Il fronte dell'Isonzo, nell'ottobre 1917, era come un elastico: teso ma reso secco e fragile dal gravissimo logoramento di due anni di guerra di trincea e offensive massacranti ma mai risolutive.

DALL'OFFESA ALLA DISFATTA

La strategia del comandante supremo Luigi Cadorna era sempre rimasta sostanzialmente uguale: una serie di spallate costituite da attacchi di fanteria in massa e artiglieria, che in 11 battaglie non erano riuscite a sfondare il fronte difensivo Austro-ungarico.

In compenso le perdite italiane erano state impressionanti, a fronte di esigui vantaggi territoriali. Tuttavia nell'ottobre del 1917 anche gli avversari parevano sul punto di cedere.

Durante l'ultima offensiva, l'undicesima battaglia dell'Isonzo, gli uomini di Cadorna erano riusciti a occupare l'altipiano della Bainsizza, a nord di Gorizia, e si trovavano in una delle fasi maggiormente offensive dall'inizio del conflitto.

IL CROLLO DELLA RUSSIA E L'ARRIVO DEI TEDESCHI

Le premesse della disfatta vennero prevalentemente dall'estero, ed in particolare dal fronte orientale dove la Russia allo stremo e paralizzata dalla rivoluzione aveva ceduto.

La paura di cedere alla pressione italiana lungo l'Isonzo aveva spinto gli Austriaci a richiedere velocemente l'intervento dei Tedeschi, in parte resi disponibili in virtù delle vicende russe. Il comandante delle forze germaniche Ludendorff inviò in ricognizione uno dei massimi esperti della guerra in montagna, il generale Krafft Von Demmesingen, che presto indicò come punto debole della linea difensiva italiana proprio la zona di Caporetto, dalla quale le forze austro-tedesche ben armate e organizzate avrebbero aperto una breccia.

L'INFILTRAZIONE

I tedeschi imposero agli austriaci un cambio nella strategia d'attacco: venne abbandonata la consuetudine dell'offensiva che cerca uno sfondamento sua una linea di fronte molto ampia. Questa volta si individuarono due sezioni limitate della prima linea italiana che vennero attaccate a fondo e di sorpresa. Una volta superata la prima linea di difesa, i reparti austro-tedeschi si infiltrarono, prendendo gli italiani ai fianchi e anche alle spalle, tagliando le comunicazioni con le retrovie, lasciando le truppe nemiche prive di comandi. Fu la famosa "infiltrazione" che i tedeschi avevano già sperimentato a Riga, sul fronte orientale e che avrebbero ripetuto nel 1918 in alcune battaglie sul fronte occidentale.

UNA LEZIONE MAI IMPARATA

Cadorna e gli alti comandi, tra cui il generale Capello, si trovavano divisi sulla strategia da adottare. Neppure diedero troppo peso alle indicazioni sulle intenzioni del nemico rese agli Italiani da alcuni ufficiali rumeni che avevano disertato l'esercito del Kaiser. E neanche era servita da lezione la sconfitta subita dagli Italiani sull'Ortigara, dove il nemico, numericamente inferiore ma meglio organizzato in piccole squadre ben armate aveva avuto ragione del solito anacronistico attacco di massa italiano.

Infine la scarsa efficacia della ricognizione aerea italiana aveva fatto si che 9 divisioni Austriache e 6 tedesche muovessero non viste in direzione delle alture del fronte isontino evitando l'impiego di grandi mezzi, ma compiendo in massima parte a piedi le marce di trasferimento. Alla vigilia dell'attacco poi, le condizioni meteorologiche sembravano dare regione a Cadorna, convinto che la fitta nebbia di quei giorni avrebbe concesso più tempo per organizzarsi.

L'ATTACCO NELLA NEBBIA

Fu un rombo di artiglieria nel cuore della notte  a smentire le previsioni dei Comandi italiani, e alle 8 di mattina del 24 ottobre 1917 Tedeschi e Austriaci mossero all'attacco. Le bombe nemiche, spesso caricate con gas letali, colsero di sorpresa le difese italiane. In particolar modo, nella conca di Tolmino, gli Austroungarici erano riusciti a mantenere una importantissima testa di ponte, mentre gli Italiani avevano "abbassato la guardia" essendo quella frazione di fronte in uno stato di relativa quiescenza dopo le grandi offensive del primo anno di guerra.

Caporetto fu la prima zona a cedere, permettendo al nemico di dilagare verso la pianura friulana attraverso la val d'Uccea verso la linea del fiume Tagliamento, dove frettolosamente Cadorna dispose la ritirata difensiva momentanea, prima di stabilire quella definitiva sul Piave. L'impatto dell'offensiva di Caporetto fu devastante: la Seconda Armata era stata di fatto annientata. 600.000 erano i soldati italiani messi fuori combattimento dal dilagare del nemico, di cui moltissimi furono i prigionieri (circa 265.000), mentre i morti italiani saranno circa 13.000.

L'OMBRA SINISTRA DELLA SCONFITTA

Sfondata la linea dell'Isonzo, gli uomini di Von Bulow proseguirono la marcia verso Udine, Cividale, e verso la Carnia. Soltanto la difficoltà nel mantenere le linee di rifornimento da parte degli Austroungarici anche essi stremati e affamati, permise agli Italiani di organizzare una difesa disperata, che riuscì comunque ad arginare la pressione austrotedesca, arrestando l'avanzata nemica sulla linea del Piave, come auspicato dallo stesso Cadorna.

Le cui ore a capo del Regio Esercito erano contate: nei giorni della tragedia, avendo sprezzantemente esternato la propria rabbia contro la presunta codardia delle forze italiane, il Re Vittorio Emanuele III nominava a capo del Governo italiano Vittorio Emanuele Orlando. Proprio dal nuovo esecutivo nascerà la destituzione di Luigi Cadorna e la sua sostituzione con il generale Armando Diaz.

È PASSATO LO STRANIERO

L'Italia intera era sotto choc: l'ombra della sconfitta possibile si era allungata nelle pianure del Friuli e del Veneto in pochi giorni soltanto e dopo oltre due anni di sacrifici estremi da parte dei soldati italiani. Anche i comandi Alleati si resero conto della situazione estremamente compromessa del fronte italiano, tanto da affrettarsi nell'organizzare un'intervento di supporto allo stremato Regio Esercito nel breve periodo. Gli Italiani avevano combattuto soli sul fronte dell'Isonzo sin dal 24 maggio del 1915. Ed ora "lo straniero era passato".

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