disperazione delle guerre e della povertà, ci commuoviamo per gli amori incestuosi e infelici del medioevo fantastico di G. R. R. Martin o per le batoste politiche del più spietato inquilino che la Casa Bianca abbia mai conosciuto (House of Cards). Come si spiega questa elasticità morale? Perché troviamo tanto facile estendere la nostra empatia a mondi fantastici in cui vigono principi morali lontani dai nostri e così difficile, invece, incontrare il nostro vicino nella sua diversità?

Eppure, come ricorda Magni, l’approccio etico contemporaneo prevede che l’indagine filosofica sulla morale debba condividere, sul piano metodologico, alcuni dei requisiti della conoscenza scientifica come l’esperienza come fonte prioritaria, la ripetibilità dei risultati, il confronto pubblico, e soprattutto la coerenza logica. Ma non è proprio quest’ultima che sembra venire meno? Oppure no?

Relativismo selvaggio?
Nel libro di Magni leggiamo: «Possiamo caratterizzare in modo ampio il relativismo come sostenente, tipicamente, che affermazioni cognitive, morali o estetiche implicanti valori come verità, significanza, giustezza, ragionevolezza, appropriatezza, adeguatezza o simili sono relative ai contesti in cui esse appaiono. Spesso questi contesti sono formulati in termini di strutture di riferimento concettuali. E il novero di tali strutture di riferimento concettuali varia da uno stato altamente localizzato che è specifico della persona o dell’occasione a quello di una comunità, cultura, tradizione, epoca storica e simili. Il relativismo nega la possibilità di fondare le affermazioni pertinenti in termini astorici, aculturali o assoluti».

All’atto pratico, secondo questa impostazione, poiché i principi morali sono relativi a una data società, non si possono giudicare moralmente coloro che non condividono i principi morali di quella società. «È la tesi dell’isolamento» afferma Magni, «la quale può assumere forme più o meno radicali. Questa versione conclude che è giusto seguire i principi morali della cultura di cui si fa parte (conformismo morale)» o, diversamente, che è giusto rimanere indifferenti verso i comportamenti degli altri (indifferentismo e nichilismo morale).

Ma l'uomo è un animale empatico
Quello che quest’ultima declinazione del relativismo tende a rimuovere, però, è che l’uomo è un animale empatico per natura, e il riconoscere nell’altro una vittima di quello che per la sua cultura è un sopruso e una violenza (fisica o morale) non può che muoverlo a indignazione e pietà. È quello che accade all’occidentale di fronte alla pratica dell’infibulazione femminile, o allo spettatore del Trono di spade di fronte all’ennesima crudelissima tortura. E tanto maggiore sarà la conoscenza dell’altro, delle sue ragioni e della sua umanità (indifferentemente dalla sua statura morale), tanto maggiore sarà l’investimento empatico (a questo proposito si veda la camminata della vergogna della pur odiatissima regina Cersei, nell’ultimo episodio della serie appena conclusa del Trono di spade).

Come dobiamo comportarci, insomma?
Come possiamo conciliare perciò il rispetto per il diverso e il giudizio morale? E come si compongono il disprezzo per l’abiezione e la pietà per la vittima? Secondo l’autore del saggio, pur essendo ogni giudizio sempre e inevitabilmente formulato all’interno di un dato sistema morale (quindi relativo), è lecito che questo si estenda oltre i suoi confini per il semplice fatto che non esiste concezione morale che non si pensi come universalmente valida. Unica condizione necessaria «è che vengano rispettate le condizioni minime di comprensione del sistema morale altrui». Conoscenza, insomma. È solo grazie alla conoscenza dell’altro che si può generare il rispetto e l’empatia necessari a instaurare l’accoglienza e il dialogo, interiorizzando il conflitto senza per questo esulare dal giudizio morale. L’inverno sta arrivando (per citare ancora una volta il capolavoro di Martin), è tempo di aprire le barriere.  

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